Lunedì 17 giugno 2019
Si è celebrata ieri (16 giugno 2019), come ogni anno dal 1976, la Giornata mondiale del Bambino Africano (Day of African Child), occasione per fare il punto sulla condizione dell’infanzia nel continente caratterizzato dalla più alta percentuale di giovanissimi sulla popolazione totale ma anche dove si registrano i peggiori indicatori di salute e benessere infantile. Nella foto: Una bambina nel villaggio di Cansate (Guinea Bissau) – ©UNICEF/HQ08-1775/G.Pirozzi.

Ecco alcuni dati dell’UNICEF. Molti dei milioni di bambini africani che non riescono a sopravvivere e a vedere il proprio quinto compleanno potrebbero essere salvati con maggiori investimenti in servizi sanitari di base e infrastrutture. Circa 4,5 milioni di bambini africani sotto i cinque anni muoiono ogni anno per cause in gran parte prevenibili.

Attraverso una serie di dichiarazioni e di obiettivi, i governi africani si sono impegnati a destinare il 15% del loro bilancio nazionale per la salute, il 20% per l’istruzione, il 10% per l‘agricoltura e lo 0,5% del PIL per acqua e servizi igienico-sanitari.

Alcune nazioni africane – anche a basso reddito – hanno fatto passi in avanti per raggiungere i loro obiettivi di bilancio e fiscali, investendo sullo sviluppo umano, nella sanità e nell’istruzione. Negli ultimi anni, i tassi di frequenza scolastica nell’Africa Subsahariana sono aumentati molto velocemente e paesi come Benin, Etiopia, Mozambico e Tanzania hanno registrato rapidi progressi. Tuttavia, questi risultati non  sono sufficienti: almeno 45,5 milioni di bambini nell’Africa Subsahariana non frequentano la scuola.
Unicef

Giornata del bambino africano, l'Africa investe sul suo futuro

Almeno 45,5 milioni di bambini nell'Africa Subsahariana non frequentano la scuola.

Molti dei milioni di bambini africani che non riescono a sopravvivere e a vedere il proprio quinto compleanno potrebbero essere salvati con maggiori investimenti in servizi sanitari di base e infrastrutture. Gli investimenti sulla salute dei bambini, sull'istruzione e sul benessere non solo salveranno vite umane, ma miglioreranno il futuro sviluppo di una nazione.

«Investire sui bambini oggi produrrà vantaggi per le prossime generazioni» ha affermato Anthony Lake, Direttore generale dell'UNICEF. «Così si contribuirà a salvare la vita di circa 4,5 milioni di bambini africani sotto i cinque anni che muoiono ogni anno per cause in gran parte prevenibili.»

I governi devono promuovere lo stanziamento di adeguate risorse di bilancio per i bambini e garantire che le strategie di riduzione della povertà e i piani di sviluppo nazionale siano incentrate sull’infanzia. Ora più che mai, è necessario fare in modo che i bambini siano al primo posto nell’agenda dello sviluppo.

Attraverso una serie di dichiarazioni e di obiettivi, i governi africani si sono impegnati a destinare il 15% del loro bilancio nazionale per la salute, il 20% per l'istruzione, il 10% per l'agricoltura e lo 0,5% del PIL per acqua e servizi igienico-sanitari. Alcune nazioni africane – anche a basso reddito - hanno fatto passi in avanti per raggiungere i loro obiettivi di bilancio e fiscali, investendo sullo sviluppo umano, nella sanità e nell'istruzione.

Attraverso investimenti strategici per la sopravvivenza e il benessere dei bambini, anche paesi con risorse limitate -come il Malawi - sono riusciti a ridurre notevolmente i tassi di mortalità infantile. Negli ultimi anni, i tassi di frequenza scolastica nell’Africa Subsahariana sono aumentati molto velocemente e paesi come Benin, Etiopia, Mozambico e Tanzania hanno registrato rapidi progressi.

Tuttavia, questi risultati non  sono sufficienti: almeno 45,5 milioni di bambini nell'Africa Subsahariana non frequentano la scuola. L'UNICEF sta collaborando con i governi in tutta l'Africa per analizzare il loro bilancio statale in relazione all’impatto sull’infanzia, per facilitare un uso più efficace della spesa pubblica destinata al sociale.

Perché il 16 giugno?

La "Giornata del bambino africano" commemora la marcia avvenuta nel 1976 a Soweto, in Sudafrica, che vide migliaia di scolari scendere in piazza per protestare contro la scarsa qualità dell'insegnamento per i neri sotto il regime dell'apartheid, e per chiedere di poter studiare nelle proprie lingue natie.

Il regime ordinò di sparare sui dimostranti, massacrando centinaia di ragazzi e ragazze. Nelle due settimane di scontri che seguirono, vennero uccisi altre cento persone e oltre mille furono ferite.

Per onorare la memoria delle vittime, dal 1991 il 16 giugno viene celebrato - dapprima dall'Organizzazione per l'Unità Africana (OUA) e poi dall'intera famiglia delle Nazioni Unite - un giorno per richiamare l'attenzione sulle condizioni di vita dei bambini e dei ragazzi nel continente.
Unicef

Giornata del bambino africano.
Don Molino: vera urgenza è educare il cuore

In occasione della Giornata mondiale del bambino africano, abbiamo raccolto la testimonianza di don Felice Molino, missionario salesiano da 38 anni in Kenya. “C’è bisogno di tutto, dall’istruzione al cibo, dalle medicine ai vestiti, ma prima di ogni cosa bisogna educare il cuore, altrimenti muore il mondo”

Era il 16 Giugno 1976 quando a Soweto, sobborgo di Johannesburg, nacquero violenti scontri tra gli studenti neri e la polizia segregazionista del National Party, allora al governo. Il motivo della protesta studentesca fu l’approvazione di un decreto che imponeva a tutte le scuole in cui erano segregati i nativi africani di utilizzare l’afrikaans, la lingua dei bianchi segregazionisti, come lingua paritetica all’inglese. Ma questo era solo l’ultimo episodio di una lunga lista di divieti e imposizioni. Così gli studenti si organizzarono e scesero in piazza. Nelle prime file del corteo campeggiava il cartello: “Non sparateci, non siamo armati” e invece la polizia in assetto antisommossa, cominciò a lanciare gas lacrimogeni per disperdere la folla. Qualche ragazzino reagì con il lancio di pietre e gli agenti risposero col fuoco uccidendo sul colpo quattro di loro, fra cui il tredicenne Hector Pieterson divenuto poi simbolo della violenza dell’apartheid. Le violenze continuarono fino all’aprile del 1977. Una commissione d’inchiesta anni dopo accertò che morirono 575 persone, ma fu proprio dopo le proteste che il governo autorizzò le scuole ad insegnare nella lingua che volevano. Per onorare i ragazzi e le ragazze massacrate durante quell’anno, dal 1991, il 16 giugno viene celebrato – dapprima dall’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) e poi dall’intera famiglia delle Nazioni Unite – come un giorno per richiamare l’attenzione sulle condizioni di vita dei bambini e dei ragazzi nel Continente.

I dati oggi

Stando ai dati Unicef oggi sono almeno 45,5 milioni i bambini nell’Africa Subsahariana che non frequentano la scuola e molti di questi muoiono prima di aver compiuto i cinque anni di età a causa di malattie spesso facilmente curabili o per denutrizione. Attraverso investimenti strategici per la sopravvivenza e il benessere dei piccoli, anche Paesi con risorse limitate – come il Malawi – sono riusciti a ridurre notevolmente i tassi di mortalità infantile e negli ultimi anni si registra anche un miglioramento della frequenza scolastica, per esempio in Benin, Etiopia, Mozambico e Tanzania ma molto resta ancora da fare.

Educare il cuore della gente

L’appello ai governi e alle istituzioni resta doveroso, ma secondo don Felice Molino, missionario salesiano che da 38 anni vive in Kenya, per prima cosa c’è bisogno di educare il cuore della gente perché cresca la sensibilità e il desiderio di aiutare l’altro, soprattutto se è un minore, vittima innocente, a cui è stata rubata l’infanzia, la dignità, ogni tipo di diritto, non solo quello all’istruzione. Don Felice, che collabora con gli altri missionari al Bosco Boys di Nairobi, dove vengono accolti e allevati i bimbi di strada, si porta dietro un bagaglio di storie incredibili che ci racconta con il nodo in gola. Come quella di Ana che oggi è una donna adulta, mamma felice di un bimbo bellissimo, ma ha vissuto l’inferno.

Il fenomeno dei bambini di strada

“Quello dei ragazzi di strada è un fenomeno che tocca un po’ tutto il mondo, ma soprattutto le grandi città dell’Africa”, afferma don Felice.  “A Pasqua, prosegue abbiamo distribuito cibo nel Parco Nazionale di Nairobi a 1500 bambini, con questa suora che impavida sfidava le autorità che li voleva cacciare perché sono considerati una vergogna. Molti fuggono dalle proprie famiglie. La cosa che mi ha impressionato è stato vedere i loro volti sfregiati, feriti dalle botte che prendono, sia da chi li caccia via di casa, sia dai capi che li sfruttano. E poi la sporcizia in cui vivono, il sudiciume dei vestiti… Sono situazioni di degrado e grande abbandono con cui l’infanzia africana fa i conti tutti giorni”.

Carceri, malnutrizione, sanità

“L’altro problema grave problema – afferma il missionario salesiano – riguarda le carceri minorili. A Natale sono andato a celebrare la Messa in uno di questi carceri e l’avvocato che difende questi ragazzini mi ha detto che nessuno di loro proviene da una famiglia ‘normale’. Tutti quanti, guarda caso, provengono dalle baraccopoli di Nairobi. Allora una persona si chiede: ‘Come mai? È perché il Signore ha creato tutti cattivi quelli che andranno a finire nelle baraccopoli o è piuttosto forse perché ‘solo’ quelli sono coloro che posso essere pescati dalla polizia? E invece i figli delle famiglie bene non andranno mai a finire in carcere?. Quindi c’è una diseguaglianza grandissima. Poi si passa a quella che è l’alimentazione dei bambini. Lì il problema è molto più grave. Se si pensa che l’alimentazione base nelle scuole è fatta di granturco e fagioli, polenta …  In moltissime scuole sono internati. È chiaro che non è sufficiente per dei bambini e dei ragazzi che devono affrontare giornate di studio. Per non parlare poi del problema della sanità. Ho frequentato ospedali dove il bambino è a letto insieme a due adulti. Una volta sono andato e c’era un bambino di strada che moriva praticamente dopo l’intervento per tumore al cervello. Ho detto: ‘Come mai questo bambino è lì immerso nella pipì e nessuno fa niente? Mi hanno risposto: Non c’è bisogno di far niente, tanto lui sta morendo e non si accorge nemmeno di quello che gli succede”.
Cecilia Seppia – Città del Vaticano