Sabato 10 agosto 2019
Il riscaldamento globale farà aumentare la siccità e le piogge estreme in tutto il mondo, pregiudicando la produzione agricola e la sicurezza delle forniture alimentari e scatenando guerre e migrazioni. È quanto prevede il rapporto sul «Cambiamento climatico e territorio» del comitato scientifico dell’Onu, diffuso ieri. A pagarne le conseguenze saranno soprattutto le popolazioni più povere di Africa e Asia, e il Mediterraneo che risulta ad alto rischio di desertificazione e incendi. [...]

Gli esperti avvertono sui rischi legati alla siccità e alla fame
per un quarto della popolazione mondiale

Il cambiamento climatico farà aumentare guerre e migrazioni

Il riscaldamento globale farà aumentare la siccità e le piogge estreme in tutto il mondo, pregiudicando la produzione agricola e la sicurezza delle forniture alimentari e scatenando guerre e migrazioni. È quanto prevede il rapporto sul «Cambiamento climatico e territorio» del comitato scientifico dell’Onu, diffuso ieri. A pagarne le conseguenze saranno soprattutto le popolazioni più povere di Africa e Asia, e il Mediterraneo che risulta ad alto rischio di desertificazione e incendi.

A pronunciarsi, è stato il Comitato intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), il foro scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l’Organizzazione meteorologica mondiale e il Programma per l’ambiente. E il messaggio è chiaro: si sta parlando del «riscaldamento globale provocato dall’uomo».

La crisi climatica, con la siccità e gli eventi atmosferici estremi, danneggia la produzione agricola dei Paesi più poveri, affamando le popolazioni e, dunque, scatenando conflitti e guerre o ondate migratorie.

L’Ipcc nell’ottobre scorso aveva pubblicato uno studio che avvertiva che rimanevano solo una dozzina di anni per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi dai livelli pre-industriali, l’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi sul clima. Oggi viene certificato che abbiamo raggiunto l’1,53.

I ricercatori dell’Ipcc — 66 da tutto il mondo — si sono concentrati sui rapporti fra il clima e la gestione del suolo. Secondo lo studio, il riscaldamento globale provocato dai gas serra emessi dall’uomo, che fa aumentare siccità, ondate di calore e desertificazione, mette in moto anche eventi meteorologici estremi, come cicloni e alluvioni. Più caldo vuol dire maggior evaporazione e maggior vapore acqueo nell’atmosfera vuol dire piogge più intense.

Tutti questi fenomeni danneggiano l’agricoltura e riducono la produzione di derrate alimentari. Ovviamente le popolazioni dei Paesi più poveri sono quelle che ne risentono di più.

«Si prevede che Asia e Africa avranno il maggior numero di persone colpite dall’aumento della desertificazione», si legge nel rapporto. «I cambiamenti climatici possono amplificare le migrazioni. Eventi atmosferici estremi possono portare alla rottura della catena alimentare, minacciare il tenore di vita, esacerbare i conflitti e costringere la gente a migrare».

C’è chiarezza anche sul da farsi. Per l’Ipcc una buona gestione del territorio in genere è uno strumento fondamentale per contrastare la crisi climatica. Gli esperti dell’Onu sottolineano che l’agricoltura sostenibile ferma erosione e desertificazione, così come il ripristino di terreni degradati e la difesa delle foreste e degli ecosistemi garantiscono l’assorbimento naturale della Co2 da parte delle piante.

Il rapporto spiega anche che oggi il 25-30 per cento della produzione alimentare viene persa o finisce nella spazzatura, e questo spreco contribuisce per l’8-10 per cento alle cosiddette «emissioni climalteranti». Dunque, sarebbero decisive le scelte alimentari anche dei singoli per limitare questa fetta di emissioni: secondo l’Ipcc, si potrebbero liberare diversi milioni di chilometri quadrati di territorio e fornire un potenziale tecnico di mitigazione da 0,7 a 8,0 miliardi di tonnellate equivalenti di Co2 all’anno solo annullando gli sprechi e diminuendo, tutti seppure di poco, il consumo di carne.

Certamente il mondo è grande e le zone sono molto diverse tra loro, dunque accade anche di leggere nel rapporto che se in molte, in particolare quelle tropicali e subtropicali, assistiamo al disastro appena descritto, ci sono anche altre zone — e questa è la novità dello studio — in cui il riscaldamento fa prosperare la vegetazione. «Le osservazioni da satellite — documenta l’Ipcc — hanno mostrato il rinverdimento della vegetazione negli ultimi tre decenni in parti dell’Asia, Europa, Sud America, Nord America centrale e Australia sudorientale». In queste aree, dunque, accade qualcosa di positivo: con l’aumento delle temperature, la bella stagione dura di più e la crescita delle piante è favorita. Inoltre, le emissioni di ossido di diazoto — che è un gas serra — dai combustibili fossili, quando finiscono sul terreno fanno da fertilizzante. E il tasso elevato di Co2 nell’aria provoca un aumento della fotosintesi.

Ma se è bello pensare a questa sorta di isole felici, resta l’inquietante dato sulle proporzioni del fenomeno inverso, quello dell’inaridimento che coinvolge un quarto delle terre emerse. È necessaria un’azione tempestiva in un’ottica di conservazione e di ripristino degli ecosistemi e della biodiversità.
[L’Osservatore Romano]

La corsa all’oro blu causa di guerre e migrazioni
L’allarme dell’Onu

Nei documenti dell’Onu sui cambiamenti climatici torna l’espressione «hydro-political issues», cioè «questioni politiche per l’acqua», un’espressione che, in realtà, si traduce meglio in possibili conflitti. Nei prossimi decenni, infatti, la causa più probabile di una guerra tra Stati sarà il controllo dell’acqua.

È un fenomeno, quello dello “stress idrico”, che ha un impatto diretto sulla vita delle persone e sugli equilibri degli Stati: nelle regioni aride o semi-aride del pianeta l’assenza di infrastrutture adeguate ha già creato una naturale drammatica competizione per l’accesso all’acqua.

Secondo i modelli matematici sviluppati dagli esperti dell’Onu, un miliardo di persone nel prossimo ventennio saranno coinvolte in ondate di migrazioni causate dalla scarsa disponibilità d’acqua. Entro il 2030, sempre secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, il 47 per cento della popolazione mondiale vivrà in zone a elevato stress idrico.

Per l’acqua, del resto, purtroppo si è sempre combattuto e si combatte: la Banca mondiale dati annovera ben 507 conflitti legati al controllo delle risorse idriche. Le aree più a rischio sono soprattutto quelle interessate dai bacini idrici condivisi, cioè i corsi d’acqua dolce che nascono in un Paese e che si sviluppano, o sfociano, in uno Stato diverso. Oggi ne esistono 243, a fronte dei 214 registrati nel 1978: un aumento derivato dalla disgregazione dell’ex Unione sovietica e dell’ex Jugoslavia.

In particolare, secondo il rapporto dell’Onu, tra le aree più esposte al rischio del water grabbing spicca il Medio oriente, nel quale l’acqua è da sempre un fattore di crisi, per le dinamiche geopolitiche, religiose e militari che scatena. Come sempre, poi, sono le popolazioni più povere a farne le spese, e saranno i meno abbienti a essere travolti dai conflitti militari e dalle tensioni politiche per il controllo di quello che già da anni definiamo “oro blu”.

Per l’acqua, in futuro, secondo gli esperti, c’è il serio rischio che si torni a combattere nella martoriata Siria che ancora non ha pace dopo otto anni di conflitto. . C’è poi l’indicazione, tra le aree da monitorare, del bacino del Mekong, un ecosistema lungo 4900 chilometri — l’undicesimo fiume al mondo, il sesto più inquinato — che nasce in Tibet e attraversa lo Yunnan, il Myanmar, la Thailandia, il Laos, la Cambogia e il Vietnam: ha già sollevato questioni diplomatiche tra Cina e Thailandia per la costruzione di alcune dighe, e la tensione rischia di salire.

Il bacino del Tigri-Eufrate, il fiume Giordano e il Nilo sono da anni nodi strategici di una conflittualità legata alla geopolitica idrica: già nel corso del suo mandato, tra il 1992 e il 1996, l’ex segretario generale dell’Onu Boutros Boutros- Ghali mise in guardia più volte sui «rischi di una possibile guerra aperta per il controllo dell’acqua in Mesopotamia». Dai documenti dell’Onu emerge anche che da anni Egitto, Sudan ed Etiopia sono coinvolti in delicate dinamiche relazionali per lo sfruttamento del Nilo, che potrebbero inasprirsi, così come Pakistan e India si ritrovano ad affrontare la questione dello sfruttamento delle acque dei fiumi dell'Himalaya: in questi casi, la diplomazia lavora da tempo per prevenire escalation di tensioni a questo proposito.

Il tutto mentre, paradossalmente, si spreca l’acqua potabile in quantità impressionanti, tra infrastrutture inadeguate e sistemi agricoli e urbani dall’impatto non più sostenibile, come avviene, ad esempio, con l’utilizzo del fracking per l’estrazione del petrolio.

In ogni caso, nonostante che l’Onu abbia dichiarato, da ormai dieci anni, il «diritto all’acqua» come «primario e indiscutibile», sono quasi due miliardi le persone che, oggi, nel mondo, vivono in condizioni di scarsa o nulla disponibilità di acqua potabile sicura.
[Marta Nunziata - L'Osservatore Romano]

Uno su quattro senz’acqua
La crisi idrica emergenza planetaria

Sono diciassette Paesi e ospitano un quarto della popolazione di tutto il mondo: in comune hanno una gravissima crisi idrica con un rischio «molto elevato» che terminino le loro risorse di acqua. Lo sostiene l’analisi del World Resources Institute (Wri), un’organizzazione non profit che si occupa di misurare le risorse naturali globali. E il dato si intreccia purtroppo perfettamente con quello pubblicato ieri dall’Ipcc, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, ovvero il “braccio scientifico” dell’Onu: più di un quarto della terra del Pianeta è soggetta al «degrado indotto dall’uomo», è primo fra tutti «la siccità dovuta all’innalzamento della temperatura di 1,53 gradi dal periodo preindustriale».

In sostanza, la terra è arida e i Paesi stanno prelevando troppa acqua dalle proprie falde acquifere, che non sono infinite.

L’allarme riguarda soprattutto Medio oriente e Nord Africa, l’area che nella classifica dei Paesi più a rischio è presente con 12 Paesi su 17. E desta molta preoccupazione anche l’India, che è al tredicesimo posto dei Paesi a maggiore rischio idrico, ma che ha una popolazione tre volte superiore a quella di tutti gli altri 16 Paesi della classifica messi insieme. Ma non solo.

Dal 1960 a oggi, il prelievo di acqua in tutto il mondo è più che raddoppiato, a causa dell’incremento della richiesta. Tra le cause, c’è da considerare il cambiamento climatico, che ha portato a periodi di siccità più frequenti, rendendo più difficile l’irrigazione dei terreni agricoli e costringendo di conseguenza a un utilizzo maggiore dell’acqua prelevata dalle falde acquifere. Nel frattempo l’innalzamento delle temperature fa evaporare l’acqua presente nei bacini idrici con più facilità, esaurendo quella a disposizione per il prelievo.

Il dato si presenta inquietante quando si guarda a Paesi come Qatar, Israele, Libano e Iran, che ogni anno prelevano in media più dell’80 per cento delle proprie risorse totali di acqua. Si traduce in un serissimo rischio di rimanerne a corto. Ci sono poi altri 44 Paesi, che ospitano un terzo della popolazione mondiale, che prelevano ogni anno il 40 per cento dell’acqua di cui dispongono. Per questi territori, che comprendono anche l’Italia, il rischio è meno elevato ma comunque preoccupante.

Un esempio concreto di allerta: il ministero delle politiche agricole e forestali del Laos ha dichiarato che a causa della siccità, quest’anno gli agricoltori laotiani hanno piantato riso solo sul 40 per cento dei circa 850.00 ettari di terra da sempre coltivabili.

Ci sono anche Paesi dove il rischio di crisi idrica in generale è basso, ma che presentano zone interne densamente abitate con un rischio maggiore. È il caso dello Stato del New Mexico negli Stati Uniti, dove la popolazione interessata dal fenomeno risulta essere maggiore di quelle di alcuni dei primi 17 Paesi nella classifica. Considerando le città, tra tutte quelle che hanno più di tre milioni di abitanti, 33 stanno soffrendo una grave crisi idrica, con un totale di 255 milioni di persone coinvolte.

Non mancano le indicazioni sul da farsi. Si dovrebbero utilizzare coltivazioni e infrastrutture di uso e riciclo che richiedono meno acqua. E soprattutto agire sui consumi. L’indicazione del Wri è chiara: si deve ridurre dove è evidente lo spreco di cibo, la cui produzione richiede circa un quarto di tutta l’acqua utilizzata in agricoltura.

[Fausta Speranza - L'Osservatore Romano]