Matteo Ferrari: “L’Avvento nelle parole di Gesù”

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Domenica 2 dicembre 2018
Ogni anno la liturgia della Chiesa ci propone un tempo nel quale la parola chiave è “venuta”: l’Avvento. In questo tempo dell’anno liturgico sentiamo risuonare spesso l’invocazione «Vieni, Signore!», parliamo di una venuta passata, presente e futura del Signore, celebriamo poi, nel tempo di Natale, la sua venuta nella carne e nella storia dell’umanità. Ma quale significato ha la venuta del Signore?

Ogni anno la liturgia della Chiesa ci propone un tempo nel quale la parola chiave è “venuta”: l’Avvento. In questo tempo dell’anno liturgico sentiamo risuonare spesso l’invocazione «Vieni, Signore!», parliamo di una venuta passata, presente e futura del Signore, celebriamo poi, nel tempo di Natale, la sua venuta nella carne e nella storia dell’umanità. Ma quale significato ha la venuta del Signore? Ci potrebbero essere molte prospettive per rispondere a questa domanda. Tuttavia, ce n’è una alla quale pensiamo forse più raramente. Quella di lasciarci dire da Gesù stesso il senso della sua venuta.

Nella Lettera a Tito, nel brano che leggiamo nella notte di Natale (Tt 2,11-13), l’autore afferma che «la grazia di Dio» si è manifestata «per insegnarci a vivere in questo mondo con sobrietà, giustizia e con pietà», riassumendo in modo molto efficace il senso della venuta nella storia e nella carne umana del Figlio di Dio.

Gesù è venuto per insegnarci a vivere una vita umana piena, per far risplendere ai nostri occhi il sogno di Dio sulla nostra esistenza e su quella dell’intera umanità.

Tuttavia, nei Vangeli spesso è Gesù stesso a dirci perché egli è venuto, qual è il senso della sua missione di “narratore” del volto di Dio (cf. Gv 1,18).

Proviamo, quindi, a ripercorrere il Vangelo di Matteo per lasciarci dire da Gesù stesso il perché del suo Avvento e della sua incarnazione. Tutti i Vangeli presentano delle affermazioni in cui Gesù parla della sua venuta. Tuttavia, il Primo Vangelo ci permette di elencare tre tratti principali dalla venuta di Gesù che possono essere particolarmente significativi.

Nel Vangelo di Matteo, infatti, possiamo individuare tre ambiti in riferimento ai quali Gesù afferma il significato della sua venuta: il rapporto con la parola di Dio; la relazione con i peccatori e con l’umanità intera; il rapporto con le logiche del mondo e con la contrapposizione che l’annuncio della vicinanza del regno di Dio può suscitare.

Sono venuto per confermare

Innanzitutto – ed è un tratto fondamentale del Primo Vangelo – Gesù afferma di non essere venuto ad abolire/distruggere la Torah/Legge e i Profeti, ma a portarli a compimento e a confermarli (Mt 5,17). Per Torah/Legge e Profeti possiamo intendere la parola di Dio, attraverso la quale egli comunica la sua volontà. Si tratta indubbiamente della Scrittura nelle due prime parti del canone ebraico, la Legge e i Profeti. Innanzitutto, Gesù è venuto quindi in rapporto a Dio e alla sua volontà, che si comunica agli uomini e alle donne attraverso le Scritture.

C’è un legame profondo tra questa affermazione e il concetto di giustizia presente nel Vangelo di Matteo. La giustizia, infatti, non è principalmente di carattere giuridico o sociale, ma consiste nel fare la volontà di Dio. Gesù stesso interpreta il suo ministero come «compimento della giustizia», nel suo dialogo con Giovanni Battista al momento del battesimo nel Giordano (Mt 3,15). Non a caso troviamo qui il medesimo verbo pleroo (compiere) che si trova in Mt 5,17 a proposito della Torah e dei Profeti.

Si tratta di un primo dato fondamentale. Gesù è venuto all’interno di una storia di salvezza, nella storia di un popolo, nella quale Dio cerca di comunicare se stesso a Israele e all’umanità intera. Il Dio della Bibbia, delle Scritture ebraiche, è colui che è «il Dio con noi», fin dall’inizio e che in Gesù porta alle estreme conseguenze questa sua volontà di comunicazione e di donazione.

Gesù, quindi, innanzitutto è venuto per manifestare, per rivelare, questo volto di Dio. Il Vangelo di Matteo si apre e si chiude proprio con l’espressione «con noi/voi» (Mt 1,23; 28,20). Tutto il Primo Vangelo vuole annunciare che in Gesù si manifesta, in continuità e conformità con le Scritture, il volto di Dio «come Dio con noi». Egli è l’Emmanuele (Mt 1,23).

Questa affermazione centrale, che risuona più volte nella liturgia dell’Avvento e del Natale, non è un dato che riguarda unicamente i racconti dell’infanzia, come a volte si potrebbe ritenere. È invece un tratto che caratterizza tutto il ministero di Gesù, del quale diviene come una chiave interpretativa irrinunciabile. È un altro modo di affermare quanto annuncia Giovanni nel prologo del suo Vangelo attraverso l’espressione «il Verbo si è fatto carne» (Gv 1,14).

Sono venuto per dare la vita

Una seconda motivazione che Gesù dà alla sua venuta e alla sua missione, riguarda i peccatori e, in generale, l’intera umanità. Innanzitutto, in riferimento ai peccatori egli afferma: «Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13). Siamo nel contesto della chiamata di Matteo il pubblicano e della comunione di mensa con i peccatori, che i farisei contestano, come comportamento inadeguato per un credente osservante della Torah.

Il tema, quindi, non sembra discostarsi dall’osservanza/compimento della Legge, di cui abbiamo parlato sopra. Si potrebbe quasi dire che qui ci troviamo davanti ad una conseguenza dell’affermazione generale che abbiamo visto a riguardo dell’osservanza della Torah e dei profeti e non al loro annullamento.

È un esempio concreto per spiegare che cosa significa che Gesù non è venuto ad abolire la Legge e i Profeti. Infatti, Gesù introduce le sue parole di risposta alle critiche dei farisei – gli uomini religiosi dell’epoca, ma rivolgendosi ai credenti di ogni tempo – con una citazione del profeta Osea (Os 6,6): «Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici».

Se, per giustizia, intendiamo – come abbiamo affermato in precedenza – adesione alla volontà di Dio e alla sua Parola, Gesù è venuto per coloro che non aderiscono a Dio, cioè i peccatori, i lontani. Attraverso di lui i peccatori, tutti i lontani, possono trovare una strada per ritornare a Dio e alla comunione con lui. In Gesù si rivela il volto di un Dio di misericordia che vuole essere non solo «con i giusti», ma anche «con i peccatori»; che non può sopportare nessuna lontananza da lui. Il Dio di Gesù non è solo «il Dio con noi», ma egli è il Dio che «vuole essere con tutti».

Nella medesima prospettiva troviamo in Mt 20,28 (con il parallelo di Mc 10,45) un’affermazione più ampia che riguarda, in generale, il rapporto di Gesù nei confronti dell’umanità intera, alla quale egli è inviato: «Il Figlio dell’uomo, non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Il contesto di queste parole è un insegnamento di Gesù ai suoi discepoli sulla sequela. Gesù è venuto per servire e per riscattare, attraverso la sua vita, la vita di ogni uomo e di ogni donna. Egli è venuto a «riscattare la vita», da ogni disumanizzazione; a far risplendere la vita umana nella sua integrità così come Dio l’ha sognata.

Questo “riscatto” della vita Gesù lo realizza attraverso il dono di sé. È nella vita vissuta come dono che la vita umana si riscatta. Gesù lo ha già affermato in un altro passo del Vangelo di Matteo che, in qualche modo, costituisce il centro del suo annuncio: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,25). La vita umana viene “riscattata” dal dono, viene invece distrutta quando la si vive per se stessi.

Il contesto di questo detto aggiunge una sfumatura ulteriore. Questa non è solamente la missione di Gesù, ma è anche quella dei suoi discepoli e delle sue discepole. Gesù afferma che c’è un legame inscindibile tra la sua missione e la vita di coloro che si sono messi alla sua sequela. La missione della comunità dei discepoli di Gesù è il prolungamento di quella del loro maestro.

L’avvento/venuta di Gesù tocca la vita di coloro che hanno accolto la sua parola, tanto che in lui e sul suo volto essi dovrebbero riconoscere la verità di loro stessi e della loro missione nel mondo. Anch’essi sono chiamati a “riscattare” la vita, vivendo come il loro maestro, nella logica del dono e del servizio.

Sono venuto a portare la spada

Infine, nel Vangelo di Matteo troviamo un’altra affermazione di Gesù a riguardo della sua venuta. Forse è quella che ci lascia più sgomenti e alla quale meno siamo abituati a pensare. Gesù afferma di non essere venuto a portare la pace, ma la spada: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» (Mt 10,34-36).

Nel Natale noi cantiamo Gesù come principe di pace. Tuttavia, egli qui afferma di portare spada e divisione, perfino nell’ambito che noi sogniamo maggiormente segnato dall’armonia e dalla concordia, come quello delle relazioni familiari. Forse qui Matteo ha sotto gli occhi la situazione concreta della sua comunità, nella quale l’adesione al Vangelo da parte di alcuni aveva provocato profonde lacerazioni anche all’interno delle famiglie stesse.

Se possiamo pensare ad una situazione concreta della comunità del tempo di Matteo, tuttavia questo è un dato che riguarda la missione di Gesù in generale: egli è venuto a provocare un discernimento, una divisione, tra coloro che accolgono il suo messaggio e coloro che lo rifiutano. Accogliere la logica del Vangelo significa andare incontro a rifiuto e contrapposizione. In questo senso Gesù è venuto a portare divisione. Davanti a lui non si può rimanere nel compromesso tra logiche di vita e logiche di morte; tra il vivere per se stessi e il vivere per gli altri.

La divisione di cui si parla non riguarda tanto un’adesione istituzionale e formale ad un gruppo umano, ma la necessità di prendere posizione davanti al male e all’ingiustizia, a tutte quelle logiche che appartengono alla durezza del cuore umano e che si contrappongono a Dio e alla sua volontà di vita.

«Sei tu colui che deve venire?»

Al termine di questo breve percorso, che ci ha condotto a lasciarci dire da Gesù stesso il senso della sua missione e della sua venuta, anche noi potremmo fare nostra la domanda di Giovanni Battista: «Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,2-16).

I tratti del senso della sua venuta, che Gesù delinea con le sue parole nel Vangelo di Matteo, ci possono condurre, nel tempo di Avvento e di Natale che ci sta davanti, a dare una risposta a questa domanda per la nostra vita di credenti.

Contemplare il mistero della venuta del Figlio dell’uomo, allargando lo sguardo all’intero Vangelo e non fermandoci unicamente ai racconti dell’infanzia, che ascolteremo proclamati nella liturgia dell’Avvento e del Natale, può dare all’attesa un volto maggiormente legato alla nostra concreta esistenza e alle esigenze della sequela del Signore. Anzi, rileggere gli stessi racconti dell’infanzia alla luce delle affermazioni di Gesù riguardo al senso della sua venuta, può gettare una nuova luce su questi testi così ricchi e profondi, già illuminati dal mistero pasquale di passione, morte e risurrezione.
[Matteo Ferrari – settimananews]
Sabato 1 dicembre 2018

Avvento e conversione
(Matteo Ferrari monaco camaldolese)

RIFLESSIONE per il TEMPO LITURGICO di AVVENTO

A partire dai testi biblici e liturgici vengono presentati i tratti caratteristici della spiritualità del tempo di Avvento. Per poterla vivere è necessaria una “conversione” capace di trasformare lo sguardo interiore dell’uomo affinché sappia percepire e accogliere la “novità di Dio”. Le celebrazioni del tempo di Avvento sono caratterizzate dal colore liturgico viola (o violaceo), come per la Quaresima. Questa affinità tra i due tempi liturgici nell’uso del colore per i paramenti lascia intendere anche una somiglianza tra questi due periodi dell’anno liturgico. Spesso si parla, forse con troppa enfasi, dell’Avvento come tempo penitenziale, proprio come per la Quaresima. Se da una parte non è corretto ridurre l’Avvento a una “seconda Quaresima”, dal momento che la natura di questi due tempi liturgici è differente, tuttavia si può parlare di una “conversione” propria di questo tempo liturgico che emerge dai testi eucologici (le preghiere) e dalle letture bibliche del Lezionario. Proviamo allora a ripercorrere i testi liturgici dell’Avvento per fare emergere qual è la “conversione” che questo tempo liturgico vuole generare nella vita personale e comunitaria dei credenti.

IL SIGNORE STESSO VI DARÀ UN SEGNO (Is 7,14)

Il primo tratto della “conversione” che la celebrazione dell’Avvento genera nella Chiesa lo possiamo vedere dalla parte di Dio. È un aspetto fondamentale: non c’è conversione che non abbia in Dio la sua origine e la sua forza. Leggendo le prime letture di questo tempo liturgico, tratte dal libro del profeta Isaia, notiamo che esse sono abitate da una attesa e attraversate da un gioioso annuncio. L’attesa di un’opera meravigliosa, di una fioritura inattesa, di un banchetto ricco di vivande, di un ritorno da terre lontane che sarà reso possibile solo grazie a un intervento di Dio; l’annuncio gioioso che tale intervento ormai è imminente e tutti devono essere pronti per poterlo accogliere. Isaia, annunciando il banchetto che alla fine dei giorni vedrà riunirsi a Gerusalemme ogni popolo, afferma che sarà Dio stesso a preparare una mensa «di grasse vivande… di vini eccellenti e cibi succulenti» (Is 25,6). Da questa opera di Dio nasce la lode da parte del popolo: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato, perché ci salvasse! Questi è il Signore, abbiamo sperato in lui, esultiamo e rallegriamoci della sua salvezza!» (Is 25,9).

Sempre Isaia afferma che Dio stesso porterà la vita là dove sembra esserci ormai solo morte. È lui e non l’impegno dell’uomo a trasformare il deserto in giardino. L’immagine è molto suggestiva. Il deserto infatti è luogo nel quale l’uomo, almeno nell’antichità, non poteva portare la vita, non poteva coltivarlo e renderlo fertile… il deserto fioriva solamente, quasi per miracolo, quando cadevano le piogge primaverili. Allora avveniva, e avviene ancora oggi, una esplosione di vita, una fioritura di mille colori. Ma questa fioritura incredibile e meravigliosa l’uomo non la può controllare, non è lui a provocarla. Questa immagine serve a Isaia per parlare dell’azione di Dio, della salvezza che l’uomo sperimenta come “dono” e non come “conquista”. In Is 41,18 Dio afferma: «Sui colli brulli farò scaturire torrenti e sorgenti in mezzo alle valli. Renderò il deserto un lago d’acqua e la terra arida una fontana».

Anche nelle preghiere liturgiche dell’Avvento troviamo questo “volto” della conversione. Innanzitutto esso emerge dalla invocazione insistente e fiduciosa che dà il tono a tutto questo tempo liturgico. In esso la Chiesa alza a Dio il suo “grido” perché essa sa che la novità della vita può venire solo per grazia. Ma questo aspetto viene anche più volte esplicitato nei testi delle preghiere della liturgia. Ad esempio, nella colletta del mercoledì della I settimana, la Chiesa prega: Dio grande e misericordioso, prepara con la tua potenza il nostro cuore a incontrare il Cristo che viene. È Dio che “con la sua potenza” deve preparare il cuore dei credenti ad accogliere la venuta di Cristo. Il cuore è come quel “deserto” che solo Dio può irrigare con torrenti e far fiorire.

A partire da questo primo tratto del volto della conversione che i testi biblici e liturgici dell’Avvento disegnano, occorre mettere da parte ogni tono moralistico, che spesso purtroppo costituisce una stonatura nelle omelie e nella catechesi sull’Avvento. L’Avvento non è innanzitutto il tempo in cui io faccio qualcosa per accogliere Dio, ma è tempo di grata contemplazione e accoglienza dell’opera di Dio, che compie una cosa nuova. L’Avvento è il tempo per “accorgersi” di questa novità: Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? (Is 43,19).

IL GIORNO È VICINO (Rm 13,12)

Altro tratto che i testi biblici e liturgici dell’Avvento ci consegnano della conversione è quello della “vigilanza”. Con questo invito insistente si apre il tempo di Avvento nel brano evangelico della I domenica (anno A): Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà (Mt 24,42). È un invito, quello alla vigilanza, che ha già caratterizzato le ultime domeniche del Tempo ordinario, segnate profondamente dal tema escatologico. Questo secondo tratto della conversione dell’Avvento è la conseguenza più diretta del primo, cioè dell’annuncio che Dio è sul punto di operare una cosa nuova, di rinnovare il mondo con la sua presenza. La vigilanza in fondo è proprio questo: farsi attenti ai segni di novità che abitano la storia. La vigilanza è quindi innanzitutto una “conversione dello sguardo”, del nostro sguardo sul mondo, sulla storia, sulla nostra vita. Occorre saper scorgere quella novità – tema che riprenderemo in seguito – che germoglia e fiorisce nella storia dell’umanità, spesso rassegnata a vedere solamente segni di morte. Un bel testo liturgico dell’Avvento – il prefazio I/A Cristo Signore e giudice della Storia – afferma che “ora” Cristo «viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo». La vigilanza consiste, secondo questo testo, nel saper discernere questa venuta che abita la storia. La vigilanza ci invita a scorgere una “storia in attesa”… la storia dell’umanità che non è più vista con uno sguardo rassegnato e deluso, come se tutto su di lei fosse stato già detto. L’Avvento ci invita invece a pensare alla storia dell’umanità come a una storia in perenne attesa di una visita… una visita che si è già realizzata negli eventi della storia della salvezza e nella incarnazione del Figlio di Dio, ma che attende un compimento che proprio nella venuta storica di Cristo, che sarà celebrata nel tempo di Natale, ha il fondamento della sua certezza.

Sono molti i testi liturgici dell’Avvento che fanno riferimento alla realtà della vigilanza. Nel giovedì della II settimana la colletta chiede che Dio risvegli i cuori del suo popolo perché «possa preparare le vie dell’Unigenito». Ancora la colletta del venerdì della medesima settimana prega affinché «illuminati dalla sua parola (del Figlio) di salvezza, andiamo incontro a lui con le lampade accese». È chiaro il riferimento al brano evangelico di Matteo (Mt 25,1-13) che sarà letto nella liturgia della XXXII domenica del Tempo ordinario (anno A). Tutto l’anno quindi per il cristiano – l’inizio dell’Avvento e la fine del Tempo ordinario – è racchiuso in questa “cornice” di tempo in attesa di un incontro, illuminato dalla speranza.

La vigilanza ha come conseguenza nella vita dei credenti anche un diverso rapporto con la realtà. I testi liturgici dell’Avvento non dimenticano di sottolineare anche questa dimensione. Infatti il sapere che si vive in una storia non rinchiusa nei ristretti confini del presente e non incatenata a un passato senza futuro fa necessariamente cambiare il rapporto con le cose, con gli uomini e le donne e con Dio. Nella preghiera dopo la comunione della seconda domenica, la liturgia prega perché coloro che hanno partecipato all’eucaristia sappiano «valutare sapientemente le realtà terrene e aderire a quelle celesti».

In questo senso l’Avvento diventa il tempo nel quale «testimoniare nell’amore la beata speranza del Regno» (prefazio dell’Avvento I/A). La celebrazione dell’Avvento non è così un momento in cui dimostrare un impegno particolare, ma il tempo nel quale si manifesta un tratto permanente e fondamentale della vita cristiana: la speranza e l’attesa dell’incontro ultimo con il Salvatore. L’Avvento manifesta che la vita cristiana autentica è quella che sa interpretare la storia dell’umanità e la storia personale a partire dal suo compimento.

ECCO, FACCIO UNA COSA NUOVA (Is 43,19)

Un tratto della conversione dell’Avvento, spesso dimenticato ma in realtà molto presente nei testi liturgici, è quello del fiorire di una vita nuova che si contrappone all’abbandono di una vita vecchia che va inesorabilmente verso la morte. L’Avvento diventa celebrazione della novità che Dio può operare nella storia e cammina verso la celebrazione della novità più radicale che la storia dell’umanità possa immaginare, cioè l’incarnazione del Verbo. L’Avvento è il tempo della conversione al nuovo e all’inedito. Se la vigilanza dice che la storia dell’umanità è una storia in attesa, l’apertura alla novità afferma che tale storia non è condannata al già detto e al già visto, ma può lasciarsi sorprendere dalla novità e dall’inedito.

Sono molti i testi liturgici che toccano questo tema. Alcuni provengono dal Sacramentario Leoniano (VE 1334; 1338) e testimoniano l’esistenza nell’antica liturgia romana di un tempo, collocato nell’ultima parte dell’anno, con un chiaro sapore escatologico. Questo tempo, mentre nella stagione invernale tutto sembrava andare verso la morte, era dominato dal tema del rinnovamento della vita. In uno di questi testi liturgici la Chiesa prega affinché, grazie alla presenza del Figlio, i credenti non siano più contaminati «da alcun contagio di vecchiezza» (colletta del martedì della I settimana). In un altro testo si afferma che Dio ha mandato nel mondo il suo Unigenito «per liberare il genere umano dalla sua condizione di vecchiezza» (colletta del sabato della I settimana). Sulla base di questo intervento di Dio, la Chiesa può ora pregare di poter giungere «al premio della vera libertà». Infine nella colletta del martedì della III settimana si afferma che la venuta dell’Unigenito ha reso i credenti “nuova creatura” e si chiede che oggi siano purificati «da ogni macchia di vecchiezza».

Questa dimensione del rinnovamento della vita e della eliminazione di tutto ciò che è vecchio avrà il suo compimento nei «cieli e terra nuova» che sorgeranno nel giorno tremendo e glorioso in cui il Cristo «Signore e giudice della storia apparirà sulle nubi del cielo rivestito di potenza e splendore» (prefazio I/A). «Cieli nuovi e terra nuova» (Ap 21,1) sono l’immagine della novità radicale che attende la storia dell’umanità.

L’Avvento allora diventa il tempo nel quale la Chiesa è “educata” alla novità, a quella vera e profonda novità che, a volte anche in modo inconsapevole, tra ferite e contraddizioni, essa porta nel suo annuncio attraverso la storia di ogni epoca. La Chiesa viene educata dal suo Signore a non temere la novità, perché proprio nella novità si manifesta la sua venuta e si realizzerà l’incontro definitivo con lui, lo Sposo che giunge nel cuore della notte. Ma l’Avvento è anche “educazione” per ogni credente a aprirsi alla novità dell’altro, invito sempre attuale a saper scorgere la novità che si nasconde in ogni persona e a non aver timore. Anche nella “novità dell’altro” – come afferma il prefazio I/A (ora egli viene incontro a noi in ogni uomo…) – si trova il “sacramento” dell’incontro con Dio.

SULLA VIA DEI SUOI PASSI LA GIUSTIZIA (Sal 84,14)

Infine l’ultimo tratto della conversione dell’Avvento che i testi biblici e liturgici fanno emergere è la giustizia. Una dimensione fondamentale della spiritualità dell’Antico Testamento. Nella Bibbia la “giustizia” è la relazione retta con Dio e con il prossimo. Il giusto è l’uomo realizzato in pienezza, colui che è capace di instaurare relazioni “positive” con Dio e con in suoi simili. Nei testi biblici dell’Avvento, soprattutto nelle letture tratte da Isaia, si annuncia la fioritura della giustizia in corrispondenza alla venuta di Dio per la salvezza del suo popolo. È Dio stesso che si fa “apripista” nella costruzione di relazioni rette e sulla via della “giustizia” si lascia incontrare dall’uomo. I testi biblici e liturgici sanno che anche la giustizia non è una conquista dell’uomo, ma che è Dio a percorrere per primo quella via per rendere l’uomo capace di seguirlo.

Nella colletta della I domenica si prega perché Dio doni ai suoi fedeli «la volontà di andare incontro con opere giuste al Cristo che viene». Nella colletta del sabato della II settimana si prega perché «si manifesti che siamo figli della luce». Cioè nella vita giusta si manifesta la verità della vita dei credenti. La “giustizia” è la conseguenza e non il presupposto dell’incontro con il Signore. Infine nella orazione dopo la comunione del 22 dicembre si prega affinché la forza ricevuta dalla celebrazione ci permetta di «incontrare sulla via della giustizia il Salvatore che viene».

Il tempo di Avvento diviene così il luogo nel quale si è educati alla vera giustizia. Quella che si affaccia dal cielo (Sal 85,12) e che attrae l’uomo verso relazioni vere e rette. L’Avvento è il tempo in cui siamo salvati da ogni pretesa volontaristica, ma anche rinviati ad un impegno autentico e radicale affinché si manifesti ciò che siamo, cioè figli della luce.

LA NUOVA NASCITA

Questi tratti della conversione dell’Avvento che abbiamo cercato di raccogliere a partire dai testi biblici e liturgici possono indicarci qual è la spiritualità di questo tempo liturgico. Dai testi liturgici e dai testi biblici infatti dobbiamo sempre partire per dare forma alla nostra preghiera, alla pastorale e alla catechesi nei vari tempi dell’anno liturgico. Il tempo di Avvento ci guida a rinnovare il nostro sguardo per saper discernere l’azione di Dio; per saper credere in una storia in attesa di un incontro; per saper cogliere i segni di novità che sono presenti intorno a noi e nella storia dell’umanità; per saper camminare sulla via della giustizia (Mt 21,32) che per noi ha inaugurato (Eb 10,20) il Giusto (At 7,42), Cristo Gesù.

È la «nuova nascita di Cristo» di cui parlano alcuni testi liturgici (cf. colletta del 18 dicembre). Non si tratta di una nuova nascita di Cristo nella carne. Quell’evento è accaduto una volta per tutte nella storia. Non si parla nemmeno di uno sterile, anche se commovente, ricordo. La «nuova nascita del Cristo» oggi è quella che si realizza nella “carne” della Chiesa e in ogni credente. Infatti, come afferma Origene, «a che serve dire che Gesù è venuto soltanto nella carne che ha preso da Maria e non mostrare che è venuto anche nella mia carne?».
Matteo Ferrari 
monaco di Camaldoli