Venerdì 15 febbraio 2019
Nel 2017 l’arruolamento e l’utilizzo dei più piccoli in combattimento è quadruplicato nella Repubblica Centrafricana e raddoppiato nella Repubblica democratica del Congo e in Sud Sudan. Nelle guerre in corso l’utilizzo dei ragazzini come carne da macello è una cosa assai frequente, mentre le femmine sono usate prevalentemente come schiave sessuali o come cuoche. L’Onu sottolinea il rapimento dei minori su larga scala quale fattore che alimenta il fenomeno. [di Luciano Bertozzi – Nigrizia]

Il 12 febbraio si celebra la giornata Internazionale contro l’uso dei bambini soldato. Proprio in questo giorno, nel 2002, è infatti entrato in vigore il Protocollo opzionale alla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, che vieta il reclutamento e l’utilizzo dei minori di 18 anni in combattimento. Nonostante l’impegno, sottoscritto da oltre 150 paesi, però, il drammatico fenomeno è ben lungi dall’essere terminato.

Nel rapporto: “Le sorti dei bambini in tempi di conflitti armati”, il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, elenca gli eserciti e le guerriglie che li hanno utilizzati. Nel 2017 i paesi coinvolti sono stati: Afghanistan, Colombia, Repubblica Centrafricana, Filippine, Iraq, Mali, Myanmar, Nigeria, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica democratica del Congo (RdC), Siria e Yemen. In totale oltre 50 milizie, oltre agli eserciti di Siria, Sud Sudan, Somalia e Yemen.

Nelle guerre in corso l’utilizzo dei ragazzini come carne da macello è una cosa assai frequente, mentre le femmine sono usate prevalentemente come schiave sessuali o come cuoche. L’Onu sottolinea il rapimento dei minori su larga scala quale fattore che alimenta il fenomeno.

Nel 2017 rispetto all’anno precedente, l’arruolamento e l’utilizzo dei più piccoli è quadruplicato nella Repubblica Centrafricana, è raddoppiato nella Repubblica democratica del Congo (oltre 1.000 casi), nel Sud Sudan (1.200 casi), in Siria (quasi 1.000 casi) e nello Yemen (850 casi), mentre rimane sempre molto alto in Somalia (oltre 2.000 casi). Nell'ex colonia italiana, il rapimento di 1.600 ragazzi da parte di al-Shabaab dimostra quanto sia diffuso il loro utilizzo in combattimento e nelle funzioni di sostegno ai combattenti. In Somalia hanno però arruolato minori sia l’esercito (oltre 100 casi), sia la polizia (11 casi).

Resta inoltre elevato il numero di bambini detenuti in quanto considerati appartenenti alla guerriglia. In Iraq sono almeno un migliaio, carcerati in apposite prigioni per minori, poiché accusati di far parte dell’Isis. In Nigeria sono quasi duemila i fanciulli detenuti per la presunta appartenenza, loro o delle loro famiglie, a Boko Haram.

Guterres ha ricordato alle autorità che i minori in precedenza associati alla guerriglia devono essere trattati come delle vittime e non come criminali. Il primo passo per far uscire i bambini dall’incubo è la smobilitazione, e gli sforzi delle Nazioni Unite nel 2017 hanno reso possibile la smobilitazione di oltre diecimila fanciulli utilizzati da varie guerriglie nel mondo. Ma separare i piccoli dalle armi è solo il primo passo, verso una nuova vita in paesi distrutti da guerre anche decennali. E’ indispensabile fornire aiuti psicologici ed educativi, per rompere il ciclo della violenza e consolidare la pace.

Purtroppo nella RdC oltre ottomila fanciulli liberati dalle diverse forze guerrigliere non hanno avuto alcun aiuto per reintegrarsi nella vita civile, a causa della mancanza di fondi. Anche in Sud Sudan i fondi per il loro recupero sono stati dimezzati. E’ proprio questo un aspetto fondamentale per ripristinare una pace duratura, considerato anche che spesso le guerre sono combattute per il controllo di materie prime essenziali per le economie dei paesi occidentali.
[di Luciano Bertozzi – Nigrizia]