Sabato 12 gennaio 2019
Un congolese in Italia, commentando i risultati delle elezioni nella Repubblica democratica del Congo, ha detto: "Se i governi democratici dell’Occidente, alleati delle compagnie transnazionali che sfruttano le risorse di tanti Paesi africani, smettessero di sostenere dei politici corrotti, noi non saremmo costretti a vivere e lavorare qui. Saremmo ben lieti di rimanere a casa nostra". Che ne pensi?

Congo, fine di un doloroso travaglio?

Félix Tshisekedi, nuovo presidente della Repubblica democratica del Congo.

È nato? Era atteso da oltre due anni e non riusciva proprio a venire alla luce. È il nuovo presidente della Repubblica democratica del Congo, il più esteso Paese dell’Africa Subsahariana. Con una superfice di poco superiore a metà dell’Unione Europa, conta 81 milioni di abitanti.

Lo scorso 30 dicembre, mentre in Italia l’atmosfera era pervasa di festività natalizie e preparativi per salutare il 2018 con brindisi e fuochi di artificio, nella Repubblica democratica del Congo terminava una lunghissima e accidentata gestazione: dopo due anni di rinvii, la popolazione poteva finalmente esercitare il diritto di voto.

Dei 40 milioni di persone iscritte nei registri elettorali, quasi un milione e mezzo sono rimaste escluse per l’epidemia di Ebola e per le violenze che dilaniano la regione del Kivu e di Beni.
In molti seggi le schede elettorali elettroniche non funzionavano: nelle immense zone del Paese prive di elettricità, questi sofisticati dispositivi di voto sembravano semplicemente un assurdo.

Infine, molte persone che non hanno trovato il proprio nome nell’elenco dei seggi non hanno potuto votare. Appena la metà di chi aveva diritto è riuscito a esprimere il proprio voto.

I risultati provvisori erano attesi per il 6 gennaio, ma anche in questo caso non è mancato un ulteriore ritardo: il governo del presidente uscente, Joseph Kabila, «ha rinviato a data da destinarsi la pubblicazione di questi dati».

Ieri mattina poco dopo le 3.00, ora locale, la Commissione elettorale nazionale indipendente ha pubblicato i risultati provvisori: il 38% dei voti sarebbe per Félix Tshisekedi, uno degli esponenti dell’opposizione, seguito a ruota dall’altro esponente dell’opposizione, Martin Fayulu, con il 34%. A distanza Emmanuel Ramazani Shadary, uomo di fiducia di Joseph Kabila, che nel 2005 aveva tentato di modificare la costituzione del Paese per rimuovere ogni limite alla propria candidatura. Ma il popolo glielo aveva proibito.

La Conferenza dei vescovi cattolici del Paese (Cenco) aveva raccolto riscontri attendibili sull’esito del voto prima che il governo imponesse il silenzio, chiudendo ogni collegamento a Internet e alle onde di Radio France International. Con 1.026 osservatori a lungo termine e 40.000 osservatori a breve termine, accreditati dalla Commissione elettorale, aveva verificato le operazioni di voto in tutti i 74.000 seggi.

Attendiamo la conferma dei risultati, già contestati da Martin Fayulu: il gigante africano finalmente volta pagina?

Un cittadino congolese, rifugiato in Italia dagli anni Novanta per motivi politici, confessa: «Queste sono le prime elezioni “libere” del Paese: i risultati di quelle del 2006 e del 2011 sono state palesemente falsate dal presidente Kabila. La Chiesa cattolica è l’unica istituzione che dice la verità: senza di essa non avremmo avuto queste elezioni. Se i governi “democratici” dell’Occidente, alleati delle compagnie transnazionali che sfruttano le risorse di tanti Paesi africani, smettessero di sostenere dei politici corrotti, noi non saremmo costretti a vivere e lavorare qui. Saremmo ben lieti di rimanere a casa nostra».

Una donna, da anni migrante “economica” in Italia, ha espresso la stessa scomoda verità in una lettera indirizzata a Matteo Salvini: «Vengo da un Paese, la Nigeria, dove ben pochi fanno la pacchia e sono tutti amici vostri. Lo dico subito. Non sono una vittima del terrorismo di Boko Haram. Nella mia regione, il Delta del Niger non sono arrivati. Sono una profuga economica, come dite voi, una di quelle persone che non hanno alcun diritto di venire in Italia e in Europa. Lo conosce il Delta del Niger? Non credo. Eppure ogni volta che lei sale in macchina può farlo grazie a noi. Una parte della benzina che usa viene da lì. Io vivevo alla periferia di Port Harkourt, la capitale dello Stato del Delta del Niger. Una delle capitali petrolifere del mondo. Vivevo con mia madre e i miei fratelli in una baracca e alla sera per avere un po’ di luce usavamo le candele. Noi come la grande maggioranza di chi vive lì. … La regione in cui vivo, dovrebbe essere ricchissima visto che siamo tra i maggiori produttori di petrolio al mondo. E invece no. Quel petrolio arricchisce poche famiglie di politici corrotti, riempie le vostre banche del frutto delle loro ruberie, mantiene in vita le vostre economie e le vostre aziende. … Le vostre aziende, in lotta tra loro, hanno alimentato la corruzione più estrema. Avete comprato ministri e funzionari pubblici pur di prendervi una fetta della nostra ricchezza. L’Eni, l’Agip, quelle di certo le conosce. Sono accusate di aver versato cifre da paura in questo sporco gioco. Con quei soldi noi avremmo potuto avere scuole e ospedali. A casa, la sera, non avrei avuto bisogno di una candela… Sarei rimasta lì, a casa mia, nella mia terra».

Facciamo nostro il loro appello, mentre l’Italia, grazie alla disponibilità della Chiesa Valdese e non di Matteo Salvini, si appresta ad accogliere dieci migranti.
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