Giovedì 20 giugno 2019
Al fine di intensificare gli sforzi per prevenire e risolvere i conflitti e contribuire alla pace e alla sicurezza dei rifugiati, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha scelto di celebrare la Giornata mondiale del rifugiato il 20 giugno di ogni anno. Nel 2018 il numero di persone in fuga da guerre, persecuzioni e conflitti ha superato i 70 milioni.

Si tratta del livello più alto registrato dall’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, in quasi 70 anni di attività. Il dato è contenuto nel rapporto annuale dell’Unhcr «Global Trends 2018» pubblicato oggi, che segnala appunto come attualmente siano quasi 70,8 milioni le persone in fuga.

I dati dell’Onu sui rifugiati nel mondo
Settanta milioni in fuga

Nel 2018 il numero di persone in fuga da guerre, persecuzioni e conflitti ha superato i 70 milioni. Si tratta del livello più alto registrato dall’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, in quasi 70 anni di attività. Il dato è contenuto nel rapporto annuale dell’Unhcr «Global Trends 2018» pubblicato oggi, che segnala appunto come attualmente siano quasi 70,8 milioni le persone in fuga. Per cogliere la portata di questo fenomeno, l’agenzia Onu segnala che tale cifra corrisponde al doppio di quella di 20 anni fa, con 2,3 milioni di persone in più rispetto all’anno precedente, e a una popolazione di dimensione compresa fra quelle di Thailandia e Turchia. L’Unhcr spiega inoltre che la cifra è stimata per difetto, considerato che la crisi in Venezuela in particolare è attualmente riflessa da questo dato solo parzialmente. In tutto, circa 4 milioni di venezuelani, secondo i dati dei Paesi che li hanno accolti, hanno lasciato le loro case.

La cifra di 70,8 milioni registrata dal rapporto «Global Trends» è composta da tre gruppi principali. Il primo è quello dei rifugiati, il cui numero nel 2018 ha raggiunto 25,9 milioni su scala mondiale, 500.000 in più del 2017. Inclusi in tale dato sono i 5,5 milioni di rifugiati palestinesi che ricadono sotto il mandato dell’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi Unrwa. Complessivamente, oltre i due terzi (67 per cento) di tutti i rifugiati su scala mondiale provenivano da cinque soli Paesi: Repubblica Araba di Siria (6,7 milioni), Afghanistan (2,7 milioni), Sud Sudan (2,3 milioni), Myanmar (1,1 milioni), Somalia (0,9 milioni). Il secondo gruppo è composto dai richiedenti asilo, il cui numero alla fine del 2018 era di 3,5 milioni nel mondo. Infine, il gruppo più numeroso, con 41,3 milioni di persone, è quello che include gli sfollati in aree interne al proprio Paese di origine. Un’u l t e r i o re conferma di come vi sia la tendenza nel lungo periodo all’aumento del numero di persone che fuggono in cerca di sicurezza da guerre, conflitti e persecuzioni.

Il dramma particolare nel più ampio fenomeno delle migrazioni
Il “pericoloso” rifugiato in un caso su due è un bambino

C’è un dato particolarmente drammatico nel desolante panorama fotografato dai dati sui rifugiati diffusi oggi dalle Nazioni Unite: è il numero dei minori coinvolti nel fenomeno.

Nel 2018, un rifugiato su due era un bambino o un ragazzino (di cui 111.000 soli e senza famiglia), una percentuale in aumento rispetto al 41 per cento del 2009, sebbene stabile rispetto agli anni più recenti. Solo l’Uganda lo scorso anno ha registrato 2.800 bambini rifugiati di età pari o inferiore a cinque anni, soli o separati dalla propria famiglia. Va tenuto conto che i Paesi ad alto reddito accolgono mediamente 2,7 rifugiati ogni 1.000 abitanti; i Paesi a reddito medio e medio-basso ne accolgono in media 5,8; i Paesi più poveri accolgono un terzo di tutti i rifugiati su scala mondiale. E l’80 per cento dei rifugiati vive in Paesi confinanti con i Paesi di origine, quindi solitamente in aree analogamente depresse. Quasi 4 rifugiati su 5 hanno vissuto la loro condizione per almeno cinque anni, mentre uno su 5 per almeno 20 anni. Significa un’intera esistenza vissuta in condizioni di emarginazione acuta.

Condizioni nelle quali i minori, evidentemente, sono le vittime più fragili. Un dato in più per riflettere, alla vigilia della Giornata mondiale del rifugiato, che si celebra domani con diverse iniziative. In Italia, l’organizzazione «Sos Villaggi dei Bambini» celebra l’evento rilanciando il suo impegno a fornire un aiuto concreto per superare il trauma della migrazione e assicurare un percorso di integrazione che porti i minori migranti a essere una risorsa all’interno della società e delle comunità locali. L’organizzazione è attiva in Italia con programmi mirati che riguardano da una parte l’accoglienza e l’inserimento sociale e, dall’altra, interventi di protezione e integrazione per famiglie migranti.

Questo per chi, tutto sommato, ha avuto la fortuna di arrivare: va ricordato che solo nell’anno passato, sono stati 30 mila i bambini costretti a navigare il Mediterraneo in condizioni di estremo pericolo. Di questi, 12.700 erano non accompagnati. Nel 2018, una persona ogni 14 arrivate in Europa lungo la rotta della Libia ha perso la vita in mare, con una media di 6 morti al giorno, secondo i dati dell’Unhcr. Numeri drammatici che dovrebbero fare ancor più riflettere se si considera la consistente riduzione degli sbarchi sulle coste italiane e l’aumento del tasso di mortalità registrato in questi primi mesi del 2019, con 543 morti accertati nella rotta del Mediterraneo.

«Nel nostro Paese e non solo — spiegano dall’organizzazione Sos Villaggi dei bambini — oggi la sfida è ancora più ampia e difficile e riguarda due ambiti fondamentali per l’integrazione di migranti e rifugiati: quelli del lavoro e dell’istruzione. Chi resta in Italia e riesce a inserirsi nel tessuto sociale del nostro Paese, per lo più trova lavori in nero e privi delle tutele di sicurezza e dignità sul lavoro che andrebbero garantite. Per i minorenni migranti, invece, risulta fondamentale l’iscrizione e il reale accesso a un corso di lingua italiana o a scuola».
L’Osservatore Romano, 20 giugno 2019, p. 1-2