Lo storico accordo raggiunto dai Paesi africani. Esclusa la sola Eritrea

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Mercoledì 10 luglio 2019
Abuja era il grande assente dall’accordo. Ma ha firmato in occasione del vertice Ua a Niamey. Alla nuova area, la più grande al mondo, hanno così aderito 54 dei 55 paesi membri dell'Ua, esclusa la sola Eritrea. Nella foto: Il presidente nigeriano Muhammadu Buhari mentre firma il trattato AfCFTA.

Nigeria e Benin hanno firmato la scorsa domenica, 7 luglio 2019, l'adesione alla nuova Area di libero scambio continentale. L'intesa è stata siglata dai rispettivi presidenti, Muhammadu Buhari e Patrice Talon, in occasione del summit straordinario dell'Unione africana a Niamey, in Niger. Alla nuova area hanno così aderito 54 dei 55 paesi membri dell'Ua, con la sola eccezione dell'Eritrea. Il lancio della nuova Area di libero scambio continentale arriva dopo 17 anni di duri negoziati. L'iniziativa darà luogo alla più grande area di libero scambio del mondo e, secondo le attese degli esperti, dovrebbe significare una crescita del 60% dell'interscambio tra i paesi del continente entro il 2022. La Nigeria, maggiore economia africana, ha annunciato solo la settimana scorsa l'intenzione di aderire al patto dopo essersi ritirata a sorpresa dai colloqui lo scorso anno.

È un successo soprattutto del presidente del Rwanda, Paul Kagame, vero e proprio padre politico del mercato comune africano. Quando da presidente dell’Unione africana, il 21 marzo 2018 assicurava sull’entrata in vigore dell’accordo nei tempi previsti, in molti avevano storto il naso tacciando il presidente di troppo ottimismo. A oltre un anno dalla firma della Dichiarazione di Kigali l’area di libero scambio continentale africana (AfCFTA, nell’acronimo inglese) è oggi divenuta realtà. Questo è stato possibile grazie al lavoro compiuto da parte di 22 paesi, la metà dei 44 stati fondatori (poi saliti a 54).

A Niamey, in Niger, è scattato il lancio della “fase operativa”. Da qui inizierà il periodo transitorio in cui i singoli governi dovranno costruire i protocolli e le regole necessarie al funzionamento effettivo dell’area di libero scambio, ad oggi, esistente solo sulla carta.

L’obiettivo è ambizioso: promuovere il commercio interno che oggi rappresenta solo il 17% delle esportazioni dei paesi africani, troppo poco se comparato con il 59% dei paesi dell’Asia e il 69% dell’Europa. Così facendo – sperano i sostenitori dell’AfCFTA – si potrà arrivare a quella “industrializzazione” del continente, con annessa crescita dell’occupazione, che rappresenta uno degli obiettivi dell’Agenda 2063 dell’Unione africana. Anche se non mancano le voci critiche di chi vede nel processo di liberalizzazione un rischio per le economie più deboli non in grado di reggere la concorrenza.

Secondo la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa, la crescita del mercato interno favorirà lo sviluppo dei comparti agricolo e manifatturiero che oggi rappresentano la parte più consistente del commercio interno. Questo sarà possibile grazie alla creazione di un mercato di 1,2 miliardi di persone, del valore di 2,5 trilioni di dollari.

Il trattato costitutivo prevede l’abolizione del 90% delle linee tariffarie, ma lascia ai singoli governi la possibilità di indicare un 7% di prodotti sensibili (che verranno liberalizzati in tempi più lunghi) e di escludere dal processo il 3% delle categorie merceologiche. Questo per tutelare, almeno in una prima fase, i settori più delicati dell’industria nazionale.

Secondo quanto riportato dall’African Economic Outlook 2019 i benefici dell’AfCFTA in termini di reddito reale possono oscillare tra i 2,8 miliardi e i 100 miliardi di dollari. Una forbice davvero notevole che dipenderà da quale risposta verrà data a queste sfide.
[Nigrizia]

Lo storico accordo raggiunto dai Paesi africani
Ma il libero scambio non basta

L’accordo di domenica scorsa, a Niamey, in Niger, è stato definito storico. Nel corso di un vertice straordinario dell’Unione africana (Ua), 54 dei 55 Paesi membri hanno dato il loro consenso per stabilire nel vasto continente africano una zona di libero scambio continentale al pari di quella esistente nell’ambito dell’Unione europea (Ue). L’AFCFTA, nell’acronimo inglese, che istituisce la nuova geografia economica a livello continentale, congiuntamente ai protocolli che regolano lo scambio dei beni e dei servizi e la risoluzione delle dispute, rappresenta, certamente, una pietra miliare all’interno del processo d’integrazione africana. In particolare segna il traguardo più significativo nell’ambito dell’Agenda 2063 dell’Unione africana: “The Africa We Want”, il documento programmatico che stabilisce le aree prioritarie per lo sviluppo del continente nei prossimi cinquant’anni.

L’AFCFTA, almeno sulla carta, riguarda un mercato di 1,3 miliardi di persone e ha un valore di 2,5 trilioni di dollari. L’intento dei leader africani è quello di rafforzare il commercio intra-africano, che nel 2016 ammontava a circa il 20 per cento del commercio totale del continente.

L’AFCFTA, se verrà gestito nel rispetto delle regole, potrebbe accrescere il commercio all’interno del continente di trentacinque miliardi l’anno, specialmente se affiancato dall’effettiva messa in opera delle agevolazioni commerciali e dei piani infrastrutturali necessari per passare dalle parole ai fatti.

Ricordiamo che la crescita del prodotto interno lordo africano, a livello continentale, avvenuta nel corso dell’ultimo decennio, è legata fondamentalmente al terziario, al manifatturiero e all’esportazione delle commodity (materie prime, fonti energetiche in primis), il cui valore, paradossalmente, è stato spesso al ribasso per la volatilità dei mercati internazionali. Da rilevare che le commodity di cui stiamo parlando sono state principalmente vendute all’estero, penalizzando il mercato interno.

Il libero scambio, da questo punto di vista, potrebbe dare il via a un processo di trasformazione strutturale del continente — ovvero la sua industrializzazione — a condizione che vi siano investimenti africani e stranieri capaci di avviare l’agognato cambiamento. Ciò che preoccupa, soprattutto la società civile, è lo sfruttamento della manodopera locale, già oggi pesantemente sottopagata dalle compagnie straniere.

Attualmente, stando ai dati ufficiali, il commercio intra-africano è orientato sul manifatturiero, ben radicato in alcuni Paesi come l’Etiopia e la Nigeria, e rappresenta il 67 per cento delle esportazioni intra-africane. Ma è evidente che l’Africa ha un bisogno impellente di imprese locali in grado di affermare la circolazione di beni e servizi al suo interno.

Detto questo vi sono anche altri fattori che non possono essere sottovalutati. Ad esempio, la finanziarizzazione del debito, per cui, oggi, il pagamento degli interessi dei prestiti nei confronti delle fonti private di credito (banche finanziarie, fondi d’investimento e fondi di private equity...) è spesso legato alle attività speculative nelle borse internazionali. Considerando che il debito aggregato dell’Africa Subsahariana si aggira attorno ai 700 miliardi di dollari e che il valore assoluto del pil di molti Paesi africani è ancora molto basso (nel caso della Repubblica Centrafricana, di poco superiore ai 2 miliardi di dollari), non c’è da dormire sonni tranquilli.

Per non parlare delle regole del commercio internazionali. Ad esempio, tra Europa e Africa, pesantemente condizionate dagli Epa (Economic Partnership Agreements; in italiano Accordi di partenariato economico). Un’iniziativa che vede coinvolta la Ue con settantasette Paesi in via di sviluppo, riuniti nel cartello Acp (Africa, Caraibi e Pacifico), molti dei quali ex colonie europee.

Sono state così eliminate tutte le barriere all’entrata su merci, prodotti agricoli e servizi provenienti dall’Ue, mettendo fine alla non reciprocità garantita nel passato dalla regolamentazione degli scambi tra la Comunità economica europea (Cee) e i Paesi Acp. Come era prevedibile, soprattutto i Paesi africani non hanno gradito questo indirizzo. La motivazione è rintracciabile nella convinzione che gli Epa, con il ribasso progressivo delle tariffe doganali all’importazione dei prodotti europei, vadano a provocare un danno irreversibile alle già precarie economie nazionali africane.

A ciò si aggiunga il deficit di sicurezza che interessa molti Paesi africani fortemente penalizzati da conflitti asimmetrici tra i quali figurano la Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica Centrafricana, il Sud Sudan, la Somalia  e tanti altri.

Una cosa è certa: per rendere effettivo l’AFCFTA la comunità internazionale, in particolare l’Unione europea e i suoi stati membri, dovrebbero sostenere il processo di integrazione incentrato sul libero scambio delle merci in Africa attraverso investimenti, commercio e assistenza, dimostrando, nei fatti, di voler «aiutare — come spesso si dice nei circoli della politica — gli africani a casa loro».
[P. Giulio Albanese –
L’Osservatore Romano]