La vittoria del Signore non consiste quindi nel rifiuto del potere promessogli, in nome di chissà quale ascetica rinuncia a rilevanza e grandezza. Piuttosto il suo trionfo coincide col rifiuto di considerare il diavolo come potente. L’oggetto in questione non è il potere, ma chi realmente lo detiene e lo elargisce. Cedere alla tentazione non significa desiderare il potere, ma cercarlo dove non c’è, fidandosi di uno sbruffone impotente. [Nella foto: Le tentazioni di Gesù, un mosaico duecentesco proveniente dalla Basilica di San Marco a Venezia]

Le sfide del potere e del benessere

Dt 26,4-10; Salmo 90; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

Con l’imposizione delle ceneri mercoledì scorso, abbiamo iniziato un cammino di penitenza e di purificazione verso la Pasqua di Cristo. Si tratta del tempo forte della Quaresima, che è chiamata anche “segno sacramentale della nostra conversione”, poiché per quaranta giorni e i riti che in essi celebreremo sono richiamo e manifestazione del nostro impegno a rivedere la nostra vita e a aprirci umilmente e totalmente alle esigenze del vangelo: cioè alla proposta di un Dio che per cercare l’uomo si fa uomo, si fa disponibile fino alla morte di croce, e risorgendo diventa speranza e certezza per ogni uomo che crede in lui. Questo itinerario quaresimale appare quindi il fatto di un “morire” e di un “risorgere” con Cristo, il “nuovo Adamo” dal quale viene una sovrabbondante ricchezza di grazia che ci riconcilia con Dio. Si tratta in fine dei conti di un “cammino di conversione”, che consiste in un cambiamento radicale, in un mutamento totale, in un rinnovamento intimo del l’uomo, del suo sentire, del suo giudicare e del suo vivere. L’invito alla conversione è, in fondo, invito a credere: credere che Dio è dentro la mia storia, che Egli ha la sovranità sulla mia vita; una fede che quindi diventa principio di vita e che coinvolge alle pratiche concrete, alle buone opere, che sono valide davanti a Dio nella misura in cui sono espressione di questo interiore coinvolgimento.

La liturgia della parola di questa prima domenica del tempo di Quaresima, nella prima lettura dalla Genesi, ci rivela che a motivo del demonio e del consenso dell’uomo alla sua suggestione, il peccato è entrato nel mondo. Il peccato appare qui un atto di diffidenza nei confronti di Dio e un atto di autocompiacenza. Il risultato di questa scelta dell’uomo è la scoperta della propria nudità, simbolo della propria miseria. Questo racconto di tentazione, collocato alle origini, intende inoltre ricordarci che la tentazione è qualcosa di legato alla fragilità della natura umana; ma intende anche ricordarsi che l’uomo è libero, capace di progettare il bene, e nello stesso tempo è responsabile delle sue scelte. Paolo nella seconda lettura prolunga questa riflessione sul peccato delle origini, e ci ricorda che dove il peccato aveva portato morte, Gesù ha portato qualcosa di ben più potente: la grazia e la vita.

La pagina del vangelo ci presenta le tentazioni di Gesù nel deserto. Egli non cede come avevano fatto Adamo ed Eva. Si preoccupa di ascoltare solo la parola di Dio. Gesù si ritira per quaranta giorni nel deserto, che è luogo dell’incontro con Dio, dell’intimità e del dialogo contemplativo con Lui. La cifra “Quaranta” designa il tempo necessario al maturare di qualche evento importante o situazione di vita. Gesù vi era giunto condotto dallo Spirito. Di sicuro per raccogliersi in preghiera, in dialogo col Padre, e per ravvivare la sua consapevolezza di Verbo incarnato tra gli uomini con una missione specifica di salvezza. Gesù volle quindi scegliere gli atteggiamenti fondamentali e fissare le coordinate della sua azione. Gesù sceglie anzitutto il digiuno, quel atteggiamento di dipendenza nei confronti di Dio.

Il Digiuno di Gesù, e soprattutto nel deserto, costituisce un atto di abbandono fiducioso nel Padre solo, al momento di inaugurare la propria missione. Ed ecco, al termine dei quaranta giorni, l’episodio sconcertante della tentazione e del tentatore. “Tentare” significa “provare” una cosa o una persona, quasi per saggiarne la resistenza, per controllarne la consistenza. Nella tentazione di Gesù nel deserto, il Tentatore per eccellenza cerca di separarlo dal progetto del Padre, cioè dalla strada della redenzione da un Messia sofferente, umiliato e rifiutato, per fargli prendere un cammino di facilità, di successo e di potenza. Gli suggerisce di servirsi della sua potenza divina (se Egli è il Figlio di Dio) per soddisfare le proprie necessità o per andare incontro alle attese terrene della gente. Il piano del Tentatore è chiaro: egli sembra non ben sicuro che Gesù sia veramente il Figlio di Dio (Dio gli avrebbe nascosto il momento dell’incarnarsi del suo Figlio; Satana vuole allora togliere ogni dubbio), teme l’avvento del Messia promesso che gli strapperà dalle mani il dominio incontestato delle anime (che erano nelle catene del peccato e della morte) con l’opera della Redenzione. Vuole allora sviare il progetto di Redenzione proponendo a Gesù di prostrarsi e di adorarlo.

La scelta di Gesù è già fatta e non la cambierà mai. Egli ha deciso di essere il “Servo del Padre” e ci propone un modello che rifiuta di limitare la prospettiva dell’uomo all’orizzonte del pane (“Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”), all’orizzonte dello spettacolare o del sensazionale, buttandosi dal pinnacolo del Tempio (“Sta scritto anche: non tentare il tuo Dio”) e all’orizzonte del potere e dominio (“Vattene, Satana! Sta scritto: adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto”).

Gesù vince le seduzioni del tentatore, che sono anche le nostre, e ci insegna la dinamica per riuscire anche noi vittoriosi nelle tentazioni. Dobbiamo affrontare Satana con la potenza della parola di Dio. Essa è un dono così grande ed efficace per allontanare ogni male.
Don Joseph Ndoum

Il Vangelo della I domenica di Quaresima
Tutto sua madre

Guidato dallo Spirito nel deserto, Gesù è tentato dal diavolo. Il secondo attacco ha per oggetto il potere: «Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: “Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò se ti prostrerai in adorazione davanti a me, tutto sarà tuo”» (Luca, 4, 57).

Innanzitutto il diavolo cita le Sacre Scritture, e precisamente la promessa di Dio al suo Messia: «Chiedimi e ti darò in eredità le genti e in tuo potere le terre più lontane» (Salmo 2, 8). Accettando la sua proposta, Gesù onorerebbe il proprio compito di messia. Il diavolo si presenta come il depositario del potere e a Gesù basta adorarlo. La risposta di Cristo è secca: «Sta scritto: Il Signore Dio tuo adorerai: a lui solo renderai culto» (Luca, 4, 8).

Identificare la vittoria di Gesù nel suo rifiuto del potere, significa mancare completamente il bersaglio del testo, leggendolo col pregiudizio che considera il potere come demoniaco perciò da respingere. In tal modo, però, si dà ragione al diavolo: il potere è suo. Questa lettura dimentica che, come ogni uomo, anche il Figlio di Dio ha bisogno del potere, altrimenti non respirerebbe (“posso” respirare) , né si muoverebbe (“posso” muovermi). Inoltre, senza “la potenza” Gesù non guarirebbe, non perdonerebbe, non risusciterebbe i morti. Sottoponendogli la questione del potere, il diavolo non tocca un argomento marginale alla vita di Cristo, ma colpisce la radice e la sorgente di tutto il suo essere.

La vittoria del Signore non consiste quindi nel rifiuto del potere promessogli, in nome di chissà quale ascetica rinuncia a rilevanza e grandezza. Piuttosto il suo trionfo coincide col rifiuto di considerare il diavolo come potente. L’oggetto in questione non è il potere, ma chi realmente lo detiene e lo elargisce. Perciò Cristo compie esattamente il gesto individuato dal diavolo come condizione per ottenere potere: “adorare ”, rivolgendolo tuttavia a un altro destinatario, il “Signore Dio”. Più che generica dichiarazione d’umiltà rinfacciata a chi promette rilievo e dominio, la replica di Gesù è una professione di fede nel Padre come esclusivo, sicuro, affidabile detentore del potere necessario per vivere. Luca aveva già preparato il suo lettore a questo momento, narrando dell’angelo Gabriele, “Potenza di D io”, dell’incredulità di Zaccaria circa la possanza del Signore, della sua ritrovata fiducia nel Salvatore potente, della fede di Maria in colui che tutto può, del canto della ragazza di Nazaret, che esalta il Signore come l’unico potente. Non c’è che dire: rispondendo al diavolo, Gesù è “tutto sua madre”, riecheggiandone l’affidamento vibrante a colui che rovescia presunti potenti dai troni. E come quella di sua madre, anche la sua ha un tono polemico e contestatore, poiché l’ammissione di un unico depositario della possanza comporta la negazione di qualsiasi altro supposto detentore del potere. Nella propria irrinunciabile ricerca di potere, il Signore smaschera il diavolo. Infatti, egli scopre le sue millanterie: vanta un potere che non ha. Cedere alla tentazione non significa desiderare il potere, ma cercarlo dove non c’è, fidandosi di uno sbruffone impotente.
[Giovanni Cesare Pagazzi – L’Osservatore Romano, mercoledì 6 marzo 2019]