Mercoledì 3 luglio 2019
In questi giorni abbiamo assistito con tristezza al modo irresponsabile in cui l'odissea di 42 persone salvate nel Mediterraneo è stata nuovamente trasformata in una vicenda che banalizza la questione epocale e globale delle migrazioni, di cui noi missionari e missionarie siamo quotidianamente testimoni oculari nei Paesi dove ci troviamo ad operare. Piuttosto che cercare soluzioni, in Italia si preferisce giocare alla battaglia navale esasperando toni e situazioni, con l'epilogo che tutti abbiamo visto in queste ore.

Sbaglia chi si scaglia contro la comandante della nave Sea Watch 3, Carola Rackete, accusandola di aver intenzionalmente speronato la motovedetta della Guardia di Finanza che impediva l’attracco della nave. Sarà la magistratura a stabilire come sono andate le cose e chi davvero abbia forzato la mano in tutta questa vicenda.

Come istituti e testate missionarie continuiamo a raccontare i drammi da cui origina l’odissea di chi parte in cerca di un futuro oggi negato in troppe parti del mondo, ed esprimiamo viva preoccupazione per il clima di forte ostilità contro il soccorso in mare di ogni migrante, soprattutto se proveniente dall'Africa.

Ma soprattutto non si può accettare che venga proposto a modello di gestione efficiente della questione migratoria l'indifferenza di fronte alla disperazione di persone soccorse in mare e lasciate per due settimane senza un porto sicuro d'approdo. Persone che avevano già iniziato a commettere atti di autolesionismo. Mettere il loro destino prima del proprio, accettando anche di pagarne le conseguenze, è l’essenza del Vangelo di Gesù di Nazareth, che noi missionari e missionarie cerchiamo di portare a ogni popolo.

Carola ha disobbedito al decreto sicurezza per obbedire alla sua coscienza e alla legge del mare: è la legge internazionale del “soccorso da non omettere” a chi rischia di morire.

Ancora una volta la vicenda della Sea Watch 3 rivela i paradossi di una politica che trasforma le migrazioni in un argomento su cui gridare anziché provare a elaborare risposte realiste. Una politica che sbandiera la ricetta dei porti chiusi, ma li lascia aperti per chi, senza naufragare, li raggiunge grazie a trafficanti di persone che continuano a fare affari con nuovi metodi e nuove rotte.

L'unica risposta seria è una politica che dall'Italia ricominci a guardare il fenomeno nella sua complessità, sapendo che nei prossimi anni diventerà ancora più intenso, anche per gli effetti del cambiamento climatico. E occorre collaborare con il resto del mondo. Il 10 dicembre 2018 ben 192 Paesi hanno firmato un “Patto globale” promosso dall’Onu per gestire le migrazioni in modo sicuro e ordinato, e dissolvere così il traffico di persone. L’Italia non lo ha ancora sottoscritto. Perché?

E quali alternative propone il governo italiano al di là degli slogan sulla “difesa dei confini”?

E chi, in risposta alle migrazioni, tanto aveva a cuore lo slogan “aiutiamoli a casa loro”, cosa sta facendo in questo senso oggi che è al governo di questo Paese?

Di questo l'Italia deve tornare urgentemente a parlare. Se non vogliamo ritrovarci presto a tirare fuori ancora una volta il peggio intorno a una nave bloccata al largo di Lampedusa.
FESMI – CIMI – SUAM & GPIC

1° luglio 2019

Comboniano Padre Zanotelli:
“Capitana Sea Watch merita premio Nobel”

Carola Rackete, capitana della nave SeaWatch.

“C’è voluta una donna tedesca per mettere in crisi e sparigliare le carte al ministro Salvini, una ragazza tedesca dai grandi valori, una donna straordinaria che ha avuto tutto dalla vita e ora dedica una parte della sua vita a chi non ha niente”. E’ il commento all’AdnKronos del padre missionario Alex Zanotelli, dopo l’azione della nave SeaWatch capitanata da Carola Rackete, entrata forzando il blocco della Guardia di finanza nel porto di Lampedusa con a bordo 42 migranti.

Questa donna meriterebbe un premio Nobel – afferma il religioso comboniano – per il suo coraggio di sfidare una legge assurda, cui bisogna disobbedire, perché è un atteggiamento profondamente cristiano la disobbedienza alle ingiustizie, i primi martiri sono morti proprio per questo motivo: la legge della vita e la legge dell’amore devono essere la nostra bussola, fino al punto di pagare di persona come sta ora rischiando la ‘capitana’ della SeaWatch”.

Osserva padre Zanotelli: “Mi ricorda Antigone, quando dice che l’unica maniera per interrompere la serie di leggi assurde e uscire fuori dalla follia collettiva è usare la parola ‘amore’, visto che ci stiamo disumanizzando, al punto da ordinare di togliere striscioni che esortano a restare umani e ricordano la massima evangelica dell’amare il nostro prossimo: davvero assurdo”.

“Sto veramente male – confessa padre Zanotelli – soffro un male boia davanti alle conseguenze del decreto sicurezza che non è altro che un ‘gioco’ di Salvini per creare lo scontro in un clima di guerra, dove ogni prova di forza procura consenso politico e voti elettorali, purtroppo anche fra tanti cattolici, che a furia di ricordare di essere cattolici si sono dimenticati di essere cristiani…”.

La SeaWatch con i migranti a bordo “era come un’ambulanza con un malato grave a bordo che corre verso l’ospedale più vicino e non si ferma neanche davanti all’alt della polizia; l’imbarcazione aveva uno stato di emergenza a bordo ed era giusto che non si fermasse nella corsa ad approdare nel porto più sicuro e vicino”.

Alex Zanotelli riferisce di aver pensato di “affiancare il parroco di Lampedusa, che da diverse notti dormiva all’aperto fino ad attendere lo sbarco dei migranti: la sua gioia e la sua commozione di ora sono la nostra gioia e la nostra commozione. La esprimeremo anche nella giornata di digiuno del 3 luglio davanti a palazzo Montecitorio dove giungeremo in cammino da piazza San Pietro, dopo aver ascoltato all’udienza generale le parole di Papa Francesco“, annuncia.
di Enzo Bonaiuto