Lunedì 13 maggio 2019
Mi piace quell’aneddoto in cui c’è qualcuno che chiede: «Come racconterebbe a un bambino che cos’è la felicità?». E la risposta è: «Non glielo spiegherei. Gli tirerei una palla perché possa giocare». Ciò che ci rende felici deve essere un’esperienza infinitamente più umile dello standard fantasioso richiesto dall’ideologia della felicità. Invece di una felicità astratta dovremmo parlare di più, per esempio, dell’allegria.

L’allegria affonda le radici nella quotidianità; anche quando ci sorprende all’improvviso, essa emerge da un itinerario esistenziale che possiamo ricostruire; sappiamo che cos’è e come la si raggiunge. Dovremmo parlare di più di leggerezza, la qualità di coloro che permettono alla vita di mantenere uno slancio, una sorta di trasparenza e gratitudine, legati non a ciò che la vita è stata o avrebbe potuto essere, ma all’indicibile miracolo che essa, ad ogni istante, è. Dovremmo parlare di semplicità, questa capacità di partire continuamente dall’essenziale, facendo di questo una scelta, una pratica e uno stile. E parlare di quelle piccole speranze, di quanto riceviamo e diamo, stabilendo in tal modo il movimento circolare della vita, che poi diviene la guida e lo specchio delle nostre aspirazioni più grandi. Parlare, insomma, di cose concrete, a portata di mano, cose forse banali ma che vengono, con immediatezza, a giocare ai nostri piedi. Noi diventiamo più infelici, se eleviamo la felicità al punto di idealizzarla.
José Tolentino Mendonça
Avvenire, venerdì 10 maggio 2019

In principio, la benedizione

Credo che ognuno di noi dipenda da ciò che una benedizione è in grado di mettere in moto. Poiché la vita è dono, e conferma reiterata di tale dono, possiamo dire che “in principio era la benedizione”. Il tempo si sfatalizza quando lo sottraiamo all’ombra della maledizione e lo ricollochiamo nell’orbita della benedizione. Evocare la benedizione che riposa su di noi ci connette con quella verità più profonda che è il puro vincolo dell’ordine dell’essere, che perfora e relativizza le contingenze, le opacità, le contraddizioni, le deviazioni. Senza questo ancoraggio fiducioso alla radice dell’essere, all’architettura primaria di tutta la vita, non perveniamo a comprendere davvero lo sconvolgente mistero dell’esistenza stessa.

Possiamo benedire perché anche noi siamo una benedizione, siamo cioè protagonisti di una storia intessuta dall’amore e dal dono. Sappiamo benedire perché c’è un bene originario che alberga dentro di noi come nostra radice e nostro futuro. E questo patrimonio di benedizione tanto più si amplifica e rafforza quanto più lo spendiamo generosamente, benedicendo tutti attorno a noi. Ricordo l’antica benedizione irlandese che così recita: «Possa il cammino venirti incontro, possa il vento soffiare sempre alle tue spalle, possa il sole brillare caldo sul tuo volto, cada dolcemente la pioggia sui tuoi campi e, fino al nostro prossimo incontro, Dio ti conservi sul palmo delle sue mani».
José Tolentino Mendonça
Avvenire, giovedì 9 maggio 2019

Il lungo ascolto

Quando penso alle meravigliose tele monocromatiche di Lucio Fontana, con quei tagli precisi praticati con il coltello, non posso fare a meno di ricordare che il pittore cominciò a lavorare in quel modo quando aveva quasi 60 anni. L’ascolto della nostra anima è, frequentemente, più lungo e lento di quanto noi non supponiamo, e non è in maniera immediata che riusciamo a esprimerlo. È anche vero, però, che non è mai troppo tardi per trovare il proprio linguaggio personale e profondo. Mi piace molto il sottotitolo che Fontana diede a queste opere con i tagli: le chiamò Attese. È una parola giusta per spiegare quelle cesure che avvengono fuori e dentro di noi. E certamente costituisce un modo saggio di comprendere che anche le ferite, le lacerazioni e i colpi sono, in fin dei conti, linee in movimento che ci connettono con l’aspettativa pulsante della vita stessa. L’attesa non è rappresentata, nell’arte di Fontana, come un’aggiunta, né attraverso una qualsivoglia tipologia ornamentale. Al contrario: è nella superficie nuda, in questo sforzo di riduzione al nucleo essenziale di un solo colore che l’attesa si disegna, allora, come una fessura, un’ipotesi di passaggio. E, per concludere, un ultimo elemento curioso: dietro alle tele, l’artista scrisse frasi che fanno parte dell’opera, ma che noi non vediamo. In una di esse annotò: “È un bellissimo giorno di maggio”.
José Tolentino Mendonça
Avvenire, mercoledì 8 maggio 2019