ERITREA: Dopo l'accordo di pace, attese per la libertà ai cittadini e alla Chiesa

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Martedì 26 febbraio 2019
La Chiesa cattolica in Eritrea sta vivendo una fase di attesa. Dopo l’accordo di pace con l’Etiopia, la situazione si è cristallizzata. Da parte delle autorità non ci sono state particolari repressioni, ma neppure aperture. Abba Mussie Zerai, sacerdote dell’eparchia di Asmara, descrive così all'Agenzia Fides la situazione vissuta dai cattolici nel piccolo paese dell’Africa orientale: "La pace tra Asmara e Addis Abeba aveva suscitato grandi aspettative – afferma il sacerdote – ma non c’è stato finora un chiaro segnale di miglioramento. La libertà di azione per la Chiesa cattolica è ancora tutta da conquistare". Nella foto: il primo ministro etiopico Abiy Ahmed (in primo piano) e il presidente dell'Eritrea dal 1993, Isaias Afeworki.

L’Eritrea è uno dei Paesi più poveri del mondo, con un Pil pro capite di appena 800 dollari all’anno, che corrispondono a meno di 70 dollari al mese. Buona parte dei cittadini sopravvive grazie al denaro che arriva dai parenti che sono riusciti a fuggire e a trovare lavoro in Europa. Di fatto, una delle voci più significative dell’economia nazionale sono proprio i piccoli capitali stranieri che arrivano dagli eritrei espatriati. La siccità persistente e il generale cambiamento climatico della regione, sta provocando una consistente perdita permanente di risorse naturali. Questo non fa che peggiorare una crisi economica da cui ormai non sembra esserci più ripresa. Secondo i dati Unicef di giugno 2017, 22.700 mila bambini al di sotto dei 5 anni verserebbero in uno stato di malnutrizione acuta.

L’Eritrea è anche fra i paesi più militarizzati del mondo e sotto osservazione speciale dell’Onu a causa delle torture applicate in maniera sistematica ai prigionieri, oppositori e non. Human Rights Watch ha definito quella eritrea "una delle più feroci dittature del mondo", che gestisce 361 tra carceri e centri di detenzione. Anche la libertà di stampa è stata penalizzata e ad Asmara non ci sono più corrispondenti esteri della stampa occidentale dal 2010.

La Chiesa, oltre all’attività pastorale, porta avanti numerosi progetti in campo sociale. Gestisce scuole, cliniche, dispensari, presidi medici e promuove attività di sostegno dei più deboli (donne orfani, malati di Aids e di lebbra, poveri). Nel 1995 le autorità hanno approvato una legge che avocava allo Stato tutte le iniziative in campo sociale. Negli anni, la norma non è stata implementata, ma è rimasta come una "spada di Damocle" sulla testa della Chiesa che rischiava in ogni momento di vedersi espropriate le proprie attività. "Questa legge si sperava venisse abrogata – continua abba Mussie – ma, al contrario, è ancora in vigore. In alcune regioni i governatori, considerate le grandi esigenze della popolazione e le carenze delle istituzioni pubbliche, chiudono un occhio e permettono ai cattolici di continuare le loro azioni sociali. In altre regioni, invece vengono costantemente ostacolate. Come Chiesa dobbiamo quindi vivere giorno per giorno, e sperare di poter continuare il nostro lavoro a favore della popolazione".

Se il quadro generale all’interno del paese resta incerto, qualcosa si muove nelle relazioni tra Eritrea ed Etiopia. La scorsa settimana, a Mons. Menghesteab Tesfamariam, eparca di Asmara, è stato concesso il visto per recarsi in Etiopia per incontrare il Card. Berhaneyesus Demerew Souraphiel, arcieparca di Addis Abeba. "Le due Chiese sorelle – continua abba Mussie – sono riuscite a confrontarsi direttamente per la prima volta dopo vent’anni. È un piccolo passo importante se pensiamo che in autunno le autorità eritree non avevano concesso all’eparca eritreo l’autorizzazione per recarsi all’estero per l’incontro dei rappresentanti delle conferenze episcopali dell’Africa orientale. La nostra speranza, come cattolici, è che lo Stato si apra e conceda nuovi spazi di libertà ai cittadini".
[EC – Agenzia Fides)