Mercoledì 14 novembre 2018
La povertà fa spesso rima con fragilità. È importante riuscire a vederla, tanto più se ci abita accanto, perché è lì che possiamo fare la differenza: evitare che simili episodi si ripetano, ma soprattutto regalare giorni migliori a chi annega nella solitudine. Un saluto e due parole sono cortesie da condividere e moltiplicare. Invece, siamo chiusi nel bozzolo delle abitudini e delle case. Ed è questo il problema: delegare è la via più facile. Agire quella più difficile. [EN  – ES  – FR  – IT  – PT]

È successo a Latisana (in provincia di Udine), poteva succedere ovunque. Una madre ha vegliato il figlio morto da giorni. Credeva dormisse. Il figlio era sulla soglia della sessantina, la madre over ottanta. Non servono altri dettagli per definirla una storia di solitudine profonda. La mamma, pure ex infermiera, vive da sola. Ha un figlio che abita a centinaia di chilometri. Per il ponte dei Santi lui era venuto a trovarla.
Questa anziana madre non abita in una via sperduta né in una casa isolata. Risiede in pieno centro, sopra un bar. Nell’ordinario dei suoi giorni deve avere ben pochi rapporti se è potuta passare una settimana senza che qualcuno l’abbia salutata, augurato il Buongiorno, chiesto Come va? Senza che nessuno abbia bussato alla sua porta. E così nessuno ha intercettato la sua lunga veglia.

Domenica 18 novembre è la Giornata mondiale dei poveri: l’ha voluta Papa Francesco. Ai poveri il nostro vescovo Giuseppe ha dedicato la lettera e l’anno pastorale. Non solo una giornata, dunque, ma un tempo lungo ci è dato per aprire occhi, orecchi e cuore: “Questo povero grida e il Signore lo ascolta” dice il messaggio del Papa. “Incontrare, ascoltare e condividere la vita dei poveri” aggiunge il Vescovo.

Si tratta, innanzitutto, di cominciare a vederli i poveri che ci circondano. E sono tanti: oltre 5 milioni secondo l’ultimo rapporto Istat. In diocesi sono circa 7mila, come emerge dalla Relazione del Centro di ascolto diocesano a cura della Caritas: 2.332 nuclei familiari, pari a 7.067 persone, di cui un terzo minori. Sono quelli a cui pensiamo: senza lavoro o con lavoro precario, famiglie numerose, persone che combattono con una malattia, che si misurano con l’handicap. Vi si aggiungono le vittime delle tante dipendenze, i separati, le mamme single con un figlio, gli anziani. E le persone sole come la mamma di questa storia.

Basta guardarsi attorno e tendere l’orecchio, ricordando che nel dolore c’è chi urla e c’è chi tace. Anche questa mamma non ha chiesto aiuto. Avrebbe saputo a chi? È rimasta lì per un tempo stimato di alcuni giorni, forse di una settimana intera, col suo bimbo ormai grande, addormentato per sempre. Confusa, sì, ma anche avvezza al pane quotidiano della solitudine.

La sua storia è emblematica: non lasciarla scolorare come le pagine del giornale che l’ha raccontata è un dovere.

La povertà fa spesso rima con fragilità. È importante riuscire a vederla, tanto più se ci abita accanto, perché è lì che possiamo fare la differenza: evitare che simili episodi si ripetano, ma soprattutto regalare giorni migliori a chi annega nella solitudine.

Un saluto e due parole sono cortesie da condividere e moltiplicare. Invece, siamo chiusi nel bozzolo delle abitudini e delle case. C’è sempre un altro a cui compete: Caritas, San Vincenzo, Servizi sociali…

La storia del Buon samaritano la conosciamo tanto che siano stanchi di ascoltarla. Ne abbiamo esperte le orecchie, più che le mani.

È andata così anche in questa vicenda: i vicini non hanno bussato alla sua porta ma telefonato al 112. Per protestare: cattivo odore sul pianerottolo.

Il messaggio che il Papa e quello del vescovo hanno dei verbi fin sul titolo. E il verbo è, per definizione da vocabolario: “Parte del discorso che indica l’azione”. Ed è questo il problema: delegare è la via più facile. Agire quella più difficile.

[SIR – Direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)]