Mercoledì 7 agosto 2019
Il tema migratorio nell’Africa Sub sahariana è gestito con uno spirito anni luce distante da quello europeo. Emblematico è il caso dell’Uganda sul quale vale la pena riflettere attentamente. Stiamo parlando di un Paese nel cuore della Regione dei Grandi Laghi che si affaccia sul Lago Vittoria, con una superficie di 241.038 Kmq, vale a dire la stessa dell’Italia senza Sicilia, senza Sardegna e le isole minori.

L’Uganda modello di accoglienza

Profughi da sei Paesi limitrofi

Il tema migratorio nell’Africa Sub sahariana è gestito con uno spirito anni luce distante da quello europeo. Emblematico è il caso dell’Uganda sul quale vale la pena riflettere attentamente. Stiamo parlando di un Paese nel cuore della Regione dei Grandi Laghi che si affaccia sul Lago Vittoria, con una superficie di 241.038 Kmq, vale a dire la stessa dell’Italia senza Sicilia, senza Sardegna e le isole minori. La sua popolazione è di oltre 44 milioni di abitanti e l’agricoltura occupa circa l’80 per cento della forza lavoro, con il caffè come principale prodotto di vendita all’ingrosso. Altre colture apprezzabili sono quelle di mais, sorgo e patate. L’allevamento è un’altra voce molto importante nell’economia nazionale e il patrimonio zootecnico è variegato in tutta l’Uganda, in considerazione delle tradizionali pratiche pastorali ben radicate presso molte delle etnie locali. Significativo è anche il contributo economico del terziario e del manifatturiero in generale. Nella zona del Lago Alberto sono stati scoperti in questi anni ingenti giacimenti di idrocarburi che, in prospettiva, potrebbero incrementare notevolmente il Pil, stimato attualmente attorno ai 28 miliardi di dollari.

Per avere un confronto con l’Italia, basti pensare che la regione Campania ha un Pil superiore ai 110 miliardi di dollari. Da rilevare che vi è una crescente preoccupazione per l’andamento del debito pubblico ugandese, che è cresciuto vertiginosamente passando da 1,9 miliardi di dollari nel 2008 a oltre 11 miliardi di dollari a fine 2017, circa il 38,4 per cento del Pil. Il principale timore degli analisti internazionali è che i prestiti ricevuti dall’estero non siano più sostenibili. Nel 2018, comunque, il valore degli investimenti diretti stranieri (Foreign Direct Investment) è cresciuto del 21 per cento, raggiungendo la quota 700 milioni di dollari, in particolare nei settori manifatturiero, petrolifero e del gas.

Questa premessa — una sorta di descrizione sommaria del sistema Paese — è necessaria per comprendere la generosità degli ugandesi, nonostante la debolezza della loro economia nazionale. Recentemente Hilary Onek, ministro ugandese per gli aiuti umanitari, la gestione dei disastri e i rifugiati, ha dichiarato pubblicamente che il suo Paese «ha continuato a tenere le porte aperte ai profughi sulla base della tradizionale ospitalità africana e del principio secondo cui non scacciamo chi si rifugia qui da noi in cerca di salvezza». Basti pensare che alla data del 31 maggio scorso, l’Uganda, una piccola nazione nel cuore dell’Africa, peraltro senza sbocchi sul mare, ha ospitato 1.276.208 profughi provenienti dai Paesi limitrofi. Due terzi di questi profughi provengono dal vicino Sud Sudan, stretto nella morsa di una sanguinosa guerra civile che ha causato in questi anni morte e distruzione. Il resto arriva dalla Repubblica Democratica del Congo, dal Burundi, dalla Somalia, dall’Eritrea, dal Sudan e dall’Etiopia. Questo approccio solidale — duole doverne prendere atto — contrasta con le immagini televisive che giungono dall’Europa e dall’America settentrionale, dove i governi locali sostengono con determinazione la pratica dei respingimenti.

Ma in cosa si traduce concretamente la generosità ugandese? Significativo è quanto sta avvenendo nella regione nordoccidentale del West Nile. Lì vive una popolazione residenziale di circa due milioni e 180 mila residenti che pacificamente hanno accolto e continuano ad accogliere i rifugiati sud sudanesi (oltre un milione nel 2018). È una straordinaria lezione di umanità da una delle tante periferie del mondo, che dovremmo fare nostra e sostenere. Si tratta, in sostanza, di un modello di integrazione volto a conciliare gli interventi umanitari con quelli dello sviluppo economico.

L’esatto contrario di quanto avviene in molti Paesi occidentali in cui i rifugiati vengono considerati corpi estranei, veri e propri antagonisti nel mercato del lavoro, nell’utilizzo delle risorse e nella gestione dei servizi. Sta di fatto che agli stranieri ospitati in Uganda per ragioni umanitarie è concessa, almeno sotto il profilo normativo, la possibilità di svolgere un’attività lavorativa e di scegliere il proprio luogo di residenza. A ognuno dei profughi viene assegnato un appezzamento di terra su cui coltivare e costruire una casa ed è inoltre concesso dal governo di Kampala l’accesso al sistema sanitario e a quello scolastico. Lungi da ogni retorica, lo spirito che anima sia i rifugiati come anche la società civile ugandese, le Chiese cristiane (tra le quali spicca quella cattolica) e le tante Organizzazioni non governative tra cui l’italiana Cuamm, si manifesta nell’alto tasso di resilienza e nella crescente sostenibilità delle iniziative avviate, parole chiave di una solidarietà in netto contrasto con l’ossessione compulsiva per il controllo dei confini e la sicurezza in cima all’agenda di molti governi europei. Sovviene, quasi istintivamente, la coraggiosa denuncia di don Milani in riferimento all’Italia: «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri».
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]