Caritas: il mondo è in guerra, 378 i “conflitti dimenticati” nel 2017

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Martedì 11 dicembre 2018
Presentato il VI Rapporto dell’organismo: giro d’affari di 1700 miliardi di dollari per la produzione di armi: Usa in testa, crescono Cina e Arabia Saudita. Paolo Beccegato: «Si combatte convinti di vincere perché si è più armati dell’avversario». Diminuiscono le missioni di pace internazionali e aumentano le spese militari fino a raggiungere l’esorbitante cifra stimata di 1739 miliardi di dollari nel 2017, un record dalla fine della Guerra fredda. (Vedi allegati)

Caritas:
il mondo è in guerra,
378 i “conflitti dimenticati” registrati lo scorso anno

Diminuiscono le missioni di pace internazionali e aumentano le spese militari fino a raggiungere l’esorbitante cifra stimata di 1739 miliardi di dollari nel 2017, un record dalla fine della Guerra fredda. È questo uno dei dati più allarmanti e significativi, contenuti nel sesto Rapporto di ricerca sui conflitti dimenticati presentato dalla Caritas a Roma quest’anno dedicato in particolare agli armamenti. Il Rapporto ha visto la collaborazione di Famiglia cristiana e Avvenire e del Ministero dell’Istruzione.

«La tesi che vogliamo proporre – spiega a Vatican Insider Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas italiana – non è soltanto che con queste armi vengono combattute delle guerre, perché queste sarebbero combattute in ogni caso, ma che la produzione di armamenti costituisce uno dei fattori in grado di spiegare le cause stesse dei conflitti; cioè si combatte nel convincimento di poter vincere una guerra perché si è più armati dell’avversario, quindi le armi diventano un fattore causale».

«Altro dato significativo – rileva ancora Beccegato – è che tutta questa mole di armi, comprese le armi leggere, sono una delle cause maggiori di lesioni dei diritti umani nel mondo. Lo ricordiamo oggi, nel 70esimo anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo, la gente soffre sempre di più perché circolano sempre più armi a livello globale». L’auspicio, quindi, è che «la consapevolezza di questo possa portare a politiche di sostegno alla riduzione, regolazione e diminuzione del commercio di armi che ha raggiunto picchi mai visti prima».

Il rapporto descrive un quadro generale preoccupante: «La spesa militare globale rappresenta il 2,2% del Prodotto Interno Lordo mondiale (Pil) – si legge nel testo – essendo cresciuta dell’1,1% in termini reali rispetto all’anno precedente: in pratica 230 dollari a persona, per un totale stimato di 1739 miliardi». In particolare – si spiega – la Cina ha continuato ad accrescere la propria spesa militare giunta a 150 miliardi di dollari»; gli Stati Uniti spendono invece 602 miliardi, vale a dire il 3,1% del Pil, nel 2018 si prevede una crescita che farà toccare agli States i 700 miliardi di dollari.

La Russia, in flessione nella spesa per gli armamenti per la prima volta da quando Vladimir Putin è salito al potere, ha speso nel 2017 61 miliardi di dollari ed è stata superata dall’Arabia Saudita – impegnata nella sanguinosa guerra con lo Yemen – che ha raggiunto i 71 miliardi di dollari diventando il terzo Paese per spese militari al mondo. Con i suoi 20 miliardi, infine, l’Italia si piazza al 13esimo posto di questa macabra classifica superano di poco Israele e Iraq.

In generale, è possibile affermare che esiste sia un commercio legale di armi che uno illegale, tuttavia spesso i due piani si confondono fino a diventare indistinguibili l’uno dall’altro. Attraverso le cosiddette triangolazioni, per esempio, armamenti prodotti legalmente raggiungono mercati in cui sarebbe illegale venderli, in tal modo le armi giungono nelle aree più roventi del mondo dove si combattono le maggiori guerra armate. «In sostanza – spiega ancora Beccegato – le armi prodotte legalmente vengono vendute a governi o parti non in guerra rispettando in tal modo i trattati internazionali, e però queste parti, a loro volta, diventano il tramite – in modo illegale – attraverso cui raggiungere le parti belligeranti, i Paesi in guerra, cosi le armi arrivano dove non dovrebbero giungere, anche quelle prodotte legalmente».

Da rilevare che, secondo il Rapporto, sono 20 i conflitti classificati «ad elevata intensità» nel 2017 (378 invece il numero globale dei conflitti, che vanno dalle guerre, alle guerre limitate, alle crisi violente, alle crisi non violente e infine alle dispute). Le venti guerre riguardano i seguenti Paesi: Afghanistan, Etiopia, Filippine, Libia, Messico, Myanmar, Nigeria, Siria, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Yemen. I Paesi in totale sono quindi, ma in Nigeria e in Siria si registrano rispettivamente due e tre fronti di conflitto, anche in Congo i fronti sono due.

«C’è un numero crescente di conflitti – spiega in merito il vicedirettore di Caritas italiana – di cui si parla poco e male; il numero invece è alto perché bisogna tenere conto di queste forti interconnessioni: in primo luogo con la produzione e il commercio delle armi, poi con i cambiamenti climatici che rendono le risorse sempre più scarse; per esempio la pacifica convivenza tra agricoltori e pastori in tutto il Sahel diventa sempre meno pacifica e sempre più violenta. Quindi le speculazioni finanziarie e, di fondo, la povertà».

«Perché – rileva Beccegato – la gran parte di queste guerre sono combattute in Paesi poveri dove appunto tra poveri ci si combatte per contendersi risorse sempre più scarse. Quindi una buona politica, per dirla con Papa Francesco, che va ad esaminare queste situazioni su scala globale dovrebbe dire: se questa è l’analisi, c’è di conseguenza bisogno di una politica che vada a rimuovere le cause di simili situazioni sempre più diffuse e violente».
Francesco Peloso
Vaticaninsider

Il peso delle armi

La sesta edizione del rapporto di Caritas Italiana sui conflitti dimenticati nel mondo viene pubblicato con la collaborazione di Famiglia Cristiana, Avvenire e il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur). 

Il Rapporto approfondisce la presenza delle guerre nel mondo, con particolare attenzione ai conflitti dimenticati, lontani dai riflettori dell’arena mediatica internazionale.

Il tema dell’edizione 2018 del Rapporto è quello delle armi e degli armamenti, affrontato da diversi punti di vista: la produzione il commercio delle armi; il loro peso nel determinare i conflitti; il valore e il significato culturale delle armi nella cultura contemporanea, con particolare riguardo al mondo della comunicazione e della stampa; il grado di consapevolezza dei giovani e degli adulti.

Su questi temi il volume riporta ai risultati di un sondaggio demoscopico SWG condotto sulla popolazione italiana e i risultati di una rilevazione statistica effettuata con la collaborazione del Miur su un campione di studenti delle scuole medie inferiori.

Il volume esce il 10 dicembre, nel 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Alla stesura del rapporto contribuiscono ricercatori di origine accademica ed esperti del mondo del volontariato, della Chiesa e del privato sociale internazionale. Rispetto ad altre opere sullo stesso tema, il rapporto presenta il valore aggiunto proveniente dall’esperienza Caritas in tutte le aree del mondo con situazioni di emergenza e conflittualità. Vengono riportati nel testo i risultati di alcune ricerche condotte da Caritas Italiana in Bosnia, Kosovo e Siria, sull’impatto della guerra nel vissuto delle popolazioni locali.

All’interno della seconda parte del volume vengono presentati i principali risultati di alcune ricerche sul campo condotte appositamente per l’edizione 2018 del Rapporto.

La prima rilevazione riguarda un sondaggio demoscopico della SWG sulla percezione degli italiani sui temi della guerra e delle armi, con risposte messe a confronto tra giovani e adulti.

Il livello generale di amnesia è piuttosto elevato. In riferimento agli ultimi 5 anni, il 14% del campione non ricorda neanche un attentato terroristico (10% tra i giovani). Il 24% degli italiani non ricorda neanche una guerra  (29% dei giovani). Gli italiani conoscono pochissimo i conflitti in corso.  Il più ricordato è quello siriano, col 52% del campione totale ma, ad esempio, fatta eccezione per la Libia, nessuna guerra del continente africano è ricordata da più del 3% degli intervistati.

Poco meno di un terzo del campione accetta la guerra in ogni caso; due terzi sono comunque contrari, oppure lo sono salvo decisioni delle Nazioni Unite. In 15 anni è scesa dal 75 al 59% la percentuale di chi è d’accordo che sul fatto che solo l’Onu possa decidere su eventuali interventi militari, mentre cambia l’orientamento sulla partecipazione dell’Italia alle missioni militari: nel 2005 il 70% era favorevole; nel 2013 si era scesi al minimo storico del 32%, ora si assiste a una risalita al 45%. Metà degli intervistati (60% tra i giovani), sarebbe favorevole a limitare la produzione italiana di armi, evitando soprattutto di esportare armi laddove c’è guerra, mentre poco meno di un terzo ritiene che si tratti di un tipo di industria che andrebbe soppressa e riconvertita in altri tipi di produzione. Due terzi degli intervistati ridurrebbe anche la vendita di armi a persone o enti privati. Sul polo opposto, esiste un segmento di popolazione, pari a poco più di un quinto, che ritiene invece giusto produrre armi e lasciarne inalterata la vendita.

Nel Rapporto sono poi riportati i risultati di un secondo studio condotto su un campione di 1.782 studenti, frequentanti 58 classi di terza media inferiore, presso 45 istituti scolastici, in tutto il territorio nazionale.

Il 39,3% dei ragazzi non è in grado di indicare neanche una guerra degli ultimi cinque anni. Gli studenti che hanno invece fornito delle risposte “esatte” sono pari al 44,4% del campione. Le risposte di tipo misto, in cui convivono elementi di verità con indicazioni sbagliate, sono pari al 13,2%.  Nel caso degli attentati terroristici la quota di oblio è inferiore, scendendo a quota 11,8%.

La metà degli studenti intervistati ha dichiarato di conoscere la Dichiarazione universale dei diritti umani, di cui ricorre nel 2018 il Settantesimo anniversario, mentre una quota importante di ragazzi, pari al 32,4%, non è sicuro di conoscerla.

La grande maggioranza dei ragazzi considera la guerra come un “elemento evitabile”, da superare attraverso il progresso culturale. Ma un ragazzo su cinque ritiene la guerra è un elemento inevitabile, legato indissolubilmente alla natura dell’uomo.

La maggioranza degli studenti (61,3%), ritiene giusto accogliere, a certe condizioni, le persone che fuggono dalla propria terra, in fuga dalla guerra. Il 28,2% ritiene in ogni caso giusta l’accoglienza, a prescindere dalle capacità ricettive dei singoli paesi. Solo un ragazzo su dieci non ritiene giusto, in nessun caso, accogliere le persone in fuga dalla guerra.

Secondo i ragazzi, la guerra si previene mediante il dialogo e il rispetto dei diritti umani (62,8% dei ragazzi intervistati). Segue la prospettiva di intervenire sula dimensione economica e commerciale (51,9%). Il ruolo di controllo e vigilanza, che non esclude l’opzione militare, trova d’accordo un numero minore di ragazzi (34,3% del campione).

Nel rapporto sono riportati i risultati di un terzo studio, condotto su un campione di ragazzi impegnati nello scautismo Agesci. Rispetto ai loro coetanei intervistati nelle scuole medie, i giovani scout evidenziano livelli simili di competenza ma un maggior livello di sensibilità al tema dei valori e dei comportamenti concreti: in media il 61,9% degli scout evidenzia un alto livello di sensibilità e di coerenza etica sui gradi temi della guerra e della pace, dell’accoglienza e della solidarietà (contro il 55% del campione complessivo). Sulla disponibilità ad accogliere nel nostro paese, in modo incondizionato, i profughi e i richiedenti asilo gli scout evidenziano un maggiore livello di disponibilità e apertura: il 43,5% di loro si dichiara a favore di questo tipo di apertura (28,2% tra i ragazzi delle scuole medie).