Martedì 27 novembre 2018
Testimonianze dirette e diversi rapporti confermano il ruolo centrale del paese nordafricano nel commercio di organi umani che ha per vittime i migranti. Una tratta conosciuta e già più volte denunciata, per estirpare la quale nulla, o ben poco, è stato fatto. “Alcune settimane fa ai bordi di una strada del quartiere Sheikh Zayed, parte dell’area urbana della grande Cairo, fu trovato il corpo di una donna africana orrendamente squartato e mutilato. Il sito che riportava la notizia... rimandava con sicurezza al traffico di organi”. [Bruna Sironi – Nigrizia]

Alcune settimane fa ai bordi di una strada del quartiere Sheikh Zayed, parte dell’area urbana della grande Cairo, fu trovato il corpo di una donna africana orrendamente squartato e mutilato. Il sito che riportava la notizia era scarno di informazioni ma la identificava come sudanese e rimandava con sicurezza al traffico di organi.

La donna era profuga, scappata dalla zona di Abyei, madre sola di tre figli piccoli, ha raccontato in una chiacchierata un amico della comunità sudanese residente al Cairo, in condizione di anonimato. Lavorava come domestica ad Alessandria ed era scomparsa dodici giorni prima del ritrovamento del suo cadavere. La fonte ha aggiunto che in Egitto i sudanesi, soprattutto se vulnerabili socialmente e legalmente, come i profughi e i richiedenti asilo, scompaiono quotidianamente. Proprio in questi giorni la comunità dei sudanesi di Abyei sta cercando notizie di un giovane che si teme abbia fatto la stessa fine della donna. Anche l’amico intervistato ha puntato il dito immediatamente su bande molto ben organizzate di trafficanti di organi e ha aggiunto che il fenomeno è ben conosciuto.

Risale al 2011 una ricerca dell’organizzazione americana Coalition for Organ-Failure Solutions (COFS) che si occupa di soluzioni etiche per il trapianto di organi, che non sfruttino i gruppi sociali svantaggiati. Il titolo, del documento, “Sudanese victims of organ trafficking in Egypt” (Vittime sudanesi del traffico di organi in Egitto), non lascia adito a dubbi. La ricerca si basa su interviste a 57 persone, di un’età compresa tra gli 11 e i 36 anni, cui sono stati asportati forzatamente organi e che sono sopravvissute all’espianto. 39 provenivano dal Darfur, 26 erano donne e 5 bambini. Parecchie tra le donne hanno detto di essere state anche costrette a prostituirsi prima che venisse loro sottratto un organo, generalmente un rene, espiantato senza il loro consenso. Diversi avevano lo stato di rifugiato, altri erano richiedenti asilo e altri ancora non avevano documenti legali per risiedere in Egitto. Alcuni hanno affermato di essere stati a lungo detenuti, per impedire che raccontassero la propria esperienza. Erano tornati liberi durante i disordini della primavera araba.

Non solo i sudanesi sono vittime del losco traffico. In Italia, il settimanale L’Espresso anni fa pubblicò un servizio e una serie di foto raccapriccianti di migranti eritrei, squartati mentre erano in mano ai trafficanti nel Sinai. Le foto, e la notizia, erano così scioccanti che molti pensarono che fosse una fabbricazione giornalistica e si disse che era molto improbabile, se non impossibile, che ci fosse nella zona la possibilità logistica e tecnica di espiantare e trapiantare organi. Vittime altrettanto frequenti sono i somali, dei quali sono state raccolte testimonianze e immagini molto simili a quelle riportate sopra.

Ma basta fare una veloce ricerca e per scoprire che questo genere di informazioni è frequente. Testate prestigiose, come la britannica Reuters e il quotidiano israeliano Haaretz tra le altre, hanno pubblicato articoli molto precisi e preoccupanti proprio sulla situazione in Egitto, paese definito centrale di questo traffico. In Egitto, dove il commercio di organi anche tra persone consenzienti è proibito, la situazione è ben nota anche alle autorità. In un articolo dello scorso luglio, Reuters informa che il tribunale criminale del Cairo ha condannato 37 persone per accuse connesse. Erano parte di una banda di medici, infermieri e procacciatori di vittime e clienti. Erano stati arrestati nel 2016 nel corso di un’inchiesta presso cliniche e ospedali privati, molti dei quali con regolare licenza. Nell’operazione erano stati sequestrati anche milioni di dollari.

Il 22 settembre scorso Haaretz ha pubblicato un reportage, proprio dal Cairo dal titolo: “Illegal organ harvesting is rampant in Egypt, and refugees are the main target” (L’espianto di organi è rampante in Egitto e i rifugiati sono l’obiettivo principale). Vi si dice anche che le bande criminali controllano le strade dei quartieri dove i rifugiati africani vivono in cerca di vittime e per spaventare con metodi mafiosi i sopravvissuti affinché non parlino. Molti di loro vivono nella paura, nella vergogna e nell’isolamento anche all’interno della loro comunità, perché vendere un organo è peccato per i musulmani e nessuno potrebbe credere che è stato loro espiantato contro la loro stessa volontà.

Nell’articolo si identificano tre modi in cui si arriva al furto di un organo: con il rapimento della vittima, durante il ricovero in ospedale per cure diverse e attraverso contatti con i trafficanti di esseri umani che assicurano un viaggio comodo e senza pericoli verso la capitale egiziana. Il nodo principale di questa catena si troverebbe a Khartoum. Il losco affare è ormai talmente diffuso che le comunità di profughi africani al Cairo vivono in uno stato di perenne insicurezza. Tra loro si raccomandano di non muoversi da soli, di controllare sempre i bambini, di non fidarsi di nuovi amici di cui non si conosce bene la storia e la provenienza.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità già otto anni fa aveva classificato l’Egitto tra i cinque paesi dove il traffico illegale di organi è più diffuso. Ma a quanto pare nulla, o ben poco, è stato fatto per estirparlo. Anzi, con l’aggravarsi della crisi migratoria e il restringersi delle forme di protezione per i migranti, il crimine sembra aver messo radici anche più solide e profonde.
[Bruna Sironi – Nigrizia]