Giulio Albanese: “L’Africa dei migranti e il ricatto della finanza”

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Venerdì 29 marzo 2019
Il tema delle migrazioni divide gli animi. È sufficiente leggere i giornali per rendersene conto. Chiunque abbia vissuto in Africa – pensiamo, ad esempio, ai nostri missionari e volontari – è consapevole della complessità del fenomeno. A parte i tradizionali scenari di guerra, quasi mai è rintracciabile una sola ragione che determini l’abbandono del proprio paese: nessuno è profugo per caso.

Infatti, la mobilità umana è generata da una serie di fattori che interagiscono tra loro: persecuzioni politiche, religiose, carestie, esclusione sociale, violazioni dei diritti umani… Tutte cause che generano uno stato di diffusa insicurezza e precarietà. Secondo i Global Trends dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr), nel 2017, il continente africano ha ospitato 24,7 milioni di migranti, contro i 14,8 milioni registrati nel 2000 a livello globale. Da rilevare che sempre nello stesso anno, stando a fonti delle Nazioni Unite, il 75 per cento di coloro che nell’Africa Sub-Sahariana hanno deciso di migrare sono rimasti all’interno del continente.

Nel 2017, le prime 5 destinazioni migratorie intra-africane (paesi riceventi in ordine decrescente) sono state in Sud Africa, Costa d’Avorio, Uganda, Nigeria ed Etiopia (tutte oltre un milione di migranti). Singolare è il caso dell’Uganda, con una superficie inferiore a quella dell’Italia, che nel 2017 ha ospitato 1,4 milioni di rifugiati, molti dei quali provenienti dal vicino Sud Sudan.

L’Africa, inoltre, è anche una destinazione migratoria per 5,5 milioni di persone che provengono da fuori i confini del continente, per la maggior parte dall’Asia. È evidente, pertanto, che non è corretto parlare, oggi, di un’invasione dell’Europa dalla sponda africana. Ciò non toglie che i tratti caratteristici della geopolitica africana acuiscono la fenomenologia migratoria nel suo complesso. La crisi libica ne è la conferma eclatante, innescando il perverso meccanismo della tratta di esseri umani.

La vexata quaestio per molti governi africani è comunque rappresentata dal debito. Alcuni di questi sono costretti a svendere i propri asset strategici (acqua, petrolio, elettricità, telefonia, cacao, diamanti…). Qui le responsabilità ricadono sia sulle classi dirigenti locali, ma anche sulle stesse istituzioni finanziarie internazionali, le quali pretendono che le concessioni per lo sfruttamento delle materie prime, unitamente alle privatizzazioni (soprattutto il land grabbing, vale a dire l’accaparramento dei terreni da parte delle aziende straniere) vengano attuate “senza se e senza ma”, per arginare il debito.

Una cosa è certa: nel corso degli ultimi dieci anni si è passati un po’ in tutta l’Africa dai cosiddetti creditori ufficiali (come i governi, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e la Banca Africana per lo Sviluppo) alle fonti private di credito (banche, fondi di investimento, fondi di private equity) e al libero mercato. Si tratta, in sostanza, di una finanziarizzazione del debito che ha segnato il passaggio dai tradizionali prestiti, e da altre forme sperimentate di assistenza finanziaria, alle obbligazioni sia pubbliche che private, da piazzare sui mercati aperti. Si tenga presente che le suddette obbligazioni sono in valuta estera, quasi sempre in dollari e quindi sottoposte ai movimenti sui cambi monetari, sempre a discapito delle monete nazionali africane. Ciò sta generando un circolo vizioso che potrebbe compromettere seriamente lo sviluppo futuro dell’Africa.

Un fattore di speranza è rappresentato, comunque, dalla creazione dell’Area africana continentale di libero scambio, avvenuta il 21 marzo 2018, con la firma di 44 paesi africani dei quali 30 hanno siglato il Protocollo sulla libera circolazione delle persone. A riprova del fatto che come scriveva Plinio il Vecchio «Ex Africa semper aliquid novi».
[Giulio Albanese, comboniano – L’Osservatore Romano]