Martedì 4 giugno 2019
La rivista Vita e Pensiero ripresenta un articolo pubblicato nel 2011, nel quale il grande Tzvetan Todorov affronta il problema della cultura, sempre composita, perché intersecata con altre culture. La cultura – come la persona – è sempre fatta di relazioni: il pericolo non è il multiculturalismo, ma la deculturazione, la mancanza di vita familiare e scolastica. Considerazioni tanto profonde quanto attuali.

Il multiculturalismo non è il vero pericolo
L’identità culturale

di Tzvetan Todorov

Tzvetan Todorov (1939-2017) è stato uno dei più grandi filosofi e saggisti
del novecento in Europa. Tra i suoi libri più importanti
“La letteratura fantastica” (1977)
e “La conquista dell’America. Il problema dell’altro” (1984).

Per affrontare il tema della pluralità delle culture nell’ambito di una società, mi vedo
 obbligato a precisare anzitutto il senso della 
parola “cultura”. Lo impiegherò nell’accezione che, da oltre un secolo, le hanno dato
 gli etnologi. In tale senso ampio, descrittivo
 e non valutativo, ogni gruppo umano ha una
 cultura: è il nome dato all’insieme delle caratteristiche della sua vita sociale, ai modi di vivere e di pensare collettivi, alle forme e agli stili di organizzazione del tempo e dello spazio, e questo include la lingua, la religione, le strutture familiari, i modi di costruzione delle case, gli utensili, i modi di mangiare e di vestirsi. I membri del gruppo, inoltre, qualunque siano le sue dimensioni, interiorizzano tali caratteristiche sotto forma di rappresentazioni mentali. La cultura esiste dunque a due livelli strettamente correlati: quello delle pratiche comuni al gruppo e quello dell’immagine che esse lasciano nello spirito dei membri della comunità.

L’essere umano – ed è una delle caratteristiche che lo contraddistinguono – nasce nell’ambito non solo della natura, ma anche, sempre e necessariamente, di una cultura. La prima caratteristica dell’identità culturale è che essa è imposta al bambino e non da lui scelta. Venendo al mondo, il piccolo dell’uomo è immerso nella cultura del suo gruppo, che gli è anteriore. Il fatto più saliente, ma probabilmente anche il più determinante, è che noi nasciamo necessariamente nell’ambito di una lingua, quella parlata dai nostri genitori o dalle persone che si prendono cura di noi. Il bambino non può evitare di adottarla. Ebbene, la lingua non è uno strumento neutro, è intrisa di pensieri, azioni, giudizi ereditati dal passato; essa ritaglia il reale in una data maniera e ci trasmette impercettibilmente una visione del mondo.

Una seconda caratteristica dell’appartenenza culturale salta parimenti agli occhi: possediamo non una, bensì parecchie identità culturali, che possono incastrarsi o presentarsi come insiemi intersecati. Un francese (per fare un esempio legato alla mia esperienza; ma lo stesso vale per italiani, spagnoli, inglesi...) proviene sempre da una regione, poniamo che sia bretone, e però condivide parecchie delle caratteristiche di tutti gli europei: dunque partecipa al tempo stesso delle culture bretone, francese ed europea. D’altra parte, all’interno di un’unica entità geografica, le stratificazioni culturali sono molteplici: ci sono la cultura degli adolescenti e quella dei pensionati, la cultura dei medici e quella degli spazzini, la cultura delle donne e quella degli uomini, dei ricchi e dei poveri. Un individuo può riconoscersi al tempo stesso nella cultura mediterranea, cristiana ed europea: criteri geografico, religioso e politico. Ebbene – e questo è essenziale – tali diverse identità culturali non coincidono tra loro, non formano territori chiaramente delimitati dove i diversi ingredienti si sovrappongono. Ogni individuo è pluriculturale; la sua cultura non assomiglia a un’isola monolitica, ma si presenta come il risultato di alluvioni che si sono incrociate.

Sotto questo aspetto la cultura collettiva, quella di un gruppo umano, non è diversa. La cultura di un Paese come la Francia è un insieme complesso, fatto di culture particolari, le stesse nelle quali si riconosce l’individuo: quelle delle regioni e dei mestieri, delle età e dei sessi, delle posizioni sociali e degli orientamenti spirituali. Ogni cultura, inoltre, è segnata dal contatto con quelle vicine. L’origine di una cultura si trova sempre nelle culture anteriori: nell’incontro tra più culture di dimensioni minori o nella scomposizione di una cultura più vasta, o nell’interazione con una cultura vicina. Non accediamo mai a una vita umana anteriore all’avvento della cultura. E non a caso: le caratteristiche “culturali” sono già presenti in altri animali, segnatamente nei primati. Non esistono culture pure e culture mischiate; tutte le culture sono miste (“ibride” o “meticcie”). I contatti tra gruppi umani risalgono alle origini della specie e lasciano sempre tracce sul modo in cui i membri di ogni gruppo comunicano tra loro. Per quanto lontano si possa risalire nella storia di un Paese come la Francia, si trova sempre un incontro tra più popolazioni, dunque più culture: galli, franchi, romani e molti altri.

Siamo giunti così a una terza caratteristica della cultura: quella di essere necessariamente mutevole. Tutte le culture cambiano, anche se è certo che quelle dette “tradizionali” lo fanno meno volentieri e meno rapidamente di quelle cosiddette “moderne”. Tali cambiamenti hanno molteplici ragioni. Poiché ogni cultura ne ingloba altre, o si interseca con altre, i suoi diversi ingredienti formano un equilibrio instabile. Ad esempio, la concessione del diritto di voto alle donne in Francia, nel 1944, ha permesso loro di partecipare attivamente alla vita pubblica del Paese: l’identità culturale francese ne è stata trasformata. Allo stesso modo quando, ventitré anni dopo, le donne hanno ottenuto il diritto alla contraccezione, questo ha portato con sé una nuova mutazione della cultura francese. Se l’identità culturale non dovesse cambiare, la Francia non sarebbe diventata cristiana, in un primo tempo; laica, in un secondo. Accanto a queste tensioni interne ci sono anche i contatti esterni con culture vicine o lontane, che provocano a loro volta modificazioni. Prima d’influenzare le altre culture del mondo, la cultura europea aveva già assorbito le influenze egiziana, mesopotamica, persiana, indiana, islamica, cinese... A ciò si aggiungono le pressioni esercitate dall’evoluzione di altri elementi costitutivi dell’ordine sociale: economico, politico, persino fisico.

Se si tengono presenti queste ultime caratteristiche della cultura, la sua pluralità e la sua variabilità, si vede quanto siano fuorvianti le metafore utilizzate più comunemente. Di un essere umano si dice, ad esempio, che è “sradicato” e lo si deplora; ma tale assimilazione degli uomini alle piante è illegittima, poiché il mondo animale si distingue dal mondo vegetale proprio per la sua mobilità, e l’uomo non è mai il prodotto di un’unica cultura. Le culture non hanno essenza né “anima”, malgrado le belle pagine scritte su quest’argomento. O ancora, si parla della “sopravvivenza” di una cultura, intendendo con ciò la sua conservazione identica. Ebbene, una cultura che non cambia più è, esattamente, una cultura morta. L’espressione “lingua morta” è molto più fondata: il latino è morto il giorno in cui non poteva più cambiare. Nulla è più normale, più comune, della scomparsa di uno stato precedente della cultura e della sua sostituzione con uno stato nuovo.

Tuttavia, per motivi facilmente comprensibili, tale evidenza ha difficoltà a essere accettata dai membri del gruppo. La differenza tra l’identità individuale e quella collettiva qui è illuminante. Anche se aspiriamo a scoprire un giorno in noi un io “profondo” e “autentico”, siamo coscienti delle trasformazioni, volute o meno, che il nostro essere subisce e che vengono percepite come normali. Tutti ci ricordiamo degli avvenimenti che hanno influenzato la nostra esistenza; si possono anche prendere decisioni che modificano la nostra identità, cambiando lavoro o compagno o Paese. La persona non è che il risultato delle innumerevoli interazioni che costellano una vita.

Dall’individuale al collettivo

Per l’identità collettiva le cose vanno in tutt’altro modo: essa è già tutta formata nel momento in cui l’individuo la scopre ed essa diventa il fondamento invisibile sul quale è costruita la sua identità. Anche se, vista da fuori, ogni cultura è mista e mutevole, per i membri della comunità che caratterizza essa è un’entità stabile e distinta, fondamento dell’identità personale. Per questo motivo ogni cambiamento che investe la cultura viene vissuto come un attentato alla mia integrità. Basti paragonare la facilità con cui accetto, se ne sono in grado, di parlare una nuova lingua durante la visita in un Paese straniero (avvenimento individuale) e il disagio che provo quando, nella via dove ho sempre vissuto, si sentono ormai solo parole e accenti incomprensibili (avvenimento collettivo). Ciò che si è trovato nella cultura d’origine non sciocca, perché è servito alla formazione della persona. Invece ciò che cambia in forza di circostanze sulle quali l’individuo non ha alcuna presa viene percepito come degradazione, dato che rende fragile il nostro senso di esistere. L’epoca contemporanea, nel corso della quale alle identità collettive è intimato di trasformarsi sempre più rapidamente, è anche quella in cui i gruppi adottano un atteggiamento sempre più difensivo, rivendicando con accanimento l’identità d’origine. Bisogna ora distinguere l’identità culturale da altre due forme di identità collettiva: l’appartenenza civica (nazionale), da una parte; l’attaccamento a valori morali e politici, dall’altra. Non si può cambiare infanzia, neanche a volerlo, neanche se qualcuno lo esigesse da noi; si può invece cambiare lealtà di cittadini senza necessariamente soffrirne. Non si può scegliere la propria cultura d’origine, ma si può scegliere d’essere cittadino di un Paese o di un altro. L’acquisizione di una nuova cultura, come sanno tutti gli immigrati, richiede anni e in fondo non finisce mai; quella di una nuova cittadinanza avviene da un giorno all’altro. Lo Stato non è una “cultura” come le altre, è un’entità amministrativa e politica dalle frontiere ben definite, che contiene individui portatori di numerose culture, dato che vi si trovano uomini e donne, giovani e vecchi, di tutte le professioni e di tutte le condizioni, provenienti da numerose regioni, talvolta Paesi, che parlano lingue diverse, praticano diverse religioni, rispettano costumi differenti. Tuttavia è nell’ambito della nazione che si collocano le grandi solidarietà sociali. Sono i contributi di tutti i cittadini a rendere l’aiuto medico accessibile a quanti non ne hanno i mezzi. È il lavoro dei cittadini attivi a permettere ai pensionati di ricevere la pensione. Sono anche i loro contributi ad alimentare un fondo destinato ad aiutare i disoccupati. Ed è grazie alla solidarietà nazionale che tutti i bambini che abitano nel Paese beneficiano di un’educazione gratuita. Sanità, lavoro, pensioni, studi formano una parte essenziale dell’esistenza di ognuno.

Insomma, ognuno di noi è parimenti legato a un insieme di principi morali e politici. Questi non sono condivisi da tutti i cittadini di un Paese, come testimonia l’esistenza di diversi partiti politici, dall’estrema sinistra all’estrema destra, o di diverse visioni del mondo, che difendono ideali differenti. Al tempo stesso, essi superano le frontiere del Paese. Certi valori sono comuni a tutti gli Stati membri dell’Unione europea, la dottrina dei diritti dell’uomo ha addirittura un’ambizione universale. Si può cercare ispirazione anche in ideologi lontani da noi nel tempo e nello spazio. È l’adesione a quest’insieme di valori e principi a nutrire abitualmente il dibattito pubblico, mentre, per la maggioranza della popolazione, appartenenza culturale e identità amministrativa sono scontati.

Se mi preoccupo di distinguere tali diverse appartenenze, confuse nella formula “identità nazionale”, non è per un piacere pedante; è piuttosto perché, quando si voglia agire su di esse, si deve ricorrere a forme diverse d’intervento. Non esiste una cultura francese unica e omogenea, ma un insieme di tradizioni differenti, persino contraddittorie, in permanente stato di trasformazione, la cui gerarchia varia e continuerà a variare. Il ministero dell’Educazione nazionale, attraverso i programmi di quello che si studia nel corso della scuola dell’obbligo, ha già il compito di produrre un’immagine, mutevole anch’essa, di ciò che ogni bambino deve conoscere della cultura del suo Paese. Eppure è evidente che tale immagine schematica non esaurisce tutto quello che si può mettere sotto l’etichetta “cultura francese”. In secondo luogo, non ci sono valori francesi, bensì valori morali e politici, potenzialmente universali, ma sui quali non c’è unanimità nel Paese. Esiste tuttavia un’identità civica francese, che dipende dalle leggi in vigore in questo Paese e che ricade sotto la responsabilità parlamentare e governativa. Si capisce perché siano inutili i dibattiti sull’identità nazionale organizzati dal governo francese e perché sia fuorviante l’esistenza di un ministero dell’Identità nazionale: alimentano la confusione laddove si ha bisogno di chiarezza.

La pluralità delle culture corrisponde a una situazione banale e non c’è motivo di temerla. L’immigrazione porta parecchi benefici ai Paesi dell’Europa occidentale. Senza neanche parlare del fatto che gli immigrati recenti accettano di esercitare mestieri disdegnati dagli indigeni, o di essere pagati meno di loro, bisogna essere coscienti che l’immigrazione contribuisce al ringiovanimento della popolazione, aumentando così il rapporto tra attivi e pensionati. In linea di principio, gli immigrati sono animati da un’ambizione e da un dinamismo caratteristici di tutti i nuovi arrivati, da spirito intraprendente e da capacità d’innovazione. Senza volerlo, rendono anche un servizio particolare alla popolazione che li accoglie: grazie alla loro differenza, le permettono di percepirsi come dal di fuori, attraverso lo sguardo di un altro, e questo rientra nella vocazione della specie umana. Perché tali contributi al bene comune possano realizzarsi, occorre però che gli immigrati partecipino in prima persona alla loro integrazione nella società in cui si trovano. Che cosa dobbiamo intendere con questo termine usato di frequente?

Per un’autentica integrazione

Il primo obbligo per tutti gli abitanti di un Paese, che vi siano nati o arrivino da altrove, è di rispettarne le leggi e le istituzioni, dunque aderire al contratto sociale di base. Non c’è invece motivo di esercitare un controllo sull’identità culturale gli uni degli altri. In linea di massima, la cultura dei migranti, diversa da quella della maggioranza, è destinata a unirsi al coro di voci già plurale che forma la cultura del Paese. Tuttavia certi costumi, elementi della tradizione culturale, contraddicono le leggi del Paese dove vivono coloro che li praticano. Che fare? La risposta di principio non è difficile, anche se l’applicazione a casi particolari può porre un problema: in democrazia la legge prevale sul costume. Tale priorità non mette in gioco la cultura occidentale, o europea, o francese, bensì lo zoccolo legale adottato dal Paese in questione. Se il costume trasgredisce la legge, dev’essere abbandonato. Come dice una Dichiarazione universale dell’Unesco, «nessuno può invocare la diversità culturale per attentare ai diritti dell’uomo»; si potrebbe aggiungere: «o ai diritti garantiti dalle leggi di un Paese democratico». Se la legge non viene infranta, significa che il costume in questione è tollerabile: lo si può criticare, non vietare. Ad esempio, i matrimoni nei quali la scelta del coniuge è imposta dalla famiglia diventano un reato solo se imposti forzatamente; se accompagnati dal consenso della sposa, li si può deplorare, ma non condannare in giudizio. Nessuna circostanza attenuante può essere invece accordata ai “crimini d’onore”, quando i padri di famiglia o i fratelli decidono di punire le figlie o le sorelle rinchiudendole, brutalizzandole, addirittura causandone la morte. Per tali crimini, violenze e omicidi, essi devono essere puniti con tutto il rigore della legge, senza che la loro assoluzione in certe tradizioni venga accettata come scusante. In altri casi, disposizioni particolari permettono di adattare un dato costume alle circostanze del momento.

Un secondo principio di buona coesistenza tra comunità di diversa origine che abitano lo stesso suolo è che esse possiedano, al di fuori delle tradizioni culturali proprie, uno zoccolo culturale comune, un insieme di conoscenze sui codici in vigore in quella società. Ecco il ruolo dell’educazione, in un senso che ingloba la scuola, ma la supera. Tali codici non riguardano i valori morali e politici, che sono plurali, bensì elementi culturali che assicurano l’accesso di tutti allo stesso spazio sociale. In primo luogo viene la lingua, la cui padronanza è essenziale per la partecipazione alla vita comune e per l’acquisizione di ogni altro elemento di cultura. Essa è nell’interesse degli individui, ma anche in quello dello Stato, che così trarrà maggior profitto dalle loro competenze. Non sarebbe esagerato rendere l’insegnamento della lingua gratuito e obbligatorio per tutti quelli che non la sanno parlare: un investimento del genere si rivelerà presto remunerativo.

Accanto alla lingua, gli abitanti di un Paese hanno bisogno di una memoria comune. Questo è già compito della scuola, ma oggi si trova complicato dal fatto che, nella stessa classe, si possono incontrare bambini provenienti da dieci o quindici Paesi diversi. Bisogna cercare di favorire il loro accesso alla cultura d’origine? Non è questo il compito della scuola pubblica, che mira ad assicurare la padronanza da parte di tutti della stessa cultura, garanzia di un’integrazione sociale riuscita. Si può tuttavia modificare il tenore di quell’insegnamento. Così nei corsi di educazione civica, tenuti in Francia nella scuola primaria, si può mostrare, con l’aiuto di esempi e racconti, che se la cittadinanza resta una, le identità culturali di ciascuno sono molteplici e mutevoli; che certi elementi della cultura nazionale sono governati dal principio di unità (è il caso, anzitutto, della lingua), mentre altri, come le religioni, sono governati dal principio di laicità e di tolleranza.

Alle scuole medie, ossia nella fascia d’età tra gli undici e i quindici anni, gli allievi seguono un corso sulla storia della Francia. Senza scadere nella critica sistematica, il corso può diventare l’occasione per mostrare (come già talvolta accade) che questo Paese non sempre ha svolto un ruolo tale da suscitare ammirazione o compassione, quello del valente eroe che porta i benefici del cristianesimo e della civiltà ai popoli lontani o quello della vittima innocente che subisce le aggressioni infami dei suoi vicini malintenzionati. Numerosi episodi della storia possono essere chiariti ricordando la percezione che ne hanno avuto i “nemici” di un tempo. Gli episodi delle crociate e delle grandi scoperte geografiche seguite dall’intensificarsi della tratta dei neri, quelli delle guerre napoleoniche, della colonizzazione nel XIX secolo e della decolonizzazione nel XX permetterebbero agli allievi di dissociare il loro giudizio sul bene e sul male dal senso d’identità collettiva. Tale lavoro si giustifica più per l’arricchimento di sé che comporta, che per la presa in carico della diversità.

Un’influenza di questo tipo non significa assolutamente che tutti i valori siano intercambiabili. La separazione e la chiusura delle culture o delle comunità, imposte da fuori o rivendicate dall’interno, sono più vicine al polo della barbarie, mentre il riconoscimento reciproco è un passo verso la civiltà. Il denaro pubblico deve dunque andare di preferenza a quanto unisce piuttosto che a quanto isola: alle scuole aperte a tutti e che seguono un programma comune; agli ospedali che assicurano l’accoglienza di tutti i pazienti senza discriminazione di sesso, razza o lingua; ai trasporti, treni, pullman, aerei, dove si può essere seduti a fianco di chiunque. Non si impedirà mai agli individui di ritrovarsi più volentieri in mezzo a quanti assomigliano loro, ma tale preferenza rientra nella vita privata: lo Stato non deve farsene carico né vietarla.

Combattere la deculturazione

Mi si potrebbe dire che il quadro così abbozzato pecca di buonismo e che volutamente ignoro la difficoltà della coesistenza tra persone appartenenti a culture diverse. Mi si ricorderanno, allora, le violenze di cui certi quartieri delle città e delle periferie sono terreno, quelle di cui parlano spesso i media o alcuni nostri dirigenti politici. La mia risposta a quest’obiezione sarebbe: lasciamo da parte il pericolo illusorio del multiculturalismo e occupiamoci attivamente del pericolo realissimo della deculturazione. Prendo di nuovo in prestito dagli etnologi questo termine, che designa la perdita di un’appartenenza collettiva senza che essa sia sostituita da una nuova appartenenza. Si può allargare la definizione e designare così l’assenza di una personalità di base, costruita tradizionalmente nel quadro familiare grazie all’amore e al rispetto di cui beneficia il bambino e che serve da punto di partenza per l’acquisizione di codici culturali.

I bambini delle città satellite svantaggiate provengono spesso da famiglie senza padre presente, oppure con un padre umiliato, senza prestigio. Poiché la madre è tutto il giorno al lavoro, o è anche lei priva di qualunque forma di integrazione sociale, non dispongono di un quadro in cui poter interiorizzare le regole della vita comune. Fin dalle prime classi della scuola si sentono emarginati. Quando arrivano dall’immigrazione, caso frequente ma non generale, sono distanti dalle origini almeno una generazione e non dispongono di un’identità anteriore da poter mettere al posto di quella che hanno difficoltà a costruire sul posto. Non sempre padroneggiando perfettamente la lingua, non trovano le condizioni necessarie al lavoro sereno neanche a casa, dove manca lo spazio ma la televisione rimane accesa tutto il giorno; la loro scolarità è destinata al fallimento. In mancanza di un riconoscimento familiare o scolastico, si uniscono alle bande di quartiere, dove si coltivano i valori machisti, codice culturale minimo.

Raggiunta l’età lavorativa, non trovano nessuno che li assuma: non possiedono nessuna particolare competenza, il loro aspetto fisico non viene giudicato rassicurante. Non essendo loro accessibile nessuna delle altre vie che conducono alla riuscita sociale, un certo numero di loro si indirizza verso la piccola criminalità e il commercio di droga, oppure verso la violenza gratuita e la distruzione del quadro sociale in cui abitano.

Ricordiamoci delle rivolte nelle periferie francesi del novembre 2005. Qualche analista frettoloso era corso a gridare all’invasione dei barbari, all’attacco degli arabi contro la Francia e i suoi valori, al pogrom anti-repubblicano. Ebbene, nel corso degli avvenimenti le uniche voci islamiche che si sentivano erano quelle delle personalità religiose che chiedevano ai giovani di tornare a casa. Il procuratore generale di Parigi, da parte sua, non aveva trovato tra i rivoltosi «nessuna traccia di rivendicazione di tipo identitario. Nessun segno di un impulso o di un recupero politico o religioso». L’indagine della polizia aveva stabilito che il 13% di loro non era francese, ma anche che il 50% non era scolarizzato, benché ne avesse l’età. Gli stranieri che scelgono di imitare non sono gli imam del Cairo, ma i rapper di Los Angeles. I loro ispiratori abitano il piccolo schermo, essi stessi confondono fiction e realtà, tanto sono nutriti di immagini televisive. Invece del Corano, sognano telefoni cellulari all’ultimo grido, scarpe da basket di marca e videogiochi. Viene mostrata loro la ricchezza, mentre vivono in città satellite sprovviste di tutto, incastrate fra autostrade e binari della ferrovia, senza belle vie, senza negozi, senza servizi; i loro condomini a buon mercato cadono in rovina. Tanto vale incendiarli! Il problema di questi giovani, che sono in larga maggioranza di nazionalità francese, non è la presenza di una cultura straniera, ma l’assenza di quella cultura di base che permette di acquisire altri elementi. Il rimedio a questa evoluzione davvero inquietante non è culturale bensì sociale, ed è da ricercarsi in una politica della città, alla quale occorre assicurare mezzi sufficienti.

Le grandi religioni del passato e del presente raccomandano all’individuo di praticare l’ospitalità, di aiutare gli affamati e gli assetati, di amare il prossimo (che, come si sa, non è il vicino, ma il lontano). Una raccomandazione del genere non può essere rivolta agli Stati. Ma essi hanno tutto l’interesse a non lusingare passioni politiche primitive come la xenofobia. Nel mondo di oggi, segnato dallo sviluppo folgorante delle comunicazioni e della tecnologia, come dall’unificazione dell’economia, i popoli dei vari Paesi sono diventati più vicini tra loro e più dipendenti gli uni dagli altri. Gli incontri con gli stranieri sono destinati a moltiplicarsi. Ci tocca solo trarre il meglio da questi incontri, a casa loro come da noi, e questo passa attraverso la cooperazione laggiù, l’integrazione qui. Le forze del nostro interesse e della nostra coscienza ci spingono nella stessa direzione.

(Traduzione di Anna Maria Brogi)