Martedì 5 febbraio 2019
Ieri, 4 febbraio, un’altra data storica del pontificato di Papa Francesco, “uomo di pace” come lo definivano a Panama i manifesti stampati dalle locali comunità islamiche: insieme al Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb — con i musulmani d’Oriente e d’Occidente — il Santo Padre ha firmato il Documento sulla Fratellanza Umana che si apre con questa affermazione: «La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare». [Testo e foto: L’Osservatore Romano]

Il Papa e il grande imam nella Moschea di Abu Dhabi (foto © Vatican Media).

Lo stesso punto di partenza evangelico del discorso del Papa (un discorso grande, che meriterà ulteriori approfondimenti) basato sul «riconoscere che Dio è all’origine dell’unica famiglia umana». Da quest’affermazione scaturiscono tutte le conseguenze che vengono sviluppate sia nel Documento («il credente è chiamato a esprimere questa fratellanza umana, salvaguardando il creato e tutto l’universo e sostenendo ogni persona, specialmente le più bisognose e povere») sia nel discorso del Papa che prosegue citando Benedetto XVI quando parla della fratellanza quale «vocazione contenuta nel disegno creatore di Dio» e condizione che «ci dice che tutti abbiamo uguale dignità e che nessuno può essere padrone o schiavo degli altri».

La congiunta volontà dei musulmani e dei cattolici d’Oriente e d’Occidente è finalizzata ad «adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio». Queste intenzioni servono in positivo a rispondere alla condizione attuale contrassegnata dal «deterioramento dell’etica, che condiziona l’agire internazionale, e un indebolimento dei valori spirituali e del senso di responsabilità. Tutto ciò contribuisce a diffondere una sensazione generale di frustrazione, di solitudine e di disperazione, conducendo molti a cadere o nel vortice dell’estremismo ateo e agnostico, oppure nell’integralismo religioso, nell’estremismo e nel fondamentalismo cieco, portando così altre persone ad arrendersi a forme di dipendenza e di autodistruzione individuale e collettiva», tutti segnali di quella “terza guerra mondiale a pezzi” di cui Francesco parla sin dall'inizio del suo pontificato.

Una dichiarazione che è quindi un grido, lanciato nel nome della pace e della giustizia. Colpisce in tal senso il passaggio in cui si sottolinea con forza «l’ingiustizia e la mancanza di una distribuzione equa delle risorse naturali — delle quali beneficia solo una minoranza di ricchi, a discapito della maggioranza dei popoli della terra [...] Nei confronti di tali crisi che portano a morire di fame milioni di bambini, già ridotti a scheletri umani — a motivo della povertà e della fame —, regna un silenzio internazionale inaccettabile».

Pace, giustizia, ma anche vita e libertà: la vita a 360 gradi, della persona, delle famiglie, dei popoli; la libertà, anch’essa a 360 gradi: «La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. [...] Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano». Recisa la condanna ad ogni strumentalizzazione delle religioni o deviazione dagli insegnamenti religiosi che in quanto tali «non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue [...] Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente».

Occidente e Oriente devono dialogare e così arricchirsi reciprocamente, ed è particolarmente significativo il riferimento alla condizione femminile per cui alle donne vanno riconosciuti i diritti all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei diritti politici, liberandole «dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità».

Ad Abu Dhabi oggi la pace diventa “operativa” e questo vuol dire contagiosa e impegnativa: il documento si chiude con l’esortazione affinché il suo testo «divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, al fine di contribuire a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi», per cui, tutti quanti uomini di buona volontà, mettiamoci al lavoro!
[ANDREA MONDA – L’Osservatore Romano]

Papa e Grande Imam:
storica Dichiarazione su pace, libertà e diritti donne

Papa Francesco insieme al Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb. Foto: vatican.news.va

Nel documento firmato da Francesco e Al-Tayyib forte condanna del terrorismo e della violenza: “Dio non vuole che il suo nome venga usato per terrorizzare la gente”.

Il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” firmato questo pomeriggio ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyib non è soltanto una pietra miliare nei rapporti tra cristianesimo e islam ma rappresenta anche un messaggio con un forte impatto sulla scena internazionale. Nella prefazione, dopo aver affermato che «La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare», si parla di questo testo come di «un documento ragionato con sincerità e serietà», che invita «tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme».

Il documento si apre con una serie di invocazioni: il Papa e il Grande Imam parlano «in nome di Dio che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità», «in nome dell’innocente anima umana che Dio ha proibito di uccidere», «In nome dei poveri», degli «orfani e delle vedove, dei rifugiati ed esiliati, di tutte le vittime delle guerre» e «delle persecuzioni». Al-Azhar insieme alla Chiesa cattolica «dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio».

Con il documento, «chiediamo a noi stessi e ai Leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace; di intervenire, quanto prima possibile, per fermare lo spargimento di sangue innocente, e di porre fine alle guerre, ai conflitti, al degrado ambientale e al declino culturale e morale che il mondo attualmente vive».

I due leader religiosi chiedono agli uomini di religione e di cultura, oltre che ai media, di riscoprire e diffondere «i valori della pace, della giustizia, del bene, della bellezza, della fratellanza umana e della convivenza comune». E affermano di credere «fermamente che tra le più importanti cause della crisi del mondo moderno vi siano una coscienza umana anestetizzata e l’allontanamento dai valori religiosi, nonché il predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche».

Pur riconoscendo i passi positivi compiuti dalla civiltà moderna, la dichiarazione sottolinea il «deterioramento dell’etica, che condiziona l’agire internazionale, e un indebolimento dei valori spirituali e del senso di responsabilità», che conduce molti «a cadere o nel vortice dell’estremismo ateo e agnostico, oppure nell’integralismo religioso, nell’estremismo e nel fondamentalismo cieco». L’estremismo religioso e nazionale, insieme all’intolleranza «hanno prodotto i segnali di una “terza guerra mondiale a pezzi”».

Il Papa e il Grande Imam affermano quindi che «le forti crisi politiche, l’ingiustizia e la mancanza di una distribuzione equa delle risorse naturali – delle quali beneficia solo una minoranza di ricchi, a discapito della maggioranza dei popoli della terra – hanno generato, e continuano a farlo, enormi quantità di malati, di bisognosi e di morti, provocando crisi letali di cui sono vittime diversi paesi… Nei confronti di tali crisi che portano a morire di fame milioni di bambini, già ridotti a scheletri umani – a motivo della povertà e della fame –, regna un silenzio internazionale inaccettabile».

«È evidente quanto sia essenziale la famiglia», come pure l’importanza «del risveglio del senso religioso» specie nei giovani, «per fronteggiare le tendenze individualistiche, egoistiche, conflittuali, il radicalismo e l’estremismo cieco in tutte le sue forme e manifestazioni». I due leader ricordano che il Creatore ci ha «concesso il dono della vita per custodirlo. Un dono che nessuno ha il diritto di togliere, minacciare o manipolare a suo piacimento... Perciò condanniamo tutte le pratiche che minacciano la vita come i genocidi, gli atti terroristici, gli spostamenti forzati, il traffico di organi umani, l’aborto e l’eutanasia e le politiche che sostengono tutto questo».

Inoltre dichiarano «fermamente che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione». Per questo «noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione». Il Papa e il Grande Imam ricordano che «Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente».

La Dichiarazione attesta che «la libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina». È dalla «Sapienza divina» che «deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano».

Si attesta poi che «la protezione dei luoghi di culto – templi, chiese e moschee – è un dovere garantito dalle religioni, dai valori umani, dalle leggi e dalle convenzioni internazionali. Ogni tentativo di attaccare i luoghi di culto o di minacciarli attraverso attentati o esplosioni o demolizioni è una deviazione dagli insegnamenti delle religioni, nonché una chiara violazione del diritto internazionale».

Si ricorda nuovamente che «Il terrorismo esecrabile che minaccia la sicurezza delle persone, sia in Oriente che in Occidente… spargendo panico, terrore e pessimismo non è dovuto alla religione – anche se i terroristi la strumentalizzano – ma è dovuto alle accumulate interpretazioni errate dei testi religiosi, alle politiche di fame, di povertà, di ingiustizia, di oppressione, di arroganza; per questo è necessario interrompere il sostegno ai movimenti terroristici attraverso il rifornimento di denaro, di armi, di piani o giustificazioni e anche la copertura mediatica, e considerare tutto ciò come crimini internazionali che minacciano la sicurezza e la pace mondiale».

Il documento afferma che «è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità».

Nella Dichiarazione si definisce «un’indispensabile necessità riconoscere il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici. Inoltre, si deve lavorare per liberarla dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità. È necessario anche proteggerla dallo sfruttamento... Per questo si devono interrompere tutte le pratiche disumane e i costumi volgari che umiliano la dignità della donna e lavorare per modificare le leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei propri diritti».

Dopo aver ribadito il diritto dei bambini a crescere in un ambiente familiare, all’alimentazione e all’educazione i due leader affermano: «Occorre condannare qualsiasi pratica che violi la dignità dei bambini o i loro diritti. È altresì importante vigilare contro i pericoli a cui essi sono esposti – specialmente nell’ambiente digitale – e considerare come crimine il traffico della loro innocenza e qualsiasi violazione della loro infanzia».

Infine «Al-Azhar e la Chiesa Cattolica domandano che questo Documento divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione». E auspicano che la Dichiarazione diventi un «simbolo dell’abbraccio tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud».
[Andrea Tornielli – vaticannews.va]

Papa negli Emirati Arabi Uniti

Francesco negli Emirati ai leader religiosi:
“Costruiamo insieme l’avvenire, o non ci sarà futuro”

Papa Francesco pronuncia il suo discorso durante l’incontro sulla “fratellanza umana”
al Founder’s Memorial. foto Reuters.

Francesco ad Abu Dhabi: «È giunto il tempo in cui le religioni si spendano con coraggio per aiutare la famiglia umana alla riconciliazione». Elogia gli Emirati. Ricorda qual è la piena libertà di fede. «I diritti fondamentali siano affermati sempre».

 

Non c’è più tempo da perdere. E neanche alternativa. È giunto il momento «in cui le religioni si spendano più attivamente, con coraggio e audacia, per aiutare la famiglia umana a maturare la capacità di riconciliazione». In un’atmosfera da giorno di portata storica, ad Abu Dhabi, papa Francesco incontra 700 leader religiosi di tutte le fedi, a cui lancia un accorato appello: «O costruiremo insieme l’avvenire o non ci sarà futuro». Il Pontefice elogia gli Emirati Arabi Uniti per la tolleranza. Ricorda qual è la piena libertà di fede. E sottolinea: «I diritti fondamentali siano affermati sempre».

L’incontro interreligioso si svolge al Founder’s Memorial, dove il Pontefice e il grande imam di Al-Azhar, Ahamad Al-Tayyb, giungono in pullmino dopo il colloquio di circa 30 minuti con il Muslim Council of Elders tutto incentrato sull’importanza della cultura dell’incontro per rafforzare l’impegno per il dialogo e la pace, e dopo la visita alla Grande Moschea. Alla tomba del Fondatore degli Emirati Arabi, il Papa e il grande imam vengono accolti dal principe ereditario lo sceicco Mohammed Bin Zayed al Nahyan; insieme si dirigono verso il podio dell’enorme struttura bianca tenendosi mano nella mano per tutto il percorso di ingresso.

Il primo a prendere la parola – dopo la proiezione di un video – è lo sceicco Bin Zayed che, nel suo saluto, annuncia la firma di una dichiarazione comune e l’avvio di un Premio della “fratellanza umana”: un riconoscimento «sincero per avvicinare i popoli e le persone» che viene conferito in questa prima edizione proprio a Papa Francesco e ad Al-Tayyb «per gli sforzi esemplari e determinati volti a promuovere la pace tra i popoli di tutto il mondo». «Vi prometto – dice lo sceicco al Papa, al grande imam e agli altri ospiti presenti – che porteremo con voi la bandiere dell’umanità e della fratellanza e che sosterremo con voi gli sforzi per rendere il mondo più sicuro e tollerante».

Segue il discorso di Ahamad Al-Tayyb che, denunciando il fatto che i numerosi conflitti e le guerre in corso hanno messo il mondo sull’orlo di una terza guerra mondiale, esorta chi è al potere di «fermare lo spargimento di sangue». «Dio – afferma – non ha creato le persone per essere uccise, oppresse e torturate». Da qui un invito alla comunità cattolica locale: «Liberatevi dal concetto di minoranza, voi siete cittadini. Non deve esserci distinzione tra cristiani e musulmani».

«Al Salamò Alaikum! La pace sia con voi!», esordisce invece Jorge Mario Bergoglio nel suo discorso. Da qui, dalla «vostra patria mi rivolgo a tutti i Paesi di questa Penisola, ai quali desidero indirizzare il mio più cordiale saluto, con amicizia e stima». Il Papa sottolinea che «con animo riconoscente al Signore, nell’ottavo centenario dell’incontro tra San Francesco di Assisi e il sultano al-Malik al-Kāmil, ho accolto l’opportunità di venire qui come credente assetato di pace, come fratello che cerca la pace con i fratelli». Volere la pace, promuovere la pace, «essere strumenti di pace: siamo qui per questo».

Il logo di questo viaggio raffigura una colomba con un ramoscello di ulivo. È un’immagine «che richiama il racconto del diluvio primordiale, presente in diverse tradizioni religiose. Secondo il racconto biblico – spiega – per preservare l’umanità dalla distruzione Dio chiede a Noè di entrare nell’arca con la sua famiglia». E anche «noi oggi, nel nome di Dio, per salvaguardare la pace, abbiamo bisogno di entrare insieme, come un’unica famiglia, in un’arca che possa solcare i mari in tempesta del mondo : l’arca della fratellanza».

Il punto di partenza è uno solo: «Riconoscere che Dio è all’origine dell’unica famiglia umana. Egli, che è il Creatore di tutto e di tutti, vuole che viviamo da fratelli e sorelle, abitando la casa comune del creato che Egli ci ha donato». Ecco, si fonda «qui, alle radici della nostra comune umanità, la fratellanza. Essa ci dice che tutti abbiamo uguale dignità e che nessuno può essere padrone o schiavo degli altri».

Il Pontefice chiarisce che «non si può onorare il Creatore senza custodire la sacralità di ogni persona e di ogni vita umana: ciascuno è ugualmente prezioso agli occhi di Dio. Perché Egli non guarda alla famiglia umana con uno sguardo di preferenza che esclude, ma con uno sguardo di benevolenza che include».

Pertanto, riconoscere a ogni essere umano «gli stessi diritti è glorificare il Nome di Dio sulla terra. Nel nome di Dio Creatore, dunque, va senza esitazione condannata ogni forma di violenza, perché è una grave profanazione del Nome di Dio utilizzarlo per giustificare l’odio e la violenza contro il fratello». Non esiste violenza che possa essere «religiosamente giustificata», sentenzia il Papa.

Il Pontefice individua come «nemico della fratellanza l’individualismo, che si traduce nella volontà di affermare sé stessi e il proprio gruppo sopra gli altri». È un pericolo che «minaccia tutti gli aspetti della vita, perfino la più alta e innata prerogativa dell’uomo, ossia l’apertura al trascendente e la religiosità».

Dice Bergoglio: «La vera religiosità consiste nell’amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come sé stessi. La condotta religiosa ha dunque bisogno di essere continuamente purificata dalla ricorrente tentazione di giudicare gli altri nemici e avversari». Così, ciascun credo «è chiamato a superare il divario tra amici e nemici, per assumere la prospettiva del Cielo, che abbraccia gli uomini senza privilegi e discriminazioni».

Francesco desidera quindi esprimere «apprezzamento per l’impegno di questo Paese nel tollerare e garantire la libertà di culto, fronteggiando l’estremismo e l’odio. Così facendo, mentre si promuove la libertà fondamentale di professare il proprio credo, esigenza intrinseca alla realizzazione stessa dell’uomo, si vigila anche perché la religione non venga strumentalizzata e rischi, ammettendo violenza e terrorismo, di negare sé stessa».

La fratellanza certamente «esprime anche la molteplicità e la differenza che esiste tra i fratelli, pur legati per nascita e aventi la stessa natura e la stessa dignità», precisa citando il suo Messaggio per la Pace del 2015. E la pluralità religiosa «ne è espressione». In tale contesto «il giusto atteggiamento non è né l’uniformità forzata, né il sincretismo conciliante: quel che siamo chiamati a fare, da credenti, è impegnarci per la pari dignità di tutti, in nome del Misericordioso che ci ha creati e nel cui nome va cercata la composizione dei contrasti e la fraternità nella diversità».

A questo punto Francesco elenca i vari interrogativi che «si impongono: come custodirci a vicenda nell’unica famiglia umana? Come alimentare una fratellanza non teorica, che si traduca in autentica fraternità? Come far prevalere l’inclusione dell’altro sull’esclusione in nome della propria appartenenza? Come, insomma, le religioni possono essere canali di fratellanza anziché barriere di separazione?».

Se si crede nell’esistenza «della famiglia umana, ne consegue che essa, in quanto tale, va custodita. Come in ogni famiglia, ciò avviene anzitutto mediante un dialogo quotidiano ed effettivo . Esso presuppone la propria identità, cui non bisogna abdicare per compiacere l’altro».

Il dialogo «domanda il coraggio dell’alterità, che comporta il riconoscimento pieno dell’altro e della sua libertà, e il conseguente impegno a spendermi perché i suoi diritti fondamentali siano affermati sempre, ovunque e da chiunque».

Perché senza libertà non si è più «figli della famiglia umana, ma schiavi». E tra le libertà «vorrei sottolineare quella religiosa. Essa non si limita alla sola libertà di culto, ma vede nell’altro veramente un fratello, un figlio della mia stessa umanità che Dio lascia libero e che pertanto nessuna istituzione umana può forzare, nemmeno in nome suo».

Il coraggio «dell’alterità è l’anima del dialogo – puntualizza – che si basa sulla sincerità delle intenzioni. Il dialogo è infatti compromesso dalla finzione, che accresce la distanza e il sospetto: non si può proclamare la fratellanza e poi agire in senso opposto».

Francesco cita “I fratelli Karamazov” di F.M. Dostoevskij: «Secondo uno scrittore moderno, “chi mente a sé stesso e ascolta le proprie menzogne, arriva al punto di non poter più distinguere la verità, né dentro di sé, né intorno a sé, e così comincia a non avere più stima né di se stesso, né degli altri”».

In tutto ciò la preghiera è «imprescindibile: essa, mentre incarna il coraggio dell’alterità nei riguardi di Dio, nella sincerità dell’intenzione, purifica il cuore dal ripiegamento su di sé. La preghiera fatta col cuore è ricostituente di fraternità».

Per il Papa «non c’è alternativa: o costruiremo insieme l’avvenire o non ci sarà futuro. Le religioni, in particolare, non possono rinunciare al compito urgente di costruire ponti fra i popoli e le culture». È giunto il tempo in cui «le religioni si spendano più attivamente, con coraggio e audacia, senza infingimenti, per aiutare la famiglia umana a maturare la capacità di riconciliazione, la visione di speranza e gli itinerari concreti di pace».

La pace ha necessità di «due ali che la sostengano». Per Francesco un’ala è l’«educazione – in latino indica l’estrarre, il tirare fuori – che «è portare alla luce le risorse preziose dell’animo». Anche l’educazione «avviene nella relazione, nella reciprocità. Alla celebre massima antica “conosci te stesso” dobbiamo affiancare “conosci il fratello”: la sua storia, la sua cultura e la sua fede, perché non c’è conoscenza vera di sé senza l’altro».

La giustizia è «la seconda ala della pace, la quale spesso non è compromessa da singoli episodi, ma è lentamente divorata dal cancro dell’ingiustizia». Infatti «la pace muore quando divorzia dalla giustizia, ma la giustizia risulta falsa se non è universale. Una giustizia indirizzata solo ai familiari, ai compatrioti, ai credenti della stessa fede è una giustizia zoppicante, è un’ingiustizia mascherata!», esclama.

Francesco pensa ai giovani, «spesso circondati da messaggi negativi e fake news». I ragazzi hanno bisogno di imparare «a non cedere alle seduzioni del materialismo, dell’odio e dei pregiudizi; imparare a reagire all’ingiustizia e anche alle dolorose esperienze del passato; imparare a difendere i diritti degli altri con lo stesso vigore con cui difendono i propri diritti». Saranno «essi, un giorno, a giudicarci: bene, se avremo dato loro basi solide per creare nuovi incontri di civiltà; male, se avremo lasciato loro solo dei miraggi e la desolata prospettiva di nefasti scontri di inciviltà».

È con questo spirito che, «non solo qui, ma in tutta l’amata e nevralgica regione mediorientale, auspico opportunità concrete di incontro: società dove persone di diverse religioni abbiano il medesimo diritto di cittadinanza e dove alla sola violenza, in ogni sua forma, sia tolto tale diritto».

Una convivenza fraterna, «fondata sull’educazione e sulla giustizia; uno sviluppo umano, edificato sull’inclusione accogliente e sui diritti di tutti: questi sono semi di pace, che le religioni sono chiamate a far germogliare. Ad esse, forse come mai in passato, spetta, in questo delicato frangente storico, un compito non più rimandabile: contribuire attivamente a smilitarizzare il cuore dell’uomo».

La corsa agli armamenti, «l’estensione delle proprie zone di influenza, le politiche aggressive a discapito degli altri non porteranno mai stabilità. La guerra non sa creare altro che miseria, le armi nient’altro che morte!».

Poi aggiunge: «La fratellanza umana esige da noi, rappresentanti delle religioni, il dovere di bandire ogni sfumatura di approvazione dalla parola guerra. Restituiamola alla sua miserevole crudezza». Osserva il Papa: «Sotto i nostri occhi sono le sue nefaste conseguenze. Penso in particolare allo Yemen, alla Siria, all’Iraq e alla Libia. Insieme – invoca – fratelli nell’unica famiglia umana voluta da Dio, impegniamoci contro la logica della potenza armata, contro la monetizzazione delle relazioni, l’armamento dei confini, l’innalzamento di muri, l’imbavagliamento dei poveri; a tutto questo opponiamo la forza dolce della preghiera e l’impegno quotidiano nel dialogo».

Francesco auspica che «il nostro essere insieme oggi sia un messaggio di fiducia, un incoraggiamento a tutti gli uomini di buona volontà, perché non si arrendano ai diluvi della violenza e alla desertificazione dell’altruismo». Dio sta con l’uomo «che cerca la pace. E dal cielo benedice ogni passo che, su questa strada, si compie sulla terra».
Vaticaninsider
Pubblicato il 04/02/2019
DOMENICO AGASSO JR
INVIATO AD ABU DHABI