XXXII Domenica del Tempo Ordinario (B): La vita in dono

Immagine

Nel Vangelo che la liturgia ci dona in questa Domenica si concludono questi incontri difficili con gli scribi che Gesù ha avuto nel tempio, ma a loro è contrapposta una vedova con il suo gesto che Gesù mette in evidenza come segno portatore di un insegnamento e rivelazione di una via da percorrere. “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa”.

Gli scribi e la vedova

L’ostentazione che cela il vuoto interiore

1Re 17,10-16; Salmo 145; Eb 9,24-28; Vangelo Mc 12,38-44

La Parola di Dio di questa domenica ci parla di due povere donne: la vedova di Sarèpta, nella prima lettura (che accetta di condividere il poco che ha con uno straniero, mentre lei e suo figlio sono alle soglie della morte per fame), e, nel Vangelo, la vedova presso il tesoro del tempio (la quale, in atto di omaggio e adorazione a Dio, dà il denaro di cui aveva bisogno per vivere e riconosce così che Dio vale più della vita).

Atteggiamenti di commovente generosità, autentiche icone della misura dell’amore, per Dio e per i fratelli. La povera vedova che accoglie e dà ospitalità all'uomo di Dio si fida della sua promessa ("la farina della giara non si esaurirà") e fa esperienza dell'efficacia della Parola di Dio che, come dice il salmo responsoriale, è fedele per sempre.

Egli, infatti, " rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati, libera i prigionieri, rialza chi è caduto, ama i giusti, protegge lo straniero, sostiene l'orfano e la vedova, ma sconvolge le vie degli empi". La serie si conclude con la proclamazione di fede: "Il Signore regna per sempre".

Dio si rivela in quest'episodio come re giusto e fedele nell'azione protettrice e liberatrice a favore dei poveri.

L'elogio della povera vedova fatto da Gesù nel piazzale del tempio di Gerusalemme si pone nella stessa lunghezza d'onda dell'episodio di Elia. Egli non nasconde la propria simpatia verso la generosità di questa donna. Il motivo per cui ella è stata più munifica di tutti viene indicato da Gesù stesso: gli altri hanno dato prendendo dal loro superfluo, la vedova, invece, ha preso dalla sua privazione, dalla sua miseria, dallo stesso necessario. E' come se avesse offerto la propria vita.

Con questa sentenza sull'autentico valore religioso dell'offerta della povera donna si conclude l'insegnamento di Gesù nel tempio.

Quel sacrificio silenzioso e completo, nel quale l'uomo tralascia molto concretamente tutte le sue sicurezze per abbandonarsi totalmente alla misericordia di Dio, all’evangelista risulta essere conclusione adatta dell'attività pubblica di Gesù. L'elemosina di tanta gente ha bisogno delle trombe. In certi casi, anche oggi, non ci sarebbero offerte, se non fosse assicurata un'adeguata pubblicità.

Tuttavia, bisogna sempre ricordare che nella contabilità di Gesù le cifre sono importanti non tanto per la loro consistenza, ma per la provenienza. Non è questione di quantità, ma di valore. A dare ciò che si ha, tutti siamo capaci. Dare ciò che non si ha, o togliere l'offerta da ciò che ci manca, è una caratteristica di quei "piccoli" che Gesù predilige.

Perciò questa povera donna è ricordata nel Vangelo, cioè nel libro di quelli che sono grandi davanti a Dio. In definitiva, Gesù ci mette alla scuola di una donna, un'analfabeta, sì, ma che sapeva amare Dio. Dobbiamo imparare da lei la disposizione a porre gesti concreti, piccoli finché si vuole, ma importanti, perché gesti impregnati d’amore.
Don Joseph Ndoum

La vita in dono
Mc 12, 38-44

Nel Vangelo che la liturgia ci dona in questa Domenica si concludono questi incontri difficili con gli scribi che Gesù ha avuto nel tempio, ma a loro è contrapposta una vedova con il suo gesto che Gesù mette in evidenza come segno portatore di un insegnamento e rivelazione di una via da percorrere.

“Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa”. Gli scribi sono figura del pericolo in cui possono cadere tutti coloro che hanno famigliarità con le “cose” di Dio. Si può rendere Dio “una cosa”; ci si può servire di Dio e della Scrittura per fare i propri interessi. Ci si può far servire e far riverire dai fratelli e dalle sorelle che si dovrebbero servire. Questi uomini sono impegnati a far si che gli occhi di tutti siano rivolti verso di loro e tradiscono il loro compito di condurre gli occhi di tutti a contemplare Dio. Questi scribi sono immagine di chi vive la propria esistenza cercando la propria gloria e sono rivolti solo sul versante della propria visibilità, perché tutti riconoscano la loro bravura nello stare davanti a Dio, anche se questo loro stare nel tempio è vuoto e privo di una relazione profonda con il Signore.

Gesù vive una vita che ha radice nella relazione nascosta e intima con il Padre, sta costantemente davanti a Lui e non davanti a se stesso o all’immagine che di sé fa credere agli altri. Gesù non viene e non guida gli altri mettendo una distanza legata al prestigio, ma vive nell’incontro sempre e con chiunque, privilegiando poveri e peccatori. Chi cerca la visibilità parla di un vuoto, di una mancanza di vita interiore che alla fine arriverà a rendere ridicolo anche il suo stesso modo di agire e giungerà a smascherare la falsità della sua preghiera che non è più porsi alla presenza di Dio e innanzi a lui rinnovare la propria vita. La falsità può chiuderci la via della conversione e della salvezza.

“…venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.” La vedova, che qui rapisce lo sguardo di Gesù, insieme all’orfano e allo straniero, è una delle figure di povertà per eccellenza nella Scrittura. Anche nella prima lettura troviamo una figura di vedova che incontra il profeta Elia e, pur nella sua povertà, il suo dono salverà la vita di entrambe. Non è attirando a sé o divorando ciò che hanno gli altri, ma solo donando che si entra nel centro della vita, nella sua dinamica profonda, perché Dio è dono. Il Padre stesso dimostrerà il suo amore per l’uomo donando tutto ciò che ha che è il Figlio e Gesù deporrà la sua vita perché noi potessimo avere vita in pienezza, partecipare di quella vita che è dono continuo nella sua relazione con il Padre. Potremmo quasi dire che partecipare alla sovrabbondanza della vita divina e alla pienezza dell’amore è possibile solo se si accoglie la povertà.

Chi è povero riconosce la propria debolezza e invoca colui che può salvarlo. Non dobbiamo difenderci dalla nostra povertà, o mettere in atto strategie perché gli altri coprano la nostra povertà, ma accoglierla e farne una realtà di dono.

“Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. L’antitesi sta proprio in queste due misure di dono. I primi danno ciò che è in più per loro e quindi il loro dono non parte e non tocca il cuore, è dare del superfluo, ciò che non mi coinvolge più di tanto. La vedova invece mette nel tesoro tutte le sue sostanze, o meglio, tutta la sua vita. Questa donna da tutto ciò che ha perché non c’è l’ha, perché se ne è spossessata.

Gesù sembra cogliere in questa donna che è il dono della debolezza e dell’indigenza a generare un vero dono e un vero incontro. Oltretutto la donna fa questo dono di sé in quel tempio che ormai ha perso il suo significato profondo, è stato svuotato e che Gesù stesso dirà essere ormai alla fine, alla distruzione. Per il suo cuore rivolto a Dio quella, pur nelle sue contradizioni, rimane la casa del suo Signore. Gesù a questa donna non dice nulla, Gesù non le rivolge la parola. Gesù dice agli altri: “guardate quello che lei ha fatto”, ma non dice a lei il valore di quello che ha fatto. Davanti a tutti coloro che cercavano di essere visti è solo questa donna che non vuole farsi notare che Gesù coglie e prende come esempio per il cammino di comprensione dei suoi discepoli. La vedova è tutta in quel gesto in cui ama Dio con tutto il cuore, la mente e i suoi beni. È una donna che viene dal nulla, fa un gesto che Gesù apprezza, non sente niente di quello che Gesù dice e continua nel nulla. C’è solo Gesù che la sa vedere: è questo importante. Questa vedova è sì figura di come dovrebbe essere la vita del discepolo, ma è soprattutto figura di Cristo, una specie di parabola verso ciò a cui Gesù sta andando incontro, alla sua passione che vivrà a Gerusalemme nel tempio del suo corpo. Se per Gesù quello che sta facendo la donna ha un senso, ha un senso allora anche ciò che sta compiendo e vivendo. Gesù va a morire in una assoluta incomprensione, anzi nel rifiuto del suo dono, della sua offerta. Quel gesto per Gesù ha valore come quello che sta per fare ha valore.

Gesù nell’ ultima fase della sua vita ha posto gesti che proiettano al di là della sua morte, ma ha anche saputo valorizzare intorno a lui gesti che corrispondono alla sua stessa apertura e li rilegge in legame diretto con il proprio dono. Il dono che questa vedova fa di tutta la sua vita diventa parabola dell’esistenza di Gesù che viene gettata. È irragionevole come il dono di Gesù. Dietro lo scandalo della vedova c’è lo scandalo della croce. Lo scandalo dell’irrilevanza della croce. A queste condizioni i discepoli possono comprendere il senso del donare. E dunque in questa donna che è parabola di Cristo, noi troviamo anche una parabola efficace non solo della Chiesa in senso lato, ma anche dell’umanità: tutto il bene, tutto il Vangelo vissuto nell’anonimato, e spesso anche nell’incoscienza di chi lo fa, tutto questo ha senso perché Cristo li vede. Ciò che noi facciamo, ciò che fa ogni parte della creazione ha senso se ha un senso profondo e ha senso per Dio perché Dio se lo ricorda, rimane nella sua memoria per sempre. È questo elemento relazionale e di senso che dà valore a quello che siamo e a quello che facciamo e anche a quello che siamo al di là della morte.
Clarisse di Sant’Agata