Domenica 24 febbraio 2019
Il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS) ha deciso di produrre un report, intitolato “Dimenticati ai confini dell’Europa” (vedi allegato), per raccontare l’esperienza delle persone che sono riuscite ad arrivare in Europa negli ultimi tre anni. L’obiettivo era portare all’attenzione dei cittadini europei le voci e le esperienze dei migranti e dei rifugiati, per rendere chiaro il nesso tra quello che hanno vissuto e le politiche europee che i governi hanno adottato. Il report si basa su 117 interviste. [Centro Astalli]

Uno degli obiettivi dichiarati dell’Agenda Europea sulle Migrazioni era salvare vite umane e anche l’accordo stipulato tra i governi europei e la Turchia si proponeva come “un’alternativa ai migranti per non farli rischiare la vita”. Persino il protocollo d’intesa tra Italia e Libia, anche se esplicitamente mirato a ridurre l’immigrazione irregolare, è stato presentato come uno strumento per combattere il traffico di esseri umani e proteggere la vita delle persone.

Abbiamo visto come in effetti le politiche e le modifiche legislative messe in atto fino ad ora fossero volte soprattutto a ridurre i flussi migratori. Negli ultimi tre anni gli arrivi di migranti forzati, in Italia e in Europa, sono calati considerevolmente. Ma dalle statistiche risulta anche che il numero delle vittime dei viaggi verso l’Europa non è diminuito in modo proporzionale e che dunque l’obiettivo di salvare vite umane non può dirsi raggiunto. Per di più i dati numerici non riescono pienamente a mostrare l’impatto delle nuove politiche europee sulla vita delle persone. Costretti da circostanze di forza maggiore (incluse guerre e crisi umanitarie sempre più gravi), molti lasciano comunque il proprio Paese, intraprendendo viaggi estremamente pericolosi. Inoltre un numero crescente di migranti sono costretti a rimanere o vengono rimandati in situazioni in cui la loro dignità e la loro stessa incolumità sono a rischio.

Il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS) ha deciso di produrre un report, Dimenticati ai confini dell’Europa per raccontare l’esperienza delle persone che sono riuscite ad arrivare in Europa negli ultimi tre anni. L’obiettivo era portare all’attenzione dei cittadini europei le voci e le esperienze dei migranti e dei rifugiati, per rendere chiaro il nesso tra quello che hanno vissuto e le politiche europee che i governi hanno adottato. Il report si basa su 117 interviste qualitative semi-strutturate realizzate nel corso del 2017 nell’enclave spagnola di Melilla, in Sicilia, a Malta, in Grecia, in Romania, in Croazia e in Serbia.

Ciò che emerge chiaramente dalle interviste, e che conferma la consolidata esperienza del JRS nell’accompagnamento dei migranti forzati che cercano protezione in Europa, è che il momento dell’ingresso in Europa, sia che esso avvenga attraverso il mare o attraverso una foresta sul confine terrestre, non è che un frammento di un viaggio molto più lungo e estremamente traumatico. Le rotte che dall’Africa occidentale e orientale portano fino alla Libia sono notoriamente pericolose, specialmente per le donne, spesso vittime di abusi sessuali o costrette a prostituirsi per pagare i trafficanti.

L’accesso al territorio europeo è una delle principali sfide per i richiedenti asilo, che non hanno quasi nessun modo di viaggiare legalmente. Sempre più spesso al loro arrivo in Europa i migranti si trovano davanti a barriere fisiche che impediscono loro l’accesso (come in Ungheria e a Melilla), oppure vengono respinti senza avere la possibilità di chiedere asilo. Quasi tutte le 17 persone intervistate in Croazia e Serbia, compresi 5 minorenni, hanno riferito storie di violenze fisiche e respingimenti immediati da parte della polizia di confine croata. Il Greek Council for Refugees ha denunciato, nel febbraio 2018, un numero rilevante di casi di respingimenti illegali dalla regione greca del fiume Evros, al confine terrestre con la Turchia. Secondo questa organizzazione, migranti vulnerabili come donne incinte, famiglie con bambini e vittime di tortura sono state forzatamente rimandati in Turchia, stipati in sovraffollate barche attraverso il fiume Evros, dopo essere state arbitrariamente detenuti in stazioni di polizia in condizioni igieniche precarie. A Ceuta e Melilla il Servicio Jesuita a Migrantes (SJM) ha assistito per anni a respingimenti forzati di migranti in Marocco da parte delle forze di sicurezza spagnole. Il SJM ha anche parlato con persone che affermano di essere state respinte dalle autorità spagnole nelle acque poco al largo di Melilla. Le autorità spagnole e marocchine collaborano assiduamente per evitare che i migranti possano raggiungere le coste di Melilla: le navi della guardia costiera spagnola bloccano i migranti in mare e quelle marocchine li riportano indietro in Marocco, secondo uno schema che ricorda molto la nuova collaborazione tra autorità italiane e autorità libiche. Durante una di queste operazioni, il 31 agosto 2017, sette donne sono morte dopo che il loro barcone si è rovesciato mentre veniva scortato dalle autorità marocchine.

A volte, anche dopo essere riusciti ad accedere al territorio, i migranti non vengono pienamente informati rispetto ai loro diritti e alle modalità di presentazione della domanda di asilo. I migranti appena arrivati sono spesso confusi, non hanno del tutto chiaro cosa possono o non possono fare e finiscono per mettere insieme frammenti di informazioni che arrivano dalle autorità, dai trafficanti e da altri migranti.

Dalle interviste realizzate dal JRS risulta chiaramente che la mancanza di informazioni chiare e comprensibili al momento dell’arrivo è uno dei motivi principali per cui molti non presentano domanda di asilo e finiscono per cadere nell’illegalità. Infine è importante sottolineare che a volte i migranti, anche quando si trovano geograficamente in territorio europeo, ma non si sentono ancora veramente “arrivati”. Devono adesso affrontare un quantità di frontiere invisibili che dividono di fatto l’Europa: condizioni di accoglienza inaccettabili, che spingono le persone a preferire insediamenti informali o persino la strada; la detenzione, pratica comune in diversi Paesi europei, che riduce sensibilmente la possibilità di ottenere protezione internazionale.

Il Regolamento di Dublino, infine, più di ogni altra normativa europea, spinge le persone all’irregolarità: le condizioni di accoglienza inadeguate e il difficile accesso alla procedura d’asilo inducono molte persone a cercare protezione in altri Stati Membri dell’Unione, magari sulla base dell’esperienza di familiari e conoscenti. Ma il Regolamento di Dublino crea ostacoli quasi insormontabili, costringendoli in situazioni dove non riescono ad accedere a una vita dignitosa e sicura, spesso separati dalle loro famiglie.

Il report Dimenticati ai confini dell’Europa mostra che alle frontiere dell’Unione Europea, e talora anche a quelle interne, c’è una vera e propria emergenza dal punto di vista della tutela dei diritti umani. L’assenza di vie legali di accesso per le persone bisognose di protezione le costringe ad affidarsi ai trafficanti su rotte che si fanno sempre più lunghe e pericolose, pagando loro cifre esorbitanti. I tentativi dell’UE e degli Stati Membri di chiudere le principali rotte non proteggono la vita delle persone, come a volte si sostiene, ma nella maggior parte dei casi riescono a far sì che la loro sofferenza abbia sempre meno testimoni.

In occasione della presentazione del report, il Centro Astalli esprime preoccupazione anche per le crescenti difficoltà di accesso alla protezione in Italia: in un momento in cui molti migranti restano intrappolati in Libia in condizioni disumane e il soccorso in mare è meno efficace rispetto al passato, il nostro Paese ha scelto di adottare nuove misure che rendono più difficile la presentazione della domanda di asilo in frontiera, introducono il trattenimento ai fini dell’identificazione, abbassano gli standard dei centri di prima accoglienza. Quando le politiche, nazionali ed europee, europee spingono le persone ai margini, come accade sempre più spesso, è più facile che i leader e cittadini europei perdano di vista il fatto che i migranti sono persone, che continuano a conservare la speranza anche in circostanze molto difficili e hanno in ogni circostanza diritto ad essere rispettati nella loro dignità.
[Testo e foto: Centro Astalli]

Anche in Italia,
la protezione è sempre meno accessibile
di Chiara Peri, Responsabile progettazione, Centro Astalli

Derav, un 37enne curdo iracheno, è stato intervistato dal Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS) in un centro di detenzione in Romania. Derav è molto provato dalla detenzione, pensa di aver sbagliato qualcosa nella procedura, ma ancora oggi non ha chiaro cosa avrebbe dovuto fare: “Se asilo vuol dire libertà, è questo che voglio”. Derav ha presentato domanda di asilo, ma ha ricevuto un diniego, fondamentalmente perché ha presentato domanda di asilo dal centro di detenzione e non al momento in cui è arrivato. “Non avevo idea che fosse possibile farlo al confine”, ha detto Derav, che appena sbarcato ricorda di aver parlato con la polizia di frontiera, ma sostiene di non aver ricevuto alcuna informazione specifica.

Parto da questa intervista, una delle 117 su cui si basa questo rapporto, perché ci dà un esempio tangibile di cosa, presto, potrebbe accadere anche in Italia. Il decreto legge 113/2018, recentemente approvato in Senato e oggi all’esame della Camera, introduce anche nel sistema d’asilo italiano alcune delle misure che maggiormente hanno precluso, negli ultimi anni, l’accesso a una protezione effettiva in altri Paesi europei.

Viene espressamente introdotta la detenzione amministrativa (fino a 30 giorni) dei richiedenti asilo negli hotspot per determinarne o verificarne l’identità o la cittadinanza. Se necessario, il richiedente potrà essere trattenuto nei CPR per ulteriori 180 giorni. I termini di durata massima di trattenimento fissati dal decreto legge arrivano così fino a 210 giorni di detenzione per persone che non hanno commesso alcun crimine, solo per verificarne l’identità. L’articolo 4 prevede anche la possibilità di trattenere persone negli uffici di frontiera, qualora non ci sia disponibilità di posti nei CPR.

Si estende la casistica in cui una domanda di protezione può essere considerata manifestamente infondata e pertanto esaminata con una procedura accelerata. In particolare questo potrà avvenire nel caso in cui il richiedente sia entrato illegalmente nel territorio nazionale, o vi abbia prolungato illegalmente il soggiorno, e senza giustificato motivo non abbia presentato la domanda tempestivamente rispetto alle circostanze del suo ingresso. Manifestamente infondata sarà considerata anche la richiesta di protezione di chi abbia rifiutato di adempiere all'obbligo del rilievo dattiloscopico.

Il governo ha aggiunto al decreto l’articolo 7 bis che prevede l’istituzione di un elenco di “paesi di origine sicuri”. Con le modifiche introdotte si stabilisce che il ministero degli esteri – insieme al ministero dell’interno e della giustizia – rediga una lista di paesi di origine sicuri. Se il richiedente asilo proviene da uno dei paesi della lista, la sua domanda sarà considerata manifestamente infondata. Inoltre con l’articolo 10 si fa strada il concetto di “area interna sicura”, cioè di una zona sicura all’interno di un paese che non è nella lista dei paesi di origine sicuri. Una richiesta d’asilo potrà quindi essere rigettata anche "se, in una parte del territorio del Paese di origine (ndr quindi non più nell'intero Paese), il richiedente non ha fondati motivi di temere di essere per-seguitato o non corre rischi effettivi di subire danni gravi o ha accesso alla protezione contro persecuzioni o danni gravi, può legalmente e senza pericolo recarvisi ed esservi ammesso e si può ragionevolmente supporre che vi si ristabilisca”.

La lista dei paesi di origine sicuri, un concetto che esiste nella normativa europea, ma che finora l’Italia aveva scelto di non adottare, rischia di ampliare la discrezionalità nella valutazione delle domande di protezione, codificando una sorta di filtro rispetto all’accesso alla procedura. Stabilire poi che una parte di un Paese è sicura significa di fatto condannare Paesi che sono già instabili a farsi carico anche dei propri sfollati interni, peraltro esponendo le persone a rischi ulteriori in vista di una possibilità non comprovata di ottenere protezione effettiva. Ancora una volta, conosciamo gli effetti di queste misure, già applicate in alcuni Paesi europei. Si pensi ai casi di persone rimpatriate forzatamente in Afghanistan da Germania, Norvegia, Olanda e Svezia e che sono state uccise, sono rimaste ferite in attentati o sono costrette a vivere nella costante paura di essere perseguitate, come ha documentato un report Amnesty International, ma come ci ha confermato anche l’attivista e scrittrice Malalai Joya, che abbiamo avuto il privilegio di incontrare qui al Centro Astalli alcuni mesi fa. 

Estremamente preoccupante anche l’abbassamento degli standard nei centri di accoglienza per i richiedenti asilo, che vengono esclusi dall’accoglienza integrata pubblica (ex SPRAR). 

Le testimonianze raccolte nel report del JRS mostrano quanto sia importante per una persona appena arrivata dopo un’esperienza traumatica come quella dei viaggi verso l’Europa essere accolto in un contesto che consenta di recuperare serenità, di essere informato compiutamente delle opzioni possibili per fare scelte consapevoli, oltre ovviamente a ricevere assistenza qualificata ed adeguata rispetto ai propri bisogni più urgenti, in primo luogo quelli alla salute fisica e mentale. Purtroppo in molti casi i richiedenti asilo si trovano isolati, espulsi dal sistema di accoglienza e del tutto in balia di trafficanti che lucrano sulla loro disperazione, anche in territorio europeo. La scelta di privilegiare i grandi centri collettivi e rimandare qualunque misura di integrazione a un futuro indefinito moltiplicherà anche in Italia queste situazioni di sofferenza e marginalizzazione. L’accoglienza nei CAS ha inoltre già generato negli ultimi anni un numero elevatissimo di revoche delle misure di accoglienza (quasi 40.000 revoche notificate a richiedenti asilo tra il 2016 e il 2017, secondo una ricognizione realizzata da Altreconomia sulla base dei dati di 58 Prefetture): l’allontanamento di richiedenti asilo dalle strutture di accoglienza dovrebbe essere una misura eccezionale, che purtroppo tende ad essere applicata con eccessiva discrezionalità. 

Abbiamo sotto gli occhi le conseguenze di misure di questo genere. Alti costi, sia umani che economici (pensiamo ad esempio all’allungamento del periodo di trattenimento nei CPR da 90 a 180 giorni), un aumento di persone costrette a vivere in insediamenti informali in condizioni di marginalità estrema (il decreto riduce considerevolmente, riformando le tipologie di titoli di soggiorno, la possibilità di accedere a percorsi di inclusione lavorativa e addirittura di permanere legalmente sul territorio), un accresciuto conflitto sociale. Soprattutto si perderanno irreparabilmente, in tutta Italia, occasioni di incontro diretto e conoscenza tra migranti e cittadini, unico antidoto credibile al dilagare del razzismo e della xenofobia. 

Siamo convinti che non sia troppo tardi per cambiare direzione, anche se il panorama politico attuale apparentemente non lascia grandi margini di speranza. Impariamo ogni giorno dall’esempio dei rifugiati che incontriamo in Europa a non perdere la speranza anche nelle circostanze più difficili. Per questo continuiamo a proporre le nostre raccomandazioni a chi ha responsabilità politica, in Italia e negli altri Stati membri. Le trovate nel report, ma ne ricordo alcune.

Prevedere percorsi legali e sicuri di accesso all’Europa per chi cerca protezione, utilizzando tutti gli strumenti già disponibili (visti umanitari, reinsediamento, ricongiungimento familiare, ingressi per studio e lavoro), rendendoli più efficienti e flessibili. Far viaggiare le persone legalmente è il modo più efficace per contrastare il traffico di esseri umani e di salvare vite umane.

Non trasferire la responsabilità della protezione dei migranti al di fuori dell’Unione Europea attraverso accordi discutibili a livello legale e morale, che costringono le persone a esporsi a rischi sempre più alti oppure le intrappolano in situazioni in cui i diritti umani sono gravemente e sistematicamente violati, come in Libia. In queste ore si conclude in vertice a Palermo.

Evitare la detenzione dei richiedenti asilo. Chi arriva in Europa e chiede protezione è sopravvissuto a gravi traumi e si trova in una condizione di estrema vulnerabilità, che viene aggravata da una incomprensibile privazione della libertà. In nessun caso i minori dovrebbero essere soggetti a detenzione. 

Adottare politiche che non criminalizzino i movimenti secondari dei rifugiati all’interno dell’Unione europea, ma piuttosto li prevengano. L’attuale approccio punitivo adottato dall’Europa comporta politiche disumane e inefficaci. L’unico modo per evitare i movimenti secondari è eliminare le motivazioni che spingono i richiedenti asilo a spostarsi da uno Stato all’altro. In primo luogo devono essere garantite dignitose condizioni di accoglienza e procedure di asilo rapide ed eque in tutti gli Stati membri. Le preferenze del singolo richiedente asilo devono essere prese in considerazione al momento di decidere lo Stato membro competente per l’esame della sua domanda. Siamo consapevoli che non è sempre possibile conciliare le preferenze del richiedente asilo con un’equa distribuzione tra gli Stati membri. Per questo motivo, dovrebbero essere create le condizioni per permettere la libera circolazione delle persone all’interno dell’UE, una volta che hanno ottenuto la protezione internazionale. 

29 anni fa, il 9 novembre 1989, cadeva il muro di Berlino, simbolo della divisione ideologica dell'Europa e del mondo intero. Come ha ricordato anche papa Francesco più volte, costruire nuovi muri e recinzioni in questo continente dimostra una grave dimenticanza della nostra storia recente e un tradimento dei principi fondanti del nostro vivere insieme. Noi qui al Centro Astalli condividiamo con tutto il JRS in ogni parte del mondo l’impegno a non arrenderci ai muri e a trasformare, insieme ai rifugiati, ogni occasione di divisione in un’occasione di dialogo e di cambiamento. Abbiamo voluto rappresentare simbolicamente questo impegno con due murales, che saranno nel nuovo centro di accoglienza che apriremo presto in via degli Astalli. Abbiamo chiesto di realizzarli a Sibomana, un artista che da anni, in molte snodi importanti del viaggio dei rifugiati che arrivano in Europa, ha ribadito con le sue opere che proteggere le persone è più importante che proteggere i confini.
Chiara Peri, Responsabile progettazione, Centro Astalli

[Testo e foto: Centro Astalli]