Giovedì 9 maggio 2019
In occasione delle elezioni del 26 maggio per il rinnovamento del parlamento dell’Unione europea, noi missionari cattolici di diverse famiglie e provenienze che facciamo parte della CIMI (Conferenza degli Istituti Missionari Italiani) e che siamo presenti nel sud e nel nord del mondo vogliamo condividere il nostro sogno e le nostre preoccupazioni sull’Europa, a fianco delle vittime dell’umanità ferita a causa dell’attuale sistema economico-finanziario che uccide creature e creato.

Appello dei missionari in Italia in vista delle elezioni europee

Inclusiva, lungimirante, sostenibile. Ecco l’Europa che vogliamo

In occasione delle elezioni del 26 maggio per il rinnovamento del parlamento dell’Unione europea, noi missionari cattolici di diverse famiglie e provenienze che facciamo parte della CIMI (Conferenza degli Istituti Missionari Italiani) e che siamo presenti nel sud e nel nord del mondo vogliamo condividere il nostro sogno e le nostre preoccupazioni sull’Europa, a fianco delle vittime dell’umanità ferita a causa dell’attuale sistema economico-finanziario che uccide creature e creato.

Auspichiamo innanzitutto che l’Europa riconosca il contributo della comunità degli immigrati sul piano economico, sociale, culturale e religioso. Gli immigrati sono portatori di diversità che non è una minaccia all’unità ma un arricchimento per la società e una opportunità di crescita per tutti sulla base dei valori condivisi nel rispetto dei diritti umani, delle regole democratiche, nello spirito di fratellanza e solidarietà.

L’immigrazione di giovani uomini e donne, sebbene costituisca un impoverimento per i loro paesi di origine, è per noi una risorsa necessaria per rinnovare il continente europeo in fase di decrescita demografica con tassi di natalità sempre più bassi e con un aumento della popolazione anziana. Per mantenere costante la popolazione attiva, l’Europa ha bisogno di 7 milioni di lavoratori stranieri nei prossimi venti anni. L’Italia, per lo stesso periodo, dovrebbe accoglierne 325mila in età di lavoro.

Siamo fortemente preoccupati per la deriva sovranista che si sta diffondendo un po’ ovunque in Europa e che, nella sua retorica populista, guarda agli immigrati soltanto come un pericolo per la sicurezza e una minaccia ai privilegi acquisiti, alimentando sentimenti xenofobi e di ostilità verso gli stranieri, soprattutto quelli di origine africana.

Siamo altresì preoccupati per l’assenza di empatia e l’indifferenza che percepiamo in Europa, anche tra non pochi cristiani, verso le sofferenze e le situazioni di gravi difficoltà in cui vivono molti fratelli e sorelle in tanti paesi del sud del mondo.

Riteniamo perciò inaccettabile la politica dei porti chiusi adottata dal governo italiano che impedisce a profughi in fuga da guerre, fame e persecuzioni e a migranti in cerca di opportunità di lavoro di trovare rifugio nel nostro paese. Siamo preoccupati ancora di più per la sorte di decine di migliaia di immigrati rinchiusi nei famigerati centri di raccolta in Libia dove le loro condizioni di vita sono ulteriormente peggiorate a seguito della guerra civile scoppiata recentemente. L’Italia e l’Unione europea si mobilitino per realizzare corridori umanitari che garantiscano il loro trasferimento in paesi dove ci sia pace e condizioni di vita migliore.

Riteniamo iniquo, immorale e contrario alle convenzioni internazionali l’ostruzionismo applicato dal governo italiano nei confronti di organizzazioni non governative che con le loro navi cercano di prestare soccorso in mare ai naufraghi. A causa di questo boicottaggio tanti nostri fratelli e sorelle profughi sono morti annegati e continueranno a morire per omissione di soccorso. La guardia costiera libica, sostenuta dal governo italiano, spesso non interviene per salvare in mare quanti sono in pericolo e, quando interviene, riportano indietro i profughi nei lager libici dove uomini, donne e bambini sono sottoposti a torture, violenze e privazioni di ogni tipo.

Inoltre, disapproviamo il decreto Sicurezza e immigrazione del governo che equipara la questione immigrazione a un problema di sicurezza, abolisce di fatto la protezione umanitaria per la concessione del diritto di asilo, smantella gli Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e di conseguenza lascia per strada migliaia di migranti trasformati in clandestini.

Chiediamo che l’Italia aderisca al Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare (Global Compact), firmato da 164 paesi in sede Nazioni Unite a Marrakech (Marocco) il 10 dicembre 2018. È un testo quadro non vincolante volto a regolare le migrazioni internazionali a vantaggio sia dei paesi di arrivo sia dei paesi di partenza, nonché degli stessi migranti.

L’Europa che si appresta a votare il nuovo parlamento affronti con urgenza e lungimiranza l’emergenza clima e la gravissima crisi socio-ambientale a livello planetario. È necessaria e urgente una conversione ecologica. Lo dobbiamo alle giovani generazioni e a quelle future che rischiano di trovare un pianeta devastato perché noi, generazione adulta, non lo abbiamo saputo custodire. Il pianeta si va surriscaldando sempre di più ed è imperativo che l’Europa difenda il trattato Cop 21 di Parigi nel 2015 per contenere le emissioni dei gas serra e l’incremento della temperatura, e si impegni sempre più a fondo nella riduzione dei rifiuti e dell’inquinamento.

I nuovi eletti al Parlamento di Strasburgo ascoltino le proteste silenziose e pacifiche dei giovani che, sollecitati dall’esempio di Greta Thumberg, stanno dicendo a governi e istituzioni internazionali che il tempo delle chiacchiere è finito ed è ora di passare ai fatti per evitare la catastrofe.

La conversione ecologica è dovuta anche ai paesi più poveri del mondo che, sebbene contribuiscano in maniera minima al surriscaldamento del pianeta, pagano il prezzo più alto dei cambiamenti climatici. Le popolazioni di questi paesi si trovano più sprovviste di mezzi e competenze nell’affrontare i danni di prolungati periodi di siccità e devastanti alluvioni e cicloni.

Il nuovo parlamento europeo che uscirà dalle prossime elezioni si impegni con determinazione nel perseguire la transizione dalla produzione energetica basata sulla combustione di fossili alla produzione di energie pulite e rinnovabili.

L’Europa che ha fatto alcuni passi significativi per la riduzione di emissioni di gas a effetto serra metta in atto politiche che premiano esempi virtuosi che utilizzano energia pulita e sanzionino pratiche che continuano a inquinare e accrescono il tasso di emissioni nocive nell’atmosfera.
8 maggio 2019
Padre Michelangelo Pirovano
Coordinatore CIMI
Fratel Antonio Soffientini
Responsabile della Commissione Giustizia, pace e integrità del creato della CIMI

Elezioni europee: la posta in gioco

In che direzione si vuole cambiare l’Europa e a chi sarà affidato il compito di modificarla? La risposta, mai come in questa circostanza, è nelle nostre mani. Perché non si tratta solo di una tornata elettorale, ma di un appuntamento per difendere e preservare un patrimonio senza il quale tutti saremmo più poveri.

Tra due domeniche – il prossimo 26 maggio – ci recheremo, per la nona volta, alle urne per eleggere il Parlamento europeo. Fu, infatti, nel 1979 che per la prima volta i cittadini europei elessero, a suffragio universale, i 751 parlamentari. Prima del 1979 il Parlamento europeo funzionava come un’assemblea consultiva – priva di poteri legislativi – composta da 78 parlamentari nominati dai parlamenti nazionali dei sei Stati fondatori (Belgio,Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi). Le elezioni europee non hanno mai suscitato un particolare interesse, a parte la prima elezione del 1979 alla quale si recò a votare il 62% degli elettori. In seguito si è registrata una sempre minore affluenza che, dal 50% del 1999, è scesa fino al 42,54% del 2014. Scarsa attenzione all’Europa o poca voglia di partecipazione, o tutt’e e due le cose insieme? Un comportamento, comunque, che contrasta con l’importanza che ha avuto in questi settant’anni l’Unione europea (Ue) e con quella che potrà avere per gli anni a venire. Pensata dai padri fondatori come uno Stato federale in grado di sostituirsi ai singoli Stati nazionali, l’Ue è stata realizzata sul principio della collaborazione fra i vari Stati, con il fine di arrivare ad una loro completa integrazione. Ognuno, però, mantenendo, la propria sovranità. Un’unione di Stati, quindi, uniti da molti obiettivi comuni, vincolati dal rispetto di talune regole volte a favorire il processo d’integrazione, ma con le “mani libere” su molte altre materie. Quando si dice, allora, che le nostre sorti dipendono in tutto dalla Comunità europea e che da essa derivano tutti i nostri mali, si consuma un’inesattezza. Anche perché, prima di tutto, dovremmo preoccuparci di funzionare in casa nostra. Magari gli affari dei singoli Stati potessero essere gestiti tutti in comune! Ci troveremmo di fronte ad un’Unione che fa della solidarietà e della condivisione il suo punto di forza. Invece, come stabiliscono i trattati europei, gli Stati sono vincolati tra loro soltanto su talune materie sulle quali l’Unione ha una competenza “esclusiva”: la libera circolazione delle merci, la politica monetaria, le regole della concorrenza. Norme tutte, poste a tutela e garanzia dei cittadini consumatori – secondo il “principio di precauzione” – e delle quali abbiamo, nel tempo, tutti fruito. Su altre materie – quali mercato interno, politiche sociali, sanità, trasporti, energia, sicurezza ed altre – l’Ue esercita una competenza“concorrente”, nel senso che i Paesi decidono laddove l’Unione non interviene. Ci sono, infine, materie – industria, cultura turismo e altre – sulle quali l’Unione esercita un’azione di sostegno alle politiche esercitate dai singoli Stati. Innegabili i vantaggi per gli Stati aderenti che, nel frattempo, dai sei iniziali, sono passati agli attuali ventotto, con l’inclusione – dopo il crollo del muro di Berlino – dei Paesi dell’est Europa. Spesso abbiamo sottovalutato tali benefici per sottolineare più gli svantaggi, o presunti tali, derivanti dalla nostra appartenenza all’Unione. Il riferimento è, in particolare, ai vincoli – ritenuti troppo onerosi – in materia di debito pubblico, deficit e inflazione, introdotti dal trattato di Maastricht del 1992. Ciò nonostante, alla vigilia di queste elezioni,si registra, sorprendentemente, un’inversione di tendenza. Nei cittadini, ma anche nei partiti antieuropeisti – fra i quali Lega e Cinque stelle, da sempre critici nei confronti dell’Unione – si avverte una maggiore attenzione nei confronti dell’Ue. Non si parla più né di uscire dall’Europa, né di referendum contro l’Euro, né di eliminazione dei vincoli. Frutto, anche, di una maggiore informazione e riflessione portata avanti specialmente da qualificati ambienti culturali, fra cui il mondo cattolico. Oggi, anche le forze populiste e sovraniste chiedono voti, non più per disgregare l’Unione europea, ma per cambiarla. La posta in gioco, infatti, oggi è in che direzione si vuole cambiare l’Europa e a chi sarà affidato il compito di modificarla. La risposta, mai come in questa circostanza, è nelle nostre mani. Perché non si tratta solo di una tornata elettorale, ma di un appuntamento per difendere e preservare un patrimonio senza il quale tutti saremmo più poveri.
[Pino Malandrino* – SIR]
(*) direttore de “La Vita diocesana” (Noto)