Mercoledì 6 febbraio 2019
Eugenia Bonetti, suora missionaria della Consolata e presidente dell’Associazione "Slaves no more", ha scritto una lettera al direttore del quotidiano italiano "Avvenire": “Caro direttore, scrivo a lei ma vorrei rivolgermi apertamente anche al ministro Matteo Salvini”. La lettera è stata pubblicata domenica scorsa, 3 febbraio. [Avvenire e Slaves no more]

Prostituzione.
Tutte le violenze e i dolori che dobbiamo saper «vedere»

Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata e presidente dell’Associazione "Slaves no more".

Caro direttore,
scrivo a lei ma vorrei rivolgermi apertamente anche al ministro Matteo Salvini. Da parecchi giorni sto seguendo con attenzione attraverso i media l’ennesima tragedia del un gruppo di persone, compresi minori non accompagnati, tenuti a lungo a bordo di una nave in cerca di un approdo in un porto sicuro dove chiedere accoglienza e protezione. Ho considerato con attenzione dibattiti e polemiche, e mi viene spontaneo fare memoria di centinaia di migliaia di nostri concittadini italiani che per decenni, e ancora nel secondo dopoguerra novecentesco, partivano per mare verso terre straniere in Europa, America e Australia. Partivano con le loro famiglie portando con loro le poche cose che possedevano assieme alla 'ricchezza' numerosa dei figli e a tanta voglia di rifarsi una vita, sognando un futuro migliore.

Come mai oggi stiamo sperimentando un così grande accanimento in forma di chiusure e respingimenti che ben poco hanno a che fare con un Paese che ha questa storia e che sta invecchiando senza quasi rendersi conto del suo bisogno di forze nuove, sia per la sua anima sia per lo sviluppo delle nostre industrie e della nostra agricoltura sia per l’assistenza ai nostri anziani? Che pagina buia questa della nostra politica odierna. Fatta di sensazionalismi; frasi urlate, spesso xenofobe e quasi razziste. Fatta di esaltazione dell’esclusione sociale ed etnica. Che vergogna essere spettatori non solo della fine (graduale) del peggio rappresentato dai grandi campi di non-accoglienza, ma soprattutto della distruzione (secca e brutale) della parte migliore del sistema di accoglienza italiano, imperniato su (non moltissimi) Cara ben gestiti e sul serio strumento Sprar, che negli anni – poco a poco – ha costruito ottime reti di comunicazione, dando vita a comunità capaci di salvare e migliorare la vita di tante persone, tra cui vittime di povertà e di sfruttamento, di guerre e di schiavitù.

Che frustrazione oggi, nell’essere testimone di tutto questo e non trovare ancora il modo di cambiare la situazione e sovvertire la tendenza a farsi dominare da rabbia e rancore, dalle verità raccontate solo a metà, dalla stanchezza per una crisi che sembra non finire mai. Che delusione nello scorgere la poca memoria del nostro popolo di esploratori, di conquistatori, di migranti, di persone di cuore, capaci di accogliere e integrare. Popolo che ha subito sulla propria pelle la ghettizzazione e l’esclusione sociale. Da mesi ormai abbiano un governo che lascia gruppi di persone in balia degli eventi, in mare aperto, e nulla importa che siano su barche di Ong o della Guardia Costiera. Si tratta di uomini, donne e bambini, che fuggono dalla povertà o dalla persecuzione nei loro Paesi e durante il tragitto diventano vittime di un sistema criminale, mafioso, che vuole solo sfruttarli per guadagnare denaro.

Si parla di questioni di principio, per una equa distribuzione in Europa dei migranti, affinché tutti gli Stati si prendano le loro responsabilità umane ed economiche... E si agisce come se al primo posto, nella nostra società, non ci sia più l’essere umano e la sua dignità. Si privano persone, da tempo ormai in Italia, con un tetto sulla testa e spesso con luoghi di studio e di lavoro, di tutto quello che hanno duramente costruito per spostarli, contro la loro volontà, o addirittura per lasciarli senza nulla... Non si opera però con la stessa dura tenacia per individuare gli artefici della tratta di esseri umani.

Non vengono ascoltate le vittime, non sono messe nella condizione di denunciare, nessuna garanzia è prevista. Quasi nulli sono i processi a sfruttatori, gruppi criminali e mafiosi che gestiscono i flussi delle vittime di tratta dai Paesi di provenienza, nel Mediterraneo e fino alle coste italiane.

Un’ultima riflessione è per le circa 90mila donne straniere, in maggioranza nigeriane, che di giorno e di notte sono disseminate sulle nostre strade di città o lungo i sentieri di campagna a 'uso e consumo' di italiani di ogni ceto, età e condizione sociale. Fino a quando continueremo a tollerare la distruzione di queste giovani donne straniere in mano a organizzazioni criminali e a coloro che usano e abusano di loro? Perché l’Italia, Paese con radici cristiane, continua ad accettare questo sistema di sfruttamento? Riaprire le case di tolleranza per togliercele dalla vista non serve, abbiamo invece bisogno di ripulire i nostri occhi e il nostro cuore e scorgere in loro il volto e il dolore di una figlia, di una sorella, di una donna, portatrice di vita e di armonia e ridotta a schiava sessuale da liberare.

Quali sono, dunque, i valori che noi adulti vogliamo trasmettere alle attuali e future generazioni? Che tipo di uomini e donne vogliamo essere? Quanto ancora vogliamo svuotare la nostra società, ormai quasi priva di contenuti e di valori umani e cristiani? E come – lei, direttore, ce lo ricorda spesso–, come saremo giudicati dalla storia?
[Eugenia Bonetti in Avvenire]