Domenica 23 giugno 2019
Per capire la vocazione di san Daniele Comboni è necessario ricordare la profonda esperienza di fede che egli fa in famiglia e soprattutto nel collegio Mazza. La massima espressione si trovava nella devozione ai Cuori di Gesù e di Maria. Il Dio che il giovane Comboni incontra è un Padre misericordioso e un Pastore compassionevole che si lascia trafiggere il cuore per la nostra salvezza.

“La grazia del cuore”

Mons. Daniele Comboni.

Il 6 gennaio 1849 Comboni decide e giura di andare in Africa. Ha soltanto 18 anni, ma la sua esperienza di fede è già così profonda e positiva che diventa spontaneamente impegno apostolico, spinta ad andare e annunciare il Regno di cui egli ha visto l’importanza e gustato la bellezza.

“La grazia del Cuore di Gesù” incomincia a prendere possesso del giovane Comboni per renderlo sempre più presenza storica del Buon Pastore. Molto tempo dopo, in una lettera al Card. Simeoni, scriverà: “Le scrivo poche righe perché affranto dalle febbri, dalle tribolazioni, dalle fatiche e dallo strazio del cuore. Le opere di Dio, per legge adorabile della Provvidenza, devono fondarsi e prosperare appié del Calvario. La croce e il martirio sono la via dell’apostolato delle nazioni infedeli; e l’Africa Centrale certo si convertirà alla vera fede per la Croce e il martirio. Benché affranto nel corpo, per la grazia del Cuore di Gesù, il mio spirito è saldo e vigoroso, e son risoluto, come lo fui da trent’anni in poi (dal 1849), di tutto soffrire e darei mille volte la vita per la Redenzione dell’Africa Centrale, e Nigrizia” (S 5522-5523).

Si, per Comboni la vocazione missionaria è il risultato della presenza dinamica nel nostro cuore dello Spirito Santo che ha fatto battere il cuore di Cristo con l’impeto della carità. La “grazia del Cuore di Cristo” è prima di tutto l’amore-carità del Padre che Cristo ha sperimentato in forma passiva durante tutta la sua vita fino al vertice della resurrezione; è poi l’amore-carità-tenerezza-perdono-accoglienza di Cristo Buon Pastore verso la gente nel suo apostolato e soprattutto nella passione. L’amore ricevuto dal Padre è il fondamento e la sorgente dell’amore donato al popolo.

Il Fondatore ha trovato nel mistero del Cuore di Gesù lo slancio per il suo impegno missionario” (RV 3). Comboni non aveva dubbi: ciò che spinge il missionario a partire e lo sostiene nelle difficoltà, è la carità che arde nel cuore di Cristo “vittima di propiziazione per tutto il mondo (S 3324) “e che è egli stesso la gioia, la speranza, la fortuna e il tutto dei suoi poveri Missionari” (S 5255). L’amore incondizionato di Comboni per i neri non aveva altra ragione che l’amore salvifico del Buon Pastore dal cuore trafitto: “e fidandomi in quel Cuore Sacratissimo, che palpitò per tutta la Nigrizia, e che solo può convertire le anime, sentomi vieppiù disposto a patire e a sudare fino all’ultimo respiro, e a morire per Gesù Cristo e per la salute dei popoli infelici dell’Africa Centrale” (S 4290).

In coerenza con le indicazioni di Comboni, la nostra Regola di Vita afferma che nel mistero del Cuore di Gesù il comboniano “contempla e assume” “per la liberazione globale dell’uomo” (3.3), gli atteggiamenti interiori di Cristo: “la sua donazione incondizionata al Padre, l’universalità del suo amore per il mondo e il suo coinvolgimento nel dolore e nella povertà dei popoli (3.2). Senza questi atteggiamenti non si può parlare di impegno per la venuta del Regno di Dio, non si può parlare di missione.

Il Comboniano sa che la sua missione viene da un Cuore, e sa che per poter viverla deve stare in contatto con esso. Non un contatto sporadico, superficiale ma intimo e costante.

Il comboniano contempla: il che vuol dire che non basta riflettere di tanto in tanto su qualche detto o fatto del Signore, ma è necessario spingere lo sguardo nelle profondità della sua persona, là dove hanno origine le motivazioni, gli atteggiamenti, i comportamenti, le parole e le azioni, dov’è la sintesi del suo essere che è appunto il cuore.

Ricordiamo la beatitudine comboniana (S 2721-2722) nella Regola del 1871: i suoi missionari dovranno “tener sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo, amandolo teneramente, e procurando di intendere ognora meglio cosa vuol dire un Dio morto in croce per la salvezza delle anime. Se con viva fede contempleranno e gusteranno un mistero di tanto amore, saranno beati di offrirsi a perdere tutto, e morire per Lui, e con Lui”.

Contemplare significa guardare con fede, vedere ad occhi chiusi, non distratti dall’esterno, scrutare con uno sguardo continuo e assorto. C’è un rapporto cosciente e strettamente personale tra me e Dio. Si tratta di una componente essenziale della vita dell’apostolo, significa renderci disponibili allo Spirito. L’apostolo è portato nelle profondità di quel Cuore da cui lo Spirito è venuto e a cui lo Spirito riconduce “per farci comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza” (Ef. 3,19).

Tale contemplazione ci permette di vedere Cristo nelle persone, soprattutto nelle più povere e sofferenti che sono il suo speciale sacramento. Ci aiuta a intravvedere lo Spirito in azione nelle religioni e culture dei popoli da evangelizzare.

Da qui l’affermazione di San Giovanni Paolo II: “il missionario deve essere un contemplativo in azione” (RM 91).

Gustare significa sperimentare il mistero di Dio in noi. Quando gli atteggiamenti di Gesù, diventano parte di me stesso, allora li sento, li gusto. “I missionari, le suore, i fratelli e il personale della missione hanno sostenuto a piè fermo, e soprattutto con invitta costanza, coraggio e rassegnazione, le più grandi privazioni e sacrifici. Abbiamo sofferto moltissimo, e ne siamo lieti e contenti, perché il Signore si è degnato di farci partecipi della sua passione, e ci aiutò poderosamente a portare la sua croce divina, simbolo di resurrezione e di vita” (S 6403).

Da un Cuore… al cuore dell’uomo

Il cuore trafitto di Cristo è la sintesi e il simbolo del cuore umano mortalmente ferito e bisognoso di guarigione. Di conseguenza la missione che sgorga dal Cuore del Crocifisso non può ridursi ad un semplice invio “verso” gli altri, ma è un mandato a “entrare” nel profondo delle persone , un invito a spingersi “dentro” il loro cuore, là dove l’odio fa male e l’ora delle tenebre si consuma.

La missione ha per fine un popolo di figli che amano Dio “con tutto il cuore” (Pr. 3,3). Nella Bibbia il cuore è descritto spesso come malvagio, ostinato, ingannatore, insensibile, falso, vile, incirconciso, “duro come il diamante”. Tanto che Ezechiele descrive la nuova alleanza con i termini di un trapianto cardiaco: “vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (36,26).

Il missionario deve operare per il passaggio da un cuore ribelle a un cuore umile, retto, sapiente, ben disposto, in altre parole a un cuore di figlio.

Quando l’attività missionaria perde di vista il cuore della gente, allora si rischia di creare degli schizofrenici che si mettono sulle spalle il mantello di Cristo, ma a livello profondo obbediscono ancora alle religioni e ai miti antichi, dominati da paure ataviche perché continuano a “innalzare idoli nel loro cuore” (Ez. 14,4).

La missione che sgorga dal cuore del Buon Pastore deve arrivare al “cuore” della gente. Deve condurre all’alleanza tra il cuore dell’uomo e il cuore di Cristo.

Pensiamo a Emmaus, ai due discepoli dopo l’incontro con Gesù: “non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32).

O Padre, ti ringraziamo
Per aver concesso a Daniele Comboni
La grazia del Cuore di Gesù
Che l’ha reso saldo, vigoroso e risoluto fino alla morte
Nel servizio missionario ai popoli dell’Africa centrale.

Ti preghiamo:
concedi la stessa grazia a tutti i suoi figlie e figlie
in qualsiasi parte del mondo stiano lavorando
per la venuta del tuo Regno,
affinché non siano mai fiaccati dallo scoraggiamento
e spaventai dalla lotta.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Testo di P. Francesco Pierli, usato da P. Girolamo Miante per il ritiro del 12 giugno a Castel d’Azzano.

[Combonianum]