Domenica 4 agosto 2019
Bologna 1° agosto 2019. Quando tra qualche settimana Papa Francesco visiterà il Mozambico troverà un paese non più dilaniato da una feroce guerra civile. Un percorso di pace che fu reso possibile 27 anni fa grazie all’opera di mediazione lunga e faticosa svolta da quattro mediatori (attraverso la Comunità di Sant’Egidio, il governo italiano, e le Nazioni Unite), don Matteo Zuppi, Andrea Riccardi, il sottosegretario agli esteri Mario Raffaelli e il vescovo Jaime Pedro Gonçalves. Monsignor Zuppi, oggi arcivescovo di Bologna, ha gentilmente accolto l’invito de «L’Osservatore Romano» a ripercorrere insieme quegli eventi.

Eravamo quattro amici al bar

Un giovanissimo don Matteo Maria Zuppi nel 1984 in Mozambico, impegnato nelle missioni di pace della Comunità di Sant'Egidio.

Monsignor Zuppi com’è nata questa storia?
Ma sa, come spesso accade nella vita, è successo per caso. Le cose buone nella vita ce le dispone davanti il Signore, e noi dobbiamo solo seguirle, ponendoci al centro della corrente. Mettendoci un po’ di buona volontà e senza mai pensare di esserne in ultima analisi gli artefici. Indietro nel 1977 conobbi, attraverso don Ambrogio Spreafico, un giovane prete mozambicano don Jaime Gonçalves, che studiava a Roma e in estate dava una mano in parrocchia. Dopo la rivoluzione dei garofani in Portogallo nel 1974, il Mozambico aveva conquistato l’indipendenza sotto la guida di Samora Machel, ed era diventato un punto di riferimento per i movimenti anti-apartheid e indipendentisti del Sud Africa e di quella che allora si chiamava Rhodesia. Nella logica dei blocchi, allora imperante, il Mozambico era finito sotto l’influenza sovietica, realizzando nazionalizzazioni e aderendo al Comecon. Debbo dire che, nello scacchiere di allora, fu una scelta più di convenienza che di convinzione. Il Frelimo infatti aveva sempre mantenuto anche buoni rapporti col mondo occidentale e con gli americani, il che spiegherà più avanti la sua evoluzione politica in senso liberale che lo porterà anni dopo a passare dal Comecon al Commonwealth (curiosamente oggi l’unico paese aderente che non è stato parte dell’impero britannico). In contrapposizione al governo socialisteggiante del Frelimo, che sovrapponeva identificandoli i ruoli dello stato e del partito, era andata formandosi l’opposizione del Renamo. Anche il Renamo godeva di supporti internazionali, in primis dei paesi confinanti a cui il Frelimo sobillava e sosteneva le forze ribelli d’opposizione. Ma, ci tengo a sottolineare, il conflitto civile tra Frelimo e Renamo fu, e rimase, essenzialmente un conflitto locale: entrambe le parti furono abbastanza indipendenti dai loro sostenitori e prudenti nell’evitarne l’internazionalizzazione.

La Chiesa mozambicana fino al 1975 era stata percepita essenzialmente come vicina all’establishment coloniale portoghese, fatta salva la presenza preziosa di missionari occidentali e della parte più coraggiosa del clero locale. Ho un bel ricordo per esempio di un prete fidei donum di Cesena che operava lì. Questo spiega perché l’atteggiamento del Frelimo non fosse, dopo la decolonizzazione, particolarmente benevolo nei confronti della Chiesa. Fu così che il giovane don Jaime si rivolse a noi in Italia chiedendoci aiuto su un’istanza un po’ particolare: chiedere al Partito Comunista italiano (ben esperto dell’importanza della relazione coi cattolici) di intervenire sui “compagni” del Frelimo perché usassero toni e prassi più concilianti nei confronti della Chiesa mozambicana. Mettemmo in moto i nostri contatti e consegnammo l’ambasciata. Berlinguer, che aveva un certo appeal nei confronti del governo del Frelimo per via del supporto fornito dalle cooperative rosse, e che proprio in quel periodo propugnava sul fronte interno la strategia del compromesso storico coi cattolici, non tardò a intervenire, e con una certa autorevolezza, inviando in Mozambico il fratello Giovanni. Ancora oggi ci ripenso… Se non fosse stato per l’incontro fortuito col giovane don Jaime questa storia non sarebbe mai iniziata.

Quindi le vicende mozambicane erano ben seguite in Italia?
Ah sì. E non solo dai comunisti. Debbo dire che Giulio Andreotti in quegli anni manifestò una sensibilità particolare sul dossier Mozambico, e questo determinò un interesse deciso della nostra Cooperazione internazionale, e poi del sottosegretario agli esteri Mario Raffaelli che fu poi uno dei quattro mediatori.

Don Matteo Zuppi al tavolo della Farnesina nel 1992 per concludere gli accordi di pace nel Mozambico.

Ma la pacificazione tra Chiesa e Frelimo non impedì il deflagare del conflitto civile...
No. Fu un’esperienza terribile. Oltre alle tante vittime la guerra precipitò il paese in una povertà totale. L’agricoltura venne abbandonata, mancava da mangiare. E su tutto incombeva — e tutt’ora incombe — la tragedia dell’Aids. Il 15 per cento della popolazione ne soffre. In alcune zone supera il 40 per cento. Malgrado la catena di aiuti che promuovemmo, la carestia costrinse quasi un milione di mozambicani a fuggire verso il Malawi.

Voglio precisare che, differentemente da altri conflitti civili africani, quello mozambicano non assunse mai i contorni di un conflitto tra etnie. Sicuramente geografico (il Renamo era concentrato al Nord), sicuramente sociale (il Renamo rappresentava soprattutto la parte di popolazione che aveva avuto qualche vantaggio a livello di potere amministrativo locale dai colonialisti portoghesi), ma non etnico. Per fortuna, direi, perché la storia del continente ci insegna che le guerre a sfondo etnico sono state le più spietate e violente.

Accordo di Pace firmato il 4 ottobre del 1992, tra Frelimo e Renamo, il giorno di san Francesco.

Come si avviò la mediazione?
Anche qui per caso… o per provvidenza. Conoscemmo casualmente una persona che aveva legami con i vertici del Renamo. Non era facile entrare in contatto coi loro capi in clandestinità: erano molto sospettosi e chiusi. Non eravamo certi che questo contatto fosse realmente efficace, quindi lo mettemmo alla prova chiedendo nel 1987 che venisse liberata una suora che era nelle loro mani. La suora venne liberata, e ancor più entrammo in contatto coi vertici della Resistenza ai quali ci offrimmo come canale di comunicazione informale col governo del Frelimo. L’anno successivo ci fu il primo contatto informale e segreto a Nairobi tra le due parti. Fu una fatica immensa. Sembra paradossale ma fu più difficile metterli a un tavolo insieme che poi raggiungere un accordo. Ognuna delle parti per incontrare l’altra poneva un’infinità di pre-condizioni. La fortuna volle che don Jaime appartenesse alla stessa etnia del capo del Renamo, perciò sapeva che non l’avrebbe mai fregato. Loro avevano un disperato bisogno di rompere l’isolamento internazionale in cui si trovavano (per via dell’imbarazzante alleanza coi razzisti sudafricani, che stavano ormai collassando) e sentivano che la Chiesa e l’Italia erano veramente neutrali. Il governo del Frelimo ci dette invece subito mandato a trattare. Il 10 luglio del 1990 avvenne il primo incontro segreto. Quando alla fine dell’incontro le due parti decisero di renderlo pubblico, capii che ormai dalla strada imboccata verso la pace non si sarebbe più tornati indietro. Due anni più tardi si sarebbe firmato lo storico accordo. Si sarebbe dovuto firmare il 1° ottobre del 1992, ma per quattro giorni il capo del Renamo Dhlakama la tirò per le lunghe, e così finì che firmammo il giorno di san Francesco. Et pour cause

Qualche tempo dopo il segretario generale dell’Onu, Boutros Boutros-Ghali, complimentandosi per il successo, ebbe a elevare ad esempio diplomatico “il metodo romano”. Dove per metodo romano intendeva questo doppio binario: istituzionale e informale Vi erano momenti in cui era necessario cedere il passo alla formalità, ma vi erano momenti di tensione in cui era più facile comprendersi in una chiacchierata a Trastevere. È stato molto faticoso. Il trucco fu essere pazienti nel perseguire un solo scopo: farli parlare. Quando si parla, poi prima o poi ci si intende. Purché ci sia un metodo nel parlare: quello che indicava Giovanni XXIII, cercare sempre quello che ci unisce, mettendo a margine quello che ci divide.

Due ore sono filate nel ricordare queste storie. E dalle espressioni del viso e dal pathos del racconto comprendo che devono essere state due ore di ricordi piacevoli per l’allora giovane prete trasteverino oggi sulla cattedra di san Petronio. «La prossima settimana volo in Mozambico. Ogni tanto ci torno. Debbo tornare, c’è ancora tanto da fare. E poi… m’hanno fatto cittadino onorario mozambicano» saluta ridendo in una Bologna agostana afosa e deserta.
[Roberto Cetera – L’Osservatore Romano]