XXX Domenica del Tempo Ordinario (B): La guarigione del cieco

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Nel brano evangelico di questa domenica, 28 ottobre, il racconto della guarigione del cieco di Gerico, “Bartimeo” (figlio di Timeo), conclude la narrazione marciana del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, dove egli affronterà la sua passione e morte. Gerico è infatti l’ultima tappa dell’itinerario che seguono i pellegrini che dalla Galilea scendono lungo la via che costeggia il Giordano. Foto: Parrocchia San Gregorio Barbarigo; Guarigione del cieco nato – Sebastiano Ricci.

Con Gesù “lungo la strada” fino a Gerusalemme

Ger 31,7-9; Salmo 125; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

Bartimeo, come tutti i giorni, siede sulla strada per ricevere dai passanti l’elemosina che gli consente di sopravvivere. Nel buio della sua cecità, egli sente il nome di Gesù e si aggrappa gridando con tutte le sue forze: “Figlio di Davide, abbi pietà di me” In quest’appellativo, (Figlio di Davide) è un implicito un riconoscimento del potere messianico di Gesù. Bartimeo corre dimenticandosi di essere cieco e gettando via il mantello, forse perché d’impaccio nella corsa. La sua fede è grande, e per questo egli si appella alla compassione del Nazareno.

Ma tra il cieco che grida e Gesù si frappone la folla che sgrida lo straccione, perché disturba e dà fastidio. Ma il cieco, cerca di superare l’ostacolo della folla gridando ancora più forte la sua invocazione. Questa insistenza del cieco ha la meglio sull’opposizione della folla, perché Gesù ascolta il suo grido. Infatti il racconto dice espressamente che Gesù si ferma ed ordina proprio a quelli che sgridavano il cieco: “chiamatelo!” tutti, volubili ed opportunisti, sono ormai disposti a fargli coraggio (“Coraggio alzati, che ti chiama”), quando lui, il coraggio se l’è già dato da sé. La reazione di Bartimeo è immediata, egli cioè si presenta a Gesù.

Può sembrare superflua la domanda che Gesù pone al cieco: “che vuoi che io ti faccia?” Con questa domanda, che rende esplicita la speranza del cieco di vedere la luce, non solo Gesù stabilisce un rapporto più immediato e personalizzato con Bartimeo, ma anche vuole renderlo protagonista del suo processo di uscita verso la luce. Ma la sua domanda nasce spontanea dalla sua condizione.

Gesù, da tutti ciò, trae una conclusione: “va, la tua fede ti ha salvato”. E’ una formula ricorrente nel Vangelo di Marco: è per esempio la stessa espressione rivolta all’emorroissa Mc5, 34). Gesù mette il complesso degli atteggiamenti del cieco sotto un comune denominatore: la fede.

Il racconto evangelico non solo segnala l’immediata guarigione del cieco, ma aggiunge: “e prese a seguirlo per la strada”. In altre parole, la guarigione del cieco Bartimeo diventa anche la sua chiamata alla sequela di Gesù. E’ una lezione per tutti quanti chiedono miracoli al Signore.

Questo racconto, infine, appare un “episodio regale”, poiché Gesù sembra voler lasciare quest’ultimo segno di potenza, prima di indossare volontariamente la debolezza in occasione della Passione. Non è un debole, ma “il forte” che si consegna nelle mani dei nemici. Indubbiamente è una “assicurazione” per tutti quelli che intendono seguire Gesù, Figlio di Davide, il Messia, salvatore.
Don Joseph Ndoum

XXX Domenica del Tempo Ordinario – anno B
Lectio divina

Mc 10, 46-52
Gli occhi del discepolo

L’evangelista Marco, che ci sta accompagnando in questo anno liturgico, ci ha fatto percorrere con Gesù l’itinerario del discepolo per “formare” il discepolo che c’è in noi. E oggi, al termine del viaggio verso Gerusalemme, avviene l’incontro decisivo con il cieco di Gerico per imparare cosa comporti seguire Gesù sulla via che lo conduce verso la sua Pasqua di morte e resurrezione.
Il viaggio di Gesù verso Gerusalemme era stato preceduto dalla guarigione del cieco di Betsaida (Mc 8, 22-26); lungo la via, Gesù ha pazientemente formato i suoi attraverso gli annunci della sua passione, morte e resurrezione, di fronte ai quali gli apostoli hanno mostrato tutta la loro “cecità” (Pietro che “non pensa secondo Dio, ma secondo gli uomini” in Mc 8,31-33; tutti gli apostoli che lungo la via avevano discusso su “chi fosse il più grande” in Mc 9,33-34; Giacomo e Giovanni che chiedono di “sedere uno alla destra e uno alla sinistra nella sua gloria” in Mc 10,35-44). Ora il cammino volge al termine. La città santa, Gerusalemme, è vicina: infatti Gerico è l’ultima città, dopo la quale, solo il deserto separa il pellegrino dalla sua meta.
Quanta cecità ha incontrato Gesù lungo il cammino!
Seguire Gesù chiede occhi che ancora i discepoli non hanno.
Il viaggio verso Gerusalemme rappresenta simbolicamente il cammino di ogni discepolo per giungere a vedere e accogliere Gesù come un Messia Crocifisso. Il discepolato, sembra dirci l’evangelista Marco, è questione di occhi per vedere “secondo Dio”, per riconoscere la via che sceglie l’amore di Dio per rivelarsi, la via della Pasqua. Seguire il Signore Gesù Cristo su questa via è la vocazione di ogni discepolo, in ogni tempo: oggi siamo quindi chiamati nuovamente a “seguire Lui lungo la strada” fino al suo capolinea, là dove potremo vedere che il “Figlio di Davide” (come lo chiama oggi il cieco di Gerico) è “il Figlio di Dio” crocifisso (come lo riconoscerà il centurione sotto la croce in Mc 15,39).
Nel Vangelo di questa domenica ci mettiamo alla scuola del cieco Bartimeo per imparare come si diventa discepoli di un Messia crocifisso e come poter andare fino in fondo nella sequela di Lui.
Al limitare del deserto, mentre “parte” da Gerico ormai diretto verso la città santa, Gesù incontra l’ultimo cieco, Bartimeo: “il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!»”.
Questo uomo non ha nulla: è un cieco e un povero. Ma va da Gesù con quello che ha: orecchi capaci di ascoltare e voce capace di gridare. E il suo grido nasce dall’ascolto (“sentendo che era Gesù cominciò a gridare”).
Non si tratta di una semplice ostinata richiesta di compassione e di misericordia, ma è anche una esplicita confessione di fede, che proclama Gesù quale «Figlio di David», cioè il Re-Messia a lungo atteso da Israele e che Dio avrebbe mandato per inaugurare il suo regno (infatti fra i segni della venuta del Messia era annoverata la guarigione dei ciechi: Is 35,5; 42,1-9). Il «Figlio di David» è il Messia, il Cristo di Dio e così sarà riconosciuto al suo ingresso a Gerusalemme: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide” (Mc 11,9-10) . È come se il cieco Bartimeo ripetesse con altre parole quanto aveva affermato Pietro all’inizio del cammino: «Tu sei il Cristo» (Mc 8,29). Ed ora Gesù gli apre gli occhi per vedere fino in fondo cosa questo significhi.
Aprendo gli occhi al cieco, Gesù prepara gli occhi di tutti i discepoli (Pietro, Giacomo, Giovanni, tutti gli altri apostoli e noi con loro) a vedere dentro la sua pasqua di morte e resurrezione il mistero dell’amore di Dio che si consumerà a Gerusalemme.
All’invocazione di Bartimeo, Gesù “si ferma”. E’ importante questo particolare del vangelo, perché questa è l’unica volta in cui si dice che Gesù si fermi, da quando aveva intrapreso il suo viaggio verso Gerusalemme in Mc 8,27. Il suo cammino non può proseguire senza incontrare quest’uomo. Infatti il viaggio riprenderà includendo anche Bartimeo, al seguito di Gesù.
L’incontro fra Gesù e il cieco è ora mediato dalla folla che lo segue: Gesù chiede ai presenti di chiamarlo. Qui comprendiamo il ruolo della comunità ecclesiale, che questi discepoli simbolicamente rappresentano: sono invitati a farsi ministri della chiamata di Gesù, incoraggiando il chiamato e mettendosi da parte per permettere l’incontro personale fra il Signore e il cieco («Coraggio! Àlzati, ti chiama!»); oppure possono essere un ostacolo all’incontro, cercando di mettere a tacere il grido del mendicante (come avviene all’inizio del vangelo: “molti lo rimproveravano perché tacesse”). Il Vangelo ci esorta quindi a verificare fino a che punto le nostre comunità ecclesiali sono “luoghi” che favoriscono l’incontro fra il povero che grida e il Signore.
Chiamato dalla folla, Bartimeo getta via il mantello, si alza con grande slancio e va da Gesù. Il gesto di lasciare il mantello è molto significativo in quanto il mantello era tutto per il povero: la sua unica proprietà, la sua coperta per la notte, ciò che, se prestato, doveva essere restituito prima del tramonto del sole, la sua casa. Per andare a Gesù, il cieco si spoglia di tutto ciò che potrebbe rallentare la sua corsa verso di lui, lascia ogni pur minima sicurezza, depone la sua stessa vita. “Il figlio di Timeo, Bartimeo”, si presenta nella sua nuda povertà e nella sua cecità di fronte a Gesù, il «Figlio di David».
Il gesto di gettare il mantello, lasciando quest’uomo nella sua nudità, tornerà poco più tardi nel vangelo di Marco. Infatti nel momento dell’arresto di Gesù nel Getsemani, quando tutti i discepoli lo abbandonano e fuggono, Marco ci dice che “lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggi via nudo” (Mc 14,51).
La nudità che deriva da questo gesto estremo del lasciare l’unica veste che si possiede, sembra essere la condizione necessaria del discepolo. Non dimentichiamo che in ambito biblico, la veste (o il mantello) indica l’identità della persona e quindi gettare via la propria veste corrisponde allo spogliarsi di sé (S. Paolo parlerà di “spogliarsi dell’uomo vecchio” in Ef 4,22). Si tratta di un gesto nel quale riecheggia lo stile della vita stessa di Gesù, Colui che “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (cfr. Fil 2,7-8) e che deporrà le vesti durante l’ultima cena con i suoi per rivelare loro la via per la quale passa l’Amore (cfr. Gv 13).
Ed ecco che il mendicante Bartimeo si presenta a Gesù con una muta domanda, tutta racchiusa nella sua invocazione di misericordia: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”.
Ma è Gesù che, rivolgendogli la stessa domanda che aveva fatto a Giacomo e Giovanni («Che cosa vuoi che io faccia per te?», Mc 10,36), suscita in Bartimeo l’unica richiesta propria del discepolo: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». Chiede occhi per vedere di nuovo. E sappiamo bene che gli occhi, prima di essere luce per il corpo, sono l’organo della fede dell’uomo, in quanto gli permettono di vedere e di affidarsi all’invisibile.
Non per nulla anche Saulo di Tarso scopre la sua cecità sulla via di Damasco nell’incontro con il Risorto e deve essere condotto fino a vedere di nuovo per mano di Anania (At 9; 26).
La richiesta della vista/fede è rivolta a Colui che Bartimeo chiama “suo maestro”, “Rabbunì”. Solo due volte, nei vangeli, Gesù è chiamato in questo modo: da Bartimeo e da Maria Maddalena, il mattino di Pasqua, nel giardino della resurrezione (Gv 20,16). “Rabbunì” è il nome che usa chi è riconosciuto da Lui in un rapporto di intimità, chi lo confessa come un Maestro amato, che desidera seguire.
Gesù riconosce nel cieco la fede che vede possibile ciò che nessun uomo sarebbe stato capace di fare: ridonare la vista ad un cieco. La fede di Bartimeo ha già occhi che vedono. Quindi, Gesù, invocato in questo modo, opera secondo il significato del suo nome: salva (Gesù significa infatti “Dio salva”), gli apre gli occhi perché Bartimeo possa alzarsi e mettersi in cammino sulla via della salvezza.
“E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”. Al discepolo che crede, a Bartimeo, è donata la possibilità di vedere il volto di Colui che lo ha salvato. E l’incontro diventa cammino. Infatti questo è l’unico caso del vangelo di Marco in cui Gesù permette a un “miracolato” di seguirlo. Bartimeo lo seguirà sulla strada verso Gerusalemme, su quella strada che condurrà Gesù alla passione e alla morte.
Insieme al cieco, sono risanati e rimessi in cammino anche i discepoli che non avevano accolto l’esito di quel viaggio, la Pasqua del Signore Gesù. In Bartimeo è donata a tutti i discepoli la possibilità di seguire il Maestro fino alla fine, al di là dei tradimenti o delle incomprensioni che potranno vivere.
Quindi la Parola che oggi la liturgia ci rivolge è l’invito ad andare da Gesù per ricevere da lui quegli occhi “nuovi” che ci permettano di vedere dentro la passione e la croce la gloria della resurrezione e imparare a seguirlo sulla Via che lui apre per noi, perché viviamo la nostra pasqua.
Clarisse di Sant’Agata