Martedì 4 settembre 2018
L’Italia, con un accordo di condivisione nucleare stipulato negli anni ‘50, ospita venti bombe a Ghedi, provincia di Brescia, e trenta ad Aviano, provincia di Pordenone. [Testo di Roberto Giulietti – Corriere-Brescia. Foto dalla pagina Facebook, non ufficiale, del Sesto Stormo Ghedi – “Diavoli Rossi”].

Venti testate nucleari B-61 nella base militare di Ghedi. Nessuno ha mai confermato la presenza delle bombe negli undici hangar nucleari della base compreso l’attuale primo cittadino di Ghedi (provincia di Brescia) Lorenzo Borzi che ha dichiarato come «al sindaco non è dato avere questo tipo di informazioni». Altrettanto vero è che, per ora, nessuno ha ancora smentito numeri e dichiarazioni di Enrico Piovesana e Francesco Vignarca fondatori di MilEx che hanno presentato il secondo rapporto sulle spese militari (25 miliardi; 1,4% del Pil; +4% sul 2017) inserite nel bilancio del governo italiano. E proprio ai costi della «servitù nucleare» legata alle spese di stoccaggio e sorveglianza delle testate atomiche tattiche americane B-61 nelle basi italiane, è dedicato un approfondimento.

Il dettaglio delle spese

Si parte con le spese 2018 per l’adesione dell’Italia alla Nato (Euro 192 milioni) mentre i contributi alla presenza delle basi Usa, sono Euro 520 milioni. Ma il report entra ancora di più nel dettaglio precisando che «i costi relativi alla presenza di testate nucleari americane sono di almeno 20 milioni di euro annui con stime che salgono a 100 milioni». Il tutto da quando, negli anni ‘50, tra i due Paesi si è stipulato l’accordo di «nuclear sharing» (condivisione nucleare) per cui «ospitiamo» una cinquantina di bombe atomiche nel nostro Paese. Una trentina ad Aviano e venti a Ghedi custodite dal 207° squadrone supporto munizioni dell’United States Air Force.

Sempre l’accordo prevede che, «in caso di conflitto nucleare – stando a quanto scritto nero su bianco nel rapporto -, le bombe custodite nella base bresciana vengano impiegate dai cacciabombardieri Tornado IDS del 154° gruppo di volo “Diavoli Rossi” del 60° stormo dell’Aeronautica militare italiana, configurati per l’attacco nucleare». Di fatto si deve comunque prevedere un aggiornamento dei sistemi di protezione e stoccaggio degli ordigni a carico dello Stato.

Per l’Italia queste spese sono comprese nel programma di rinnovamento delle apparecchiature di sorveglianza esterna e dei caveau delle venti B-61 e ammontano a 23 milioni di euro (4,8 milioni nel 2018). Ci sono poi le spese di manutenzione e aggiornamento degli aerei dedicati al «nuclear strike» affinché mantengano la certificazione americana di «dual-capable aircraft», vale a dire la capacità di condurre attacchi sia convenzionali che nucleari. Spesa a bilancio per il 2018: 16,5 milioni. Ed infine i costi per l’addestramento dei «Diavoli Rossi» al poligono nucleare di Capo Frasca in Sardegna. Impossibile quantificarli dai dati del bilancio statale ma in generale l’addestramento di un pilota militare ha un costo che si aggira intorno al milione di euro. Alla presentazione del rapporto di MilEx anche il premio nobel per la pace 2017, Daniel Högsta: «Questi dati dimostrano come la presenza di armi nucleari abbia impatto negativo per i paesi che le ospitano non solo dal punto di vista politico, ma anche della spesa pubblica».
[Testo di Roberto Giulietti – Corriere-Brescia. Foto: La base aeronautica italiana di Ghedi (Bs). Missile a testata nucleare B-61, installabile sul Tornado (dalla pagina Facebook, non ufficiale, del Sesto Stormo Ghedi – “Diavoli Rossi”)].