Muri in Europa: la paura dell’immigrazione costruisce mille km di barriere

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Venerdì 23 novembre 2018
Un nuovo report di The Transnational Institute (Tni) calcola che oggi in Europa ci siano barriere anti-immigrazione, o costruite inseguendo una speranza di maggiore sicurezza, lunghe sei volte il Muro di Berlino. Ecco come è cambiata nel tempo la politica della sicurezza nel nostro Continente e come è mutato il paesaggio all'interno dell'Unione europea, nata proprio per abbattere le barriere.

Quasi mille chilometri. Sei volte tanto la lunghezza del famigerato Muro di Berlino. A tanto arrivano i muri e le barriere dentro e lungo i confini di tredici stati europei e dell’area Schengen. Lo si può scopre leggendo l’ultimo report del think tank di Amsterdam The Transnational Institute (Tni) che ha pubblicato “Building walls. Fear and securitization in the European Union” della ricercatrice Ruiz Benedicto, del centro di studi per la pace J.M Delas. A quasi 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino, l’annunciata «nuova era di cooperazione e apertura attraverso i confini» in Europa sembra essersi trasformata nel suo opposto.

«Costruzioni di paura, sia reale che immaginaria, vengono costruite dappertutto, alimentando una crescita della xenofobia e dando vita a un mondo recintato molto più pericoloso per i rifugiati in fuga», si legge nell’introduzione del report.

Muri in Europa tra Schengen e “sicurezza nazionale”

Per ripercorrere la strada delle politiche europee in materia di sicurezza e di gestione dei confini bisogna risalire a ancor prima della caduta del muro di Berlino. Più precisamente, al 1985, quando venne firmato da Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi l’accordo di Schengen per «eliminare progressivamente i controlli alle frontiere interne e introdurre la libertà di circolazione per tutti i cittadini dei paesi firmatari». Divenuta “Convenzione di Schengen” nel 1990, ha incluso altri stati, divenendo il simbolo più tangibile della costruzione europea per i cittadini dei paesi aderenti.

Altro passaggio è avvenuto all’inizio degli anni 2000 quando, con l’attacco alle Twin Towers, gli stati europei hanno adottato la dottrina della “sicurezza nazionale” sul modello americano e «sempre di più i confini diventano questioni di sicurezza» per i paesi europei e dell’area Schengen. Coerentemente con questo indirizzo, nel 2004 è nata l’Agenzia Frontex allo scopo di tenere monitorati e controllati gli accessi ai confini di terra e di mare ai paesi dell’Ue.

Foto movimento.

Muri anti migranti in Europa: nel 2012 cambiano le cose

Un’intensificazione di queste tendenze si è registrata nel 2012, quando flussi migratori più consistenti hanno interessato il continente. Se fino a quell’anno, infatti, erano solo due i muri costruiti ai confini dei paesi europei, entrambi lungo le enclave spagnole di Ceuta e Melilla, la barriera di filo spinato alta tredici piedi (4 metri) e lunga 12,5 km al confine tra Grecia e Turchia ha inaugurato una stagione nuova per i paesi europei.

Ai nuovi muri eretti dalle autorità nazionali si aggiunge, a partire dal 2012, il budget in crescita a disposizione dell’Agenzia Frontex. L’obiettivo? Frenare le migrazioni. «Costruire muri e militarizzare i confini, anche tra gli stati membri», si legge nella ricerca, «sembra essere la risposta ai movimenti delle persone che arrivano alle porte dell’Europa».

Barriere anti immigrazione: i nuovi muri dei Balcani

Ha iniziato la Grecia ma, nel giro di poco tempo, il suo esempio è stato seguito dappertutto. Iniziato nel 2013, il muro tra Bulgaria e Turchia è stato definitivamente concluso nel 2017 per una lunghezza complessiva di circa 200 km, con filo spinato, torrette presidiate da soldati e guardia di frontiera con camere a infrarossi e sensibili al calore.

Nel 2015 altri muri e barriere sono stati costruiti ai confini di stati europei, come l’Ungheria, l’Austria, la Slovenia, ed extra Ue, come la Macedonia. L’Ungheria, guidata dal primo ministro Orban, è diventata l’icona dell’Europa dei muri: lungo il confine con la Serbia corre una barriera di 150 km, quella lungo la Croazia ha una lunghezza doppia.

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L’approccio di Orban ha fatto scuola e, sempre nel 2015, per ostacolare i migranti lungo la cosiddetta “Balkan Route” è stata la Macedonia a istallare delle barriere al confine con la Grecia. Lunghe 33 km, nonostante le rassicurazioni delle autorità, hanno attirato le critiche dell’allora segretario Onu Ban Ki Moon perché rischiavano di mettere in discussione «il diritto di tutte le persone a cercare e ottenere asilo».

Nel 2015 il filo spinato è stato posizionato per 3 km anche lungo il confine tra Austria e Slovenia, presso il passaggio della zona vinicola di Spielfeld. Era la nuova via seguita dai migranti, dopo la chiusura del confine tra Ungheria e Croazia: «La recinzione è un segnale, un deterrente», ha ripetuto al New York Times il sindaco della cittadina tre anni dopo.

Belgrado – Foto: Ennio Brilli.

L’ultima barriera lungo la Balkan Route è quella tra Croazia e Slovenia, lunga quasi 200 km e istallata, sempre nel 2015, per bloccare, indirizzare secondo la versione delle autorità, il flusso dei migranti.

Calais, Ceuta e Melilla: muri contro l’immigrazione

Oltre ai Balcani, nuovi muri sono sorti anche in Europa occidentale. Come quello intorno al porto di Calais, in Francia. Per ora, è l’unica barriera eretta all’interno della Ue e l’obiettivo è sempre lo stesso: controllare gli accessi e impedire il passaggio dei migranti.

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Fin dagli anni ’90, questa stessa funzione ce l’hanno anche gli alti muri lungo il confine delle enclave spagnole di Ceuta e Melilla, che hanno anticipato un paradigma esportato in tutta Europa. In termini sia di violenza sia di pratiche messe in atto, diventando un «altro esempio delle conseguenze che può avere un approccio violento, restrittivo e orientato alla sicurezza alle politiche migratorie», come denunciato a settembre da alcune organizzazioni.

Le barriere anti migranti nei paesi baltici

La questione migratoria e il difficile rapporto con il potente vicino russo, invece, sono i due motivi che hanno spinto i paesi baltici a militarizzare i confini. Se le motivazioni possono variare, il risultato è sempre lo stesso. Un muro “anti-migranti” di 20 km è stato completato tra Lettonia e Russia, mentre altri 90 km sono programmati per il prossimo anno.

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Decisioni simili sono state prese sia dal governo estone sia da quello lituano, decisi a costruire barriere e muri al confine con la Russia: di 110 km in totale nel primo caso, di 44 km nel secondo.

Muri in Europa: il caso della Norvegia

Decisamente più ridotta, a tal punto da scatenare il sorriso, è la barriera di 200 metri per quattro eretta dalla Norvegia al confine con la Russia presso Storskog. Costruita nel 2016, è la testimonianza perfetta, sostiene il rapporto, dell’insufficiente e poco lungimirante risposta dei paesi europei di fronte alle sfide poste dai flussi migratori.

Il costo umano delle migrazioni

Come si legge nel documento pubblicato dal Tni di Amsterdam, «i muri e le misure per controllare i flussi migratori non li hanno bloccati, ma li hanno ridefiniti: i migranti infatti sono costretti a scegliere percorsi più lunghi e più pericolosi», con costi più alti e con rischi più grandi alla vita delle persone coinvolte.

Più di 30 mila sono le persone che dal 1990 hanno perso la vita, cercando di raggiungere l’Europa via mare o via terra. A 30 anni dalla caduta del muro di Berlino, il costo umano delle barriere, sempre più lunghe e sempre di più in un’Unione europea, nata per abbatterle, continua a essere alto.
[Alessandro Pirovano – Osservatorio Diritti]