Caritas Italiana. Vite sottocosto: “vittime di sfruttamento lavorativo”

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Lunedì 15 luglio 2019
Il volume Vite Sottocosto è la 2a edizione del Rapporto sul progetto Presidio di Caritas Italiana, nato nel 2014 per garantire strutture permanenti di ascolto, orientamento e tutela dei lavoratori vittime di sfruttamento lavorativo sui territori italiani maggiormente coinvolti e stimolare le istituzioni a farsi carico del problema, adottando politiche sostenibili ed efficaci.

I PRINCIPALI DATI

Il Progetto Presidio è attivo in oltre 10 Caritas diocesane, distribuite in tutta Italia, da Nord a Sud. Dal 2014 al 2018 i lavoratori assistiti sono stati circa 5.000: un dato più che triplicato dall’avvio delle attività. Il maggior numero di utenti è stato registrato dal Presidio di Ragusa (20% del totale), seguito da Foggia (18%), Acerenza (10,3%), Caserta (9,9%), Nardò–Gallipoli (9,7%), Saluzzo (7,8%).

IL PROFILO TIPO DEI LAVORATORI

La compagine dei lavoratori intercettati dai Presidi è prevalentemente maschile: gli uomini rappresentano l’87% del totale, mentre le donne il 13%. Rispetto al Rapporto passato si evidenzia una accresciuta presenza femminile, concentrata prevalentemente nel territorio di Ragusa (62% del totale).

Per quanto concerne l’età, si tratta di lavoratori giovani: l’età media è pari a 34 anni e il 3,6% degli utenti è addirittura costituito da minori, presenti soprattutto dove è maggiore il numero di donne. Le nazionalità registrate sono complessivamente 47, con prevalenza di persone provenienti da Paesi africani come Burkina Faso,

Mali, Gambia, Tunisia. Oltre a questi c’è una quota significativa di lavoratori comunitari, provenienti da Romania e Bulgaria (ca. 17% del totale).

Il livello di scolarizzazione è particolarmente basso, a ulteriore riprova della particolare vulnerabilità di questa utenza: circa l’85% dei rispondenti ha un livello corrispondente alla scuola primaria e secondaria di primo grado (elementari e medie); mentre il restante 15% (soprattutto costituito da marocchini e tunisini) presenta un livello paragonabile alle nostre scuole superiori e universitarie. Solo l’11% dei soggetti dichiara di conoscere la lingua italiana. La gran parte delle persone assistite lavora nel settore agricolo, ma non è l’unico: l’altro ambito prevalente è quello dell’edilizia (7,4% degli utenti), seguito dal settore domestico (1,6%) e dal commercio (1,5%).

LO STATUS GIURIDICO E LE CONDIZIONI LAVORATIVE

Si registra un lieve aumento delle condizioni di soggiorno regolari; si è inoltre lievemente alzata la quota di quanti possiedono un contratto (arrivata al 30%) e questo per diversi fattori: il maggior coinvolgimento di richiedenti protezione e rifugiati; la pur lieve riduzione del lavoro nero a favore del grigio a seguito di aumentati controlli e di cambiamenti normativi; un miglioramento della consapevolezza dei lavoratori dettata anche dall’operatività del Progetto Presidio. Il 44% dei lavoratori non possiede tuttavia copia del contratto (37% nel settore agricolo, 96% nell’edilizia).

Per quanto riguarda la tipologia e sulle caratteristiche del compenso, fra i dati dichiarati prevale il pagamento a giornata (71,5% dei casi). Il compenso “a ore”, invece, viene percepito dal 10% dei lavoratori, mentre il 9% risulta retribuito “a cottimo”, il 6% “a mese” e il 3% “a settimana”. L’iscrizione anagrafica è presente in meno del 29% dei casi: un problema significativo, che limita ulteriormente l’accesso ai diritti sociali.

LE CONDIZIONI ALLOGGIATIVE

Più di 1/5 degli utenti di Presidio abita in sistemazioni di fortuna. L’accoglienza precaria ma organizzata (come le tendopoli hanno un ruolo residuale (meno del 5% dei casi). C’è chi sta in strutture di accoglienza per richiedenti protezione, chi in casa con amici e parenti. Ci sono persone che vivono in auto, roulotte, baracche, tende, casolari diroccati, garage, fabbriche abbandonate, oppure sono senza dimora e vivono in stazione o in strada. La sistemazione in qualche caso è esplicitamente “mediata” dai caporali.

Circa il 30% segnala di non disporre né di elettricità né di servizi igienici e una quota addirittura superiore (più del 36%) di acqua potabile. Non sono rari i casi in cui l’affitto riguarda solo il posto letto in strutture di fatto adibite a dormitori, con cifre ampiamente oscillanti, fino a 120 euro/mese per casolari non raramente privi di allacci (acqua, luce, gas). In qualche caso si riscontra il rifiuto di inserimento nei campi di accoglienza organizzati, motivato da questioni di lavoro (vicinanza dei campi informali e di altre abitazioni precarie al luogo di lavoro; minori costi e tempi di viaggio): l’accoglienza organizzata viene inoltre certamente disincentivata da datori di lavoro e caporali, per evitare “intrusioni”.

LE CONDIZIONI DI VULNERABILITÀ: FONTI MULTIPLE E INTERVENTI DIFFICILI

Una quota degli utenti, di fatto, non può svolgere molte azioni sociali “normali” – affittare una casa, andare dal medico, rivolgersi ad un avvocato e ovviamente sottoscrivere un contratto di lavoro – senza il timore di essere vittima di raggiri. Il progetto Presidio ha permesso di rilevare che le loro esistenze sono caratterizzate da queste situazioni:

  • Si paga per tutto. Per lavorare c’è una tariffa “di ingresso” (dai 200 ai 500 euro), e/o una quota dei compensi giornalieri o di cottimo (fra il 10 e il 50% della paga). Si paga per il trasporto da/per i campi, per gli alloggi fatiscenti; per il rinnovo del permesso di soggiorno, quando c’è.
  • È difficile distinguere fra rete di supporto e rete di sfruttamento: sono soggetti deboli tanto quelli “senza rete” quanto quelli con “troppa rete”.
  • Anche l’estrema precarietà delle condizioni di salute è un’evidenza diffusa: in più di 2.000 casi individuali è stata compilata una scheda sanitaria in cui sono riportate medicazioni, accessi ospedalieri e ambulatoriali, ricoveri. Le schede segnalano inoltre lunghe serie di patologie della povertà, come infezioni respiratorie, gastro-intestinali, urinarie, dentali.
  • Le donne appaiono non raramente in condizioni di fragilità superiori, aggravate da forme di ricattabilità legate al genere.

Una delle barriere più insormontabili è costituita dall’accesso alla giustizia. Dimostrare condizioni di sfruttamento e riuscire a far valere i propri diritti non è sempre facile. Ci sono situazioni di sfiducia generalizzata nelle istituzioni e di mancato riconoscimento della propria condizione di sfruttamento; così come condizioni di dipendenza dal datore o dal caporale specie dei permessi di soggiorno.

OTTO FATTI SUI RIFUGIATI CHE È NECESSARIO CONOSCERE

1. MINORI. Nel 2018, un rifugiato su due era minore, molti (111.000) soli e senza famiglia.

2. PRIMA INFANZIA. L’Uganda ha registrato 2.800 bambini rifugiati di età pari o inferiore a cinque anni, soli o separati dalla propria famiglia.

3. FENOMENO URBANO. È più probabile che un rifugiato viva in paese o in città (61%) che in aree rurali o in un campo rifugiati.

4. RICCHI E POVERI. I Paesi ad alto reddito accolgono mediamente 2,7 rifugiati ogni 1.000 abitanti; i Paesi a reddito medio e medio-basso ne accolgono in media 5,8; i Paesi più poveri accolgono un terzo di tutti i rifugiati su scala mondiale.

5. DOVE SI TROVANO. Circa l’80% dei rifugiati vive in Paesi confinanti con i Paesi di origine.

6. DURATA. Quasi 4 rifugiati su 5 hanno vissuto da rifugiati almeno per cinque anni. Un rifugiato su 5 è rimasto in tale condizione per almeno 20 anni.

7. NUOVI RICHIEDENTI ASILO. Nel 2018 il numero più elevato di nuove domande d’asilo è stato presentato da venezuelani (341.800).

8. PROBABILITÀ. Nel 2018, 1 persona ogni 108 era rifugiata, richiedente asilo o sfollata. 10 anni prima la proporzione era di 1 su 160.

Vedi il report in inglese ed ulteriori materiali disponibili cliccando qui.