Battesimo del Signore (Anno C): Siamo tutti figli di Dio nel Figlio

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Con la festa di oggi, si conclude il tempo liturgico del Natale ed ha inizio il tempo ordinario, inoltre questo evento segna l’inizio della vita pubblica di Gesù. Lo abbiamo lasciato dodicenne al tempio ed ora lo troviamo trent’enne, uomo maturo, che dalla Galilea scende “al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui” (Mt 3.13).

Il cielo si apre
Siamo tutti figli di Dio nel Figlio

Ermes Ronchi

(Letture: Isaia 40,1-5.9-11; Salmo 103; Tito 2,11-14;3,4-7; Luca 3, 15-16.21-22)

«Viene dopo di me colui che è più forte di me”. In che cosa consiste la forza di Gesù? Lui è il più forte perché parla al cuore. Tutte le altre sono voci che vengono da fuori, la sua è l’unica che suona in mezzo all’anima. E parla parole di vita.
«Lui vi battezzerà…» La sua forza è battezzare, che significa immergere l’uomo nell’oceano dell’Assoluto, e che sia imbevuto di Dio, intriso del suo respiro, e diventi figlio: a quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12). La sua è una forza generatrice («sono venuto perché abbiano la vita in pienezza», Gv 10,10), forza liberante e creativa, come un vento che gonfia le vele, un fuoco che dona un calore impensato. «Vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Il respiro vitale e il fuoco di Dio entrano dentro di me, a poco a poco mi modellano, trasformano pensieri, affetti, progetti, speranze, secondo la legge dolce, esigente e rasserenante del vero amore. E poi mi incalzano a passare nel mondo portando a mia volta vento e fuoco, portando libertà e calore, energia e luce. Gesù stava in preghiera ed ecco, il cielo si aprì. La bellezza di questo particolare: il cielo che si apre. La bellezza della speranza! E noi che pensiamo e agiamo come se i cieli si fossero rinchiusi di nuovo sulla nostra terra. Ma i cieli sono aperti, e possiamo comunicare con Dio: alzi gli occhi e puoi ascoltare, parli e sei ascoltato.
E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento». La voce annuncia tre cose, dette per Gesù e per ciascuno di noi: “Figlio” è la prima parola: Dio è forza di generazione, che come ogni seme genera secondo la propria specie. Siamo tutti figli di Dio nel Figlio, frammenti di Dio nel mondo, specie della sua specie, abbiamo Dio nel sangue e nel respiro.
“Amato” è la seconda parola. Prima che tu agisca, prima di ogni merito, che tu lo sappia o no, ogni giorno ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è “amato”. Immeritato amore, incondizionato, unilaterale, asimmetrico. Amore che anticipa e che prescinde da tutto.
“Mio compiacimento” è la terza parola. Che nella sua radice contiene l’idea di una gioia, un piacere che Dio riceve dai suoi figli. Come se dicesse a ognuno: figlio mio, ti guardo e sono felice. Se ogni mattina potessi immaginare di nuovo questa scena: il cielo che si apre sopra di me come un abbraccio, un soffio di vita e un calore che mi raggiungono, il Padre che mi dice con tenerezza e forza: figlio, amore mio, mia gioia, sarei molto più sereno, sarei sicuro che la mia vita è al sicuro nelle sue mani, mi sentirei davvero figlio prezioso, che vive della stessa vita indistruttibile e generante.

In fila con i peccatori 
Enzo Bianchi

È la festa del battesimo di Gesù, della sua immersione da parte di Giovanni nel fiume Giordano: il primo atto di Gesù uomo maturo, la sua prima apparizione pubblica. Tutti i vangeli ricordano questo evento posto all’inizio del ministero di Gesù, e ciascuno lo narra in modo proprio: cerchiamo dunque di comprendere ed esplicitare le peculiarità del racconto di Luca.

Giovanni il Battista aveva annunciato un Veniente più forte di lui, che avrebbe immerso (cioè battezzato) non nelle acque del Giordano ma in Spirito santo e fuoco. E tuttavia questo Veniente, che è discepolo di Giovanni e porta il nome non ancora famoso di Jeshu‘a, Gesù, va anche lui a farsi battezzare. Luca sottolinea che egli fa questo insieme a “tutto il popolo”, espressione enfatica che vuole porre l’accento sul grande numero di giudei radunati da colui che “evangelizzava” (Lc 3,18), cioè annunciava la buona notizia, e che doveva “preparare al Signore un popolo ben disposto” (Lc 1,17). Solidale con quel popolo, uomo come tutti gli altri, mescolato alla folla anonima, in fila tra uomini e donne, senza nessuna volontà di distinzione dai peccatori, Gesù si fa immergere da Giovanni: uno del popolo, con il popolo, in mezzo al popolo, dove questo termine indica certamente la gente ordinaria, ma anche quel nuovo popolo che Dio sta radunando per farne il suo popolo per sempre. Gesù inizia così la sua vita pubblica: non con una predicazione, non con un miracolo, non con un’apparizione che potesse stupire e meravigliare i presenti, ma un gesto umano di umiltà, di sottomissione a Dio e di totale solidarietà con i suoi fratelli e sorelle peccatori.

Luca vuole anche mettere in evidenza ciò che accade a Gesù, ciò che diventa sua esperienza personalissima in quell’evento. A differenza degli altri vangeli rivela che Gesù riceve il battesimo mentre sta pregando, mentre riconosce la presenza e la signoria del suo Dio e Padre. Ecco la prima azione di Gesù nella sua vita pubblica: la preghiera! E nel vangelo secondo Luca la preghiera sarà anche l’ultima azione di Gesù in croce, prima di morire (cf. Lc 23,46). Cosa significa dunque pregare? Poche cose: fare silenzio, fare spazio dentro di sé per accogliere lo Spirito di Dio e ascoltare quella parola che Dio rivolge personalmente al credente. Questa e solo questa è la preghiera cristiana: non parole dette a Dio, non ripetizione di formule, non esercizio di affetti, ma silenzio, predisposizione di se stessi all’accoglienza della Parola e dello Spirito di Dio.

Avviene per Gesù ciò che avviene per la prima comunità dei discepoli, dopo la sua resurrezione, quando resterà in preghiera, farà spazio allo Spirito e riceverà il dono (cf. At 1,4; 2,1-12). Per questo Gesù, secondo Luca, parlando della preghiera e del suo esaudimento precisa: “Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono” (Lc 11,13). La preghiera cristiana è epiclesi dello Spirito e il suo esaudimento è il dono dello Spirito.

Gesù dunque si fa immergere da Giovanni ma soprattutto prega, appresta tutto il suo essere per farsi dimora dello Spirito santo, che solo Gesù “vede scendere” dal cielo sotto forma di colomba per dimorare in lui. È il segno dello Spirito di Dio che covava sulle acque al momento della creazione (cf. Gen 1,2), il segno della Shekinah, la Presenza del Dio vivente che dal cielo scende sulla terra. I cieli si aprono per questa discesa da Dio dello Spirito e, con lo Spirito, ecco risuonare la parola personalissima rivolta a Gesù: “Tu! Tu sei mio Figlio!”. Questa l’identità di Gesù: è il Figlio di Dio!

Per esplicitare questa proclamazione, il vangelo secondo Luca cita il salmo 2: “Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato” (v. 7), sicché questa voce non è una rivelazione per Gesù, che conosceva la sua relazione con il Padre (cf. Lc 2,49), ma piuttosto un’intronizzazione messianica all’inizio della sua missione. Nel vangelo secondo Marco la voce discesa dal cielo (ripresa da Matteo e da alcuni manoscritti di Luca) risuona in modo diverso: “Tu sei mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto!” (Mc 1,11; Mt 3,17). Oltre al salmo 2, viene qui echeggiata anche la dichiarazione del Signore sul suo Servo (“Ecco il mio Servo, … in lui mi sono compiaciuto”: Is 42,1). Sì, Dio si compiace, trova gioia nel suo Servo, come la trova nella sua venuta tra gli umani (cf. Lc 2,14). Anche nella trasfigurazione questa voce dal cielo scenderà per proclamare Gesù come Figlio di Dio, come Servo eletto al quale va l’ascolto, e confermarlo nel suo cammino verso la passione e la morte (cf. Lc 9,35).

Nessuno ascolta quella voce, nessuno vede scendere lo Spirito all’infuori di Gesù, che quell’evento potrà dunque proclamare con autorevolezza: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha unto e mi ha inviato a portare la buona notizia ai poveri” (Lc 4,18; Is 61,1). Il battesimo è dunque rivelazione della chiamata rivolta a Gesù, che lui realizzerà pienamente e puntualmente quale Messia, perciò Figlio di Dio, e quale Profeta, perciò Servo del Signore.

“Gesù aveva circa trent’anni” (Lc 3,23), annota Luca subito dopo, dunque ha trascorso molti anni di vita nascosta. Dal suo bar mitzwah, quando a dodici anni divenne “figlio del comandamento” (cf. Lc 2,41-50), fino a questo evento di rivelazione, Gesù ha vissuto un’esistenza ordinaria, che a noi resta oscura. Inutile ricostruire con la fantasia e l’immaginazione quegli anni, per farne discendere una “spiritualità” di Gesù in famiglia, di Gesù operaio, di Gesù a Nazaret… Ci basti sapere che ha atteso, che non si è dato ruoli né una vocazione, ma che ha sempre saputo vivere l’oggi di Dio.

Siamo certi soltanto della sua obbedienza a Dio piuttosto che agli uomini e alla famiglia (cf. Lc 2,49; At 5,29); della sua disponibilità a fare posto nella propria vita e nel proprio corpo allo Spirito santo, “il suo compagno inseparabile” (Basilio di Cesarea); del suo esercitarsi nell’arte dell’ascolto della Parola di Dio, che egli trovava nell’assiduità alle sante Scritture; del suo farsi discepolo mettendosi alla sequela di Giovanni, rabbi e profeta; del suo fare discernimento della propria vocazione e missione. Questo fino a circa trent’anni, quando ormai era un uomo maturo e, per il suo tempo, avanti negli anni. E quando il suo maestro Giovanni fu imprigionato da Erode (cf. Lc 3,19-20), ecco venuta la sua ora, l’ora di far risuonare la sua parola, l’ora di proclamare il Vangelo, l’ora di percorrere le vie della Galilea e della Giudea “passando tra gli umani facendo il bene” (cf. At 10,38) e facendo arretrare il diavolo.

Questo cammino va dall’immersione nelle acque del Giordano all’immersione nelle acque della passione e della morte (cf. Sal 69,2-3). E anche nell’ora della morte Gesù sarà crocifisso in mezzo a due malfattori (cf. Lc 22,37; 23,33; Is 53,12), solidale con i peccatori, come lo era stato per tutta la vita. Li aveva preferiti ai giusti, facendosi battezzare insieme a loro da Giovanni; li preferirà ancora ai giusti morendo in croce tra di loro, ma arrivando a promettere proprio a uno di loro: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43). E appena morto sentirà di nuovo la voce del Padre: “Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato”, voce che lo richiama dai morti, Spirito santo che lo rialza alla vita eterna. L’Apostolo Paolo rileggerà questa storia in modo sintetico all’inizio della Lettera ai Romani: “Cristo Gesù, … Figlio di Dio, nato dalla stirpe di David secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito santo, attraverso la resurrezione dei morti” (Rm 1,1.3-4).

La festa del battesimo di Gesù è l’ultima manifestazione-epifania del tempo di Natale. Venendo nel mondo, Gesù si è manifestato a Betlemme ai pastori, ai poveri di Israele; si è manifestato come Re dei giudei ai sapienti venuti dall’oriente, alle genti della terra; e all’inizio del suo ministero pubblico si è manifestato a tutto Israele quale Messia e Figlio di Dio. Dalla prossima domenica, attraverso la lettura cursiva del vangelo secondo Luca, la chiesa ci chiederà di seguire Gesù verso la sua Pasqua, “il suo esodo che dovrà compiersi a Gerusalemme” (Lc 9,31).
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Parola della Domenica
Battesimo del Signore – Anno C
Lectio
Luca 3,15-16.21-22

Con la festa di oggi, si conclude il tempo liturgico del Natale ed ha inizio il tempo ordinario, inoltre questo evento segna l’inizio della vita pubblica di Gesù. Lo abbiamo lasciato dodicenne al tempio ed ora lo troviamo trent’enne, uomo maturo, che dalla Galilea scende “al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui” (Mt 3.13).

Del Battesimo di Gesù ne parlano tutti gli Evangelisti. Nei Sinottici viene narrato in modo esplicito. L’evangelista Giovanni, come del resto fa per l’istituzione dell’Eucarestia che dell’ultima cena narra la lavanda dei piedi, non racconta l’evento ma lo suppone attraverso la testimonianza di Giovanni Battista che dichiara di aver visto “lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui” (cf Gv 1,32). L’episodio infatti si colloca nell’ambito dell’attività di Giovanni Battista che battezza il popolo nelle acque del Giordano.

Proprio Giovanni aveva annunciato che veniva uno più forte di lui di cui lui non era degno di sciogliere il legaccio dei sandali e che avrebbe battezzato non nelle acque del Giordano ma in Spirito Santo e fuoco. Tuttavia questo Annunciato non si conosce, sta in mezzo al popolo ma non si vede ancora. Luca sottolinea che Gesù va a farsi battezzare insieme a “tutto il popolo”, si mescola tra i peccatori, Lui che “è senza peccato” (cfr 2 Cor 5,21; 1Gv 3,5), si sottopone allo stesso rito di penitenza e di purificazione. Gesù, che può battezzare “in Spirito Santo e fuoco” non si sottrae al battesimo di acqua di Giovanni ed è proprio mentre è in preghiera in mezzo al suo popolo che vede il cielo aprirsi e scendere lo Spirito su di lui e ascolta la voce del Padre che gli rivela la sua identità: “Tu sei il mio Figlio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” (v. 22).
Nel racconto del Battesimo di Gesù troviamo una particolarità specifica di Luca ossia Gesù si trovava in preghiera: “ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea” (Lc 3.21-22). Questa è una caratteristica di Gesù che troviamo in tutto il Vangelo di Luca: ogni volta che Egli deve compiere un atto di particolare importanza, come ad esempio la scelta degli Apostoli, si ritira in preghiera. Lo vediamo poi pregare dopo aver compiuto miracoli e guarigioni: “si ritirava in luoghi deserti e pregava” (Lc 5,16; cf. Mc 1,35; Lc 6,12; 9,18; 11,2); Lo ritroviamo in preghiera nel momento della tentazione e della prova: «in preda all’angoscia Gesù pregava più intensamente» (Lc 22,44); egli si affida al padre appena prima di esalare l’ultimo respiro (Lc 23,46).

Per Gesù la preghiera è aprirsi al compimento della volontà di Dio nella sua vita e, quando Gesù prega si rivolge a Dio chiamandolo “Padre” come esplicitamente ha insegnato ai sui discepoli quando gli avevano chiesto di insegnare loro a pregare: Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome e non il mio. Sia fatta la tua volontà e non la mia. Venga il tuo Regno e non il mio. Quando Gesù è in preghiera il Padre si dona facendo scendere su di Lui lo Spirito Santo, scambio d’amore tra il Padre e il Figlio. E’ con questo dono che il Padre riconosce in Gesù il Figlio e la risposta di Gesù alla sua identità di Figlio è appunto quella di Colui che tutto attende dal Padre, aperto al suo disegno di salvezza donando tutta la propria esistenza fino all’estremo. Quindi questo primo gesto di inizio del ministero pubblico di Gesù, è un gesto umano di umiltà, di sottomissione a Dio e di totale solidarietà con i peccatori, come avverrà nell’ora della sua morte, uomo come noi, sarà “annoverato” e crocifisso “tra due malfattori” (cf Lc 22,37; 23,33). Tutta la sua vita sarà preferire i peccatori ai giusti, i malati ai sani, l’abbiamo sentito più volte nei Vangeli affermare questa predilezione.

E’ in questo cammino di “discesa” che Gesù può veder il cielo aprirsi e ascoltare la voce del Padre perché come dirà più volte: “chi si umilia sarà esaltato, e chi si esalta sarà umiliato” (cf Lc 18,14); perché solo quando si raggiunge il punto più basso del cammino, quando si è gettati a terra a causa del peccato, è proprio lì che si incontra Dio, il Dio Pasquale che ti fa rialzare, risalire, risorgere e ti rimette in cammino donandoti una vita nuova.

Allora l’esperienza di Gesù nel suo Battesimo, questo suo cammino di sottomissione; di discesa che arriverà fino nel buio del Sepolcro, fino nel cuore della terra; di umiltà, descritta da S. Paolo nella lettera ai Filippesi, “Apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”; chiama in causa anche noi perché in quanto battezzati siamo stati resi figli nel Figlio, perciò chiamati a vivere come Gesù un cammino di discesa, di umiltà e di obbedienza. La stessa colletta di oggi ci invita a chiedere al Padre di “vivere come fedeli imitatori del suo Figlio”, e Dio dona anche a noi il suo Spirito, che è lo Spirito del Figlio ed ogni volta che lo invochiamo ci sentiremo dire “Tu sei mio figlio”, “Tu sei l’oggetto del mio amore”.

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