Lunedì 3 dicembre 2018
L’indice che misura l’impegno dei governi per la riduzione delle ineguaglianze, evidenzia lentezze e difficoltà che affrontano i paesi del continente nel limare le sempre maggiori disparità in ambito sociale, economico, lavorativo e di genere. Con la Nigeria in ultima posizione. Nella foto: una vista di Alexandra, o Alex, la baraccopoli che confina con i grattacieli del ricco sobborgo di Sandton a Johannesburg, in Sudafrica. Alexandra, chiamata “Gomorra” da chi ci vive, è una delle aree urbane più povere del paese. (theconversation.com / Reuters, Juda Ngwenya). [Anna Loschiavo – Nigrizia].

Recentemente Oxfam, nota confederazione internazionale di organizzazioni non governative, e il Development Finance International Group (DFI), gruppo no-profit che opera nell’ambito della consulenza su sviluppo, investimenti e finanze, hanno lavorato sulla revisione del CRI, (Commitment to Reducing Inequality) l’indice che misura il livello di impegno dei governi di 157 paesi del mondo, nella riduzione delle diseguaglianze.

Il report evidenzia l’ennesima sconfitta per i paesi africani: Madagascar, Sierra Leone, Chad, e Nigeria, in ultima posizione, sono tra i dieci paesi peggiori. L’obiettivo di riduzione delle ineguaglianze è parte del programma Sustainable Development Goals 10, lanciato nel 2015 dalle Nazioni Unite, che fissa degli importanti risultati da raggiungere entro il 2030. L’anno scorso è stato dunque elaborato il primo CRI, composto di tre “aree politiche” chiave – spesa sociale, tassazione e lavoro -, quest’anno revisionato con l’aggiunta di due voci all’interno dei tre indicatori: evasione fiscale e violenza di genere.

Esaminando i dati nelle tre aree, i paesi del Nord Europa occupano posizioni di vertice, con la Danimarca in testa. Stando invece ai dati che riguardano i paesi africani, i sei Stati con il CRI più basso sono Repubblica del Congo, Benin, Guinea-Bissau, Niger, Burundi e Repubblica democratica del Congo (Rd Congo), sebbene in tutti e tre gli ambiti, complessivamente, anche l’Africa abbia fatto progressi nel 2017, rispetto agli anni precedenti.

Spesa pubblica

Guinea, Mauritania, Angola e Liberia sono stati i più virtuosi nell’aumento della spesa pubblica. Guinea e Liberia insieme con Camerun e Namibia sono anche i paesi in cui la spesa a sostegno dell’istruzione è aumentata, in media, di un punto percentuale: dal 14,7 al 14,8%. Altri esempi rilevanti sono il Lesotho, enclave del Sudafrica, che indirizza il 14% del budget nazionale all’istruzione e il 12% alla sanità, e l’Etiopia in cui la spesa da investire nell’educazione ha visto un piccolo aumento lo scorso anno, dal 22 al 23%. La spesa nella sanità è invece generalmente aumentata dal precedente 10,36% al 10,6%, con un incremento significativo soprattutto in Niger. La Rd Congo è al contrario il paese che ha tagliato, più degli altri, la spesa sociale.

Tasse

Per quanto riguarda l’area tassazione, Burkina Faso e Senegal hanno stabilito un sistema di esenzione a favore delle fasce sociali più povere, il Mali ha aumentato la tassa sulle imprese, mentre Sudafrica e Zambia hanno incrementato quella sul reddito. Anche la Sierra Leone ha lavorato a favore di una tassazione progressiva sul reddito, di un sistema di riscossione delle tasse più efficace e dell’eliminazione di incentivi fiscali non necessari. L’Egitto è stato invece il peggiore perché ha tagliato la percentuale massima di imposta su imprese e redditi.

Lavoro

Le leggi sul lavoro non hanno invece visto cambiamenti significativi, né c’è stata una revisione di quelle disposizioni che in molti paesi vietano la presenza di sindacati indipendenti come in Guinea Equatoriale, Eritrea, Libia, Sudan e Siria. In Burkina Faso, Madagascar, Mali, Gambia e Sierra Leone è stato aumentato il salario minimo dei lavoratori ordinari, mentre in Sudafrica è un argomento ancora dibattuto, ma che dovrebbe essere introdotto nel 2019. La Liberia aveva inoltre, già nel 2015, potenziato le leggi contro la discriminazione di genere e a favore di un equo ed eguale compenso tra uomini e donne, e infine il Mozambico ha consolidato il diritto sul congedo parentale retribuito per le donne lavoratrici.

Povertà, la forbice si allarga

L’indice che misura l’impegno dei governi nella riduzione delle diseguaglianze è importantissimo perché, oltre a ricordare al mondo gli impegni presi nell’ambito della disparità, rinnova l’attenzione su altri due dei dieci obiettivi indicati dal Forum Onu: l’eliminazione della povertà e l’eguaglianza tra uomini e donne.

Infatti, come evidenziato da molti istituti e organizzazioni internazionali, Banca Mondiale in primis, dall’inizio degli anni 2000 la forbice tra ricchi e poveri si è sempre più allargata, con la metà povera della popolazione mondiale che riceve solo l’1% della ricchezza prodotta a livello globale e l’1% dei ricchi che detiene una ricchezza pari al 50% di quella totale. In pratica oggi, 42 persone detengono la stessa ricchezza dei 3,7 miliardi che costituiscono la metà più povera della popolazione del pianeta.

A partire dal 2010 inoltre, il numero di poveri ha iniziato ad espandersi anche nell’Africa sub-sahariana – che oggi ospita più della metà delle persone che vivono in condizione di povertà estrema nel mondo – e non è un caso che le previsioni fornite da importanti istituti di ricerca vedano nella Nigeria e nella Rd Congo i paesi che ospiteranno la più alta percentuale di poveri al mondo, entro il 2050.

La Nigeria, in particolare, rappresenta un caso drammatico, a causa soprattutto della corruzione e dell’altissima evasione fiscale, ma anche per il difficile accesso all’istruzione, in particolare per le ragazze, e per la critica situazione lavorativa e salariale.
[Anna Loschiavo – Nigrizia]