Mercoledì 8 maggio 2019
La coltivazione della palma da olio in Repubblica Democratica del Congo limita l'accesso alla terra e alle foreste per la popolazione locale. Le comunità protestano contro la compagnia canadese Feronia per ottenere il minimo salariale. E le ong internazionali chiedono l'avvio di una mediazione. Nella foto (@Muhammad Wasio): Contadino intento alla coltivazione dell’ananas, regione del Kasai, RDC. [Marta Gatti – Osservatorio Diritti]

Barricate per le strade e ponti distrutti in segno di protesta. La popolazione di due villaggi nella provincia di Tshopo, nella zona centro-orientale della Repubblica Democratica del Congo, ha bloccato il trasporto dei frutti della palma da olio fuori da una delle piantagioni dell’azienda canadese Feronia e della sua controllata Feronia-Phc(Plantations et Huileries du Congo).

La rete d’informazione e d’appoggio alle ong (Riao-Rdc) ha denunciato il 16 marzo scorso l’uso di proiettili veri da parte dei militari chiamati a sedare le proteste. Secondo i rappresentanti delle ong locali, la tensione si è alzata negli ultimi mesi e la popolazione di alcuni villaggi nei pressi della piantagione sarebbe esasperata.

Dall’inizio dell’anno nove comunità hanno protestato per il mancato pagamento dei salari e per le retribuzioni al di sotto del minimo indicato per legge. L’organizzazione della società civile congolese accusa la compagnia di non aver consentito incontri a porte aperte con i leader comunitari per risolvere i conflitti.

Coltivazione palma da olio: salari bassi e a singhiozzo

Tshopo, RD Congo - Foto: Axel Fassio/CIFOR (via Flickr).

Uno dei motivi delle proteste che si sono succedute a partire da gennaio è il mancato pagamento dei salari. Dopo una serie di contestazioni e una lettera ufficiale, secondo la Riao-Rdc, la compagnia avrebbe ripreso i pagamenti solo per alcuni lavoratori, ma molti giornalieri affermano di non aver ricevuto la retribuzione delle ore lavorate.

Un nuovo rapporto, “Accaparramento Made in Belgio”, pubblicato nel mese di marzo dalla coalizione belga di ong CNCD 11.11.11, denuncia il mancato rispetto del minimo salariale indicato dalla legge congolese nel 2015 e nel 2016, da parte di Feronia.

La compagnia, dal canto suo, afferma di aver rispettato il minimo salariale nel 2017 e nel 2018. Secondo le testimonianze raccolte dal Cncd nel luglio 2018 durante una missione, i salari sarebbero ancora al di sotto degli standard: soprattutto per i lavoratori giornalierie quelli temporanei.

I posti di lavoro offerti ai membri delle comunità vicine alle piantagioni, inoltre, non sarebbero sufficienti a garantire un sostegno economico a coloro che, con l’arrivo della compagnia, non possono più accedere ai campi.

Palma da olio: i problemi risalgono al passato coloniale

Il conflitto tra la compagnia e la popolazione locale ha radici profonde. In epoca colonialele piantagioni erano ancora di proprietà dell’industriale inglese William Lever, poi passate alla multinazionale anglo-olandese Unilever.

Nel 2009 Feronia entrò in possesso di più di 100.000 ettari di piantagioni di palma da olio, nel nord-est del paese. Dei 100.000 ettari sono circa 30.000 quelli effettivamente sfruttati per l’estrazione dell’olio di palma. Una buona parte delle concessioni è occupata da foreste.

L’accesso alle aree boschive, però, non è consentito alla popolazione locale, che utilizza i frutti della foresta per integrare l’alimentazione tradizionale. Inoltre, molte terre abbandonate durante la gestione Unilever erano diventate fonte di sostentamento per i villaggi confinanti con la piantagione.

Sin dal 2009 le comunità locali rivendicano alcune delle terre concesse a Feronia e denunciano la mancanza di dialogo. La compagnia, infatti, non avrebbe garantito il consenso libero, previo e informato prima di riprendere le coltivazioni.

La rivendicazione delle terre occupate dalla palma

L’ong Grain ha seguito da vicino le comunità coinvolte e in un rapporto del 2016 sottolineava la mancanza di conformità dei titoli fondiari della compagnia rispetto alla legge congolese. Inoltre Feronia non avrebbe rispettato la volontà della popolazione locale di utilizzare terre e foreste per le attività tradizionali. Secondo le ong internazionali che hanno seguito la vicenda, infatti, non sarebbero state rispettate le consultazionipreviste dalla legge e sarebbero state fatte pressioni per arrivare alla firma degli accordicon i leader comunitari.

La mancanza di terre accessibili a tutta la comunità ha portato all’aumento dei conflitti fondiari. I villaggi interessati dalle piantagioni chiedono la restituzione delle terre incolte ancora in possesso della compagnia.

Una donna prepara l’olio di palma utilizzato nella cucina e nella produzione di sapone a Kisangani, RDC.
Foto: @MONUSCO/Abel Kavanagh

Produzione di olio di palma, le promesse mancate

Costruzione di scuole, presidi sanitari e riabilitazione delle strade. Sono rimaste promesse sulla carta. Secondo il rapporto pubblicato dal Cncd, nessuna delle infrastrutture aveva visto la luce nel luglio 2018.

Solo tre edifici sono stati effettivamente costruiti, ma i leader comunitari lamentano il mancato rispetto delle metrature annunciate e la scarsa professionalità nei lavori edili. In alcuni casi, degli edifici promessi sono state realizzate solo le fondamenta e alcuni pozzi manuali.

Palma da olio tra furti e violenze nelle piantagioni

Le comunità locali hanno denunciato anche l’uso della violenza da parte delle guardie della piantagione nei confronti di coloro che trasportano frutti della palma nei pressi dei campi controllati da Feronia.

La compagnia dal canto suo sostiene di essere spesso vittima di furti da parte della popolazione e di agire a difesa della propria concessione. Secondo i leader comunitari, ad essere vittime di minacce e maltrattamenti sono soprattutto i piccoli coltivatori che possiedono piante di palma, tra le colture tradizionali.

Palma da olio africana: banche di sviluppo e coltivazione

Una coalizione di ong internazionali formata, tra le altre, da Oxfam, Grain e Cncd 11.11.11 punta il dito contro le banche di sviluppo che hanno finanziato e sostenuto il progetto di Feronia in Congo. Avrebbe ricevuto più di 100 milioni di dollari da istituzioni pubbliche per lo sviluppo.

L’istituzione finanziaria britannica Cdc Group, in mano al governo, possiede il 38% dell’azienda canadese e ha investito 49 milioni di dollari. Altrettanto rilevanti sono i finanziamenti arrivati da banche di sviluppo di altri paesi europei. La tedesca Deg ha contribuito con 16,5 milioni, quella olandese con la stessa somma, la banca belga con 11 milioni e altri soldi sono arrivati da fondi di sviluppo di Francia, Stati Uniti e Spagna.

La rete internazionale di organizzazioni contesta l’effettiva ricaduta in termini di sviluppo per la popolazione locale e chiede l’avvio di un processo di mediazione per garantire la restituzione delle terre inutilizzate, il blocco dell’espansione della piantagione nei campi vicini e la garanzia di accesso alle foreste, oltre al rispetto del salario minimo per tutti i lavoratori.
[Marta Gatti – Osservatorio Diritti]

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