Sabato 10 agosto 2019
Una “periferia” del mondo, l’Amazzonia, terra lontana, poco conosciuta, raramente alla ribalta della cronaca e possiamo dire anche dimenticata, per volontà di papa Francesco diventa un soggetto ecclesiale che celebrerà il suo sinodo al cuore della chiesa cattolica, a Roma, nel prossimo ottobre. Nella foto: Street art degli indigeni proiettate sulla foresta amazzonica.

Soggetto ecclesiale, questa “chiesa sorella” delle altre che compongono l’unità cattolica si interroga su se stessa, sulla sua vita quale comunità di credenti in Cristo, sulla sua collocazione nel mondo e su ciò che sta accadendo nella storia del pianeta terra.

Ecco perché il titolo del sinodo è “Amazzonia: nuovi cammini per la chiesa e per una ecologia integrale”. Questo sinodo, ormai è diventato evidente, vedrà la chiesa dell’Amazzonia come un soggetto paradigmatico che, in ascolto di ciò che lo Spirito santo ispira e chiede, getterà luce anche sulla vita e sul futuro delle altre chiese, soprattutto delle nostre chiese in occidente. Si rifletterà sull’Amazzonia, ma ciò che si dirà avrà una ricaduta universale e causerà quello scambio di doni che rende davvero multicolorata e universale la chiesa del Signore Gesù Cristo, la “fraternità” – come la chiama l’apostolo Pietro (1Pt 2,17; 5,9) – presente tra le genti della terra.

Dopo due anni di preparazione, processo che ha coinvolto concretamente le comunità cristiane dell’Amazzonia (vescovi, presbiteri, missionari, fedeli uomini e donne), si è giunti a redigere l’Instrumentum laboris pubblicato il 17 giugno scorso. È un documento che sorprende, perché traccia con audacia nuovi cammini per l’evangelizzazione e la vita ecclesiale e con passione profetica chiama i cristiani e gli uomini tutti a diventare consapevoli del loro atteggiamento nei confronti del potere politico, economico e tecnocratico, e di conseguenza nei confronti del futuro del pianeta, a partire dalla regione amazzonica. Comincio questa mia breve riflessione ricordando che il documento è composto di tre parti: la prima parte è un ascolto del grido dell’Amazzonia, che si autodefinisce e mostra la sua identità; la seconda è un ascolto del grido dei popoli indigeni, dei poveri sofferenti nelle periferie o nei movimenti migratori; la terza raccoglie le sfide e le speranze della chiesa presente in quelle terre.

Nell’insieme del documento sono presenti riflessioni che meriterebbero di essere commentate per esteso, ma mi soffermo soltanto sulla terza parte, quella che traccia il cammino profetico della comunità cristiana. Non senza però aver prima messo in risalto un’affermazione metodologica che illumina il cammino di conversione ecclesiale: “Il processo di conversione a cui è chiamata la chiesa implica disimparare, imparare e reimparare. Questo cammino richiede uno sguardo critico e autocritico che ci permetta di identificare ciò che dobbiamo disimparare, ciò che danneggia la casa comune e i suoi popoli” (n. 102).

La conversione contiene questa dinamica del tralasciare, del dimenticare atteggiamenti e consuetudini nella misura in cui sono in contrasto con il Vangelo: è ciò che il linguaggio classico definiva deformata riformare. Si tratta dell’incessante impegno della chiesa, la quale deve sempre fare un esame di coscienza e convertirsi, cambiare, rinnovare anche ciò che pareva assodato ma che il discernimento spirituale operato qui e ora giudica in contraddizione con il Vangelo. Certo, la chiesa confessa le sue colpe e vuole “lascia[re] alle spalle una tradizione coloniale monoculturale, clericale e impositiva [per] discernere e assumere senza timori le diverse espressioni culturali dei popoli … L’universalità o cattolicità della chiesa, quindi, è arricchita dalla bellezza di questo volto pluriforme dovuto alle diverse manifestazioni delle chiese particolari e delle loro culture, formando una chiesa poliedrica” (n. 110).

Con questa premessa comprendiamo il proposito di una chiesa accogliente e missionaria che sappia incarnarsi nelle diverse culture. È un’operazione faticosa che, soprattutto nel secondo millennio, è parsa quasi impossibile, impraticabile, impedendo di fatto all’evangelizzazione la sua fecondità e imponendo con poco rispetto delle altre culture un vangelo nella forma monoculturale occidentale e cattolica-romana. Quante difficoltà, anche durante la recente riforma liturgica postconciliare, di fronte alle richieste e ai desideri soprattutto delle genti dell’Africa che diventavano cattoliche…

L’Instrumentum laboris presenta dunque proposte coraggiose, avanzate con audacia, passione e convinzione: “La diversità culturale non minaccia l’unità della chiesa, ma esprime la sua autentica cattolicità mostrando la bellezza di questo volto pluriforme” (n. 124). Solo così la chiesa di una regione, di una cultura, diventa soggetto, diventa pienamente chiesa. Il mutamento del paradigma missionario è radicale. Si tratta infatti di andare tra le genti annunciando il Vangelo eterno, ma con l’atteggiamento di chi annuncia: “C’è tra di voi uno che non conoscete” (Gv 1,26), con l’attenzione ai segni dei luoghi e dei tempi, con la positiva ricerca dei “semi del Verbo” presenti nelle culture e nelle tradizioni di coloro ai quali si indirizza il Vangelo. Nessuna imposizione esterna, nessuna pretesa di portare la cultura, nessun atteggiamento di possesso della verità, ma un vero ascolto dell’altro, nella convinzione che le genti non sono sprovviste di doni fatti loro dal Signore nel corso dei secoli: doni di fede, di speranza e di carità, vissuti in obbedienza alla loro coscienza ma anche alle loro tradizioni spirituali e religiose, che abbisognano certo di un discernimento ma che non possono essere semplicemente sottovalutate, dimenticate o addirittura rinnegate.

Ecco dunque aperto il cantiere della teologia, della spiritualità e, non ultimo, quello della liturgia. La chiesa dovrebbe fare maggiormente memoria di come nel primo millennio è riuscita a esprimersi nelle diverse culture dell’area mediorientale: con teologie e liturgie diverse, perché diverse erano le culture e le lingue che le esprimevano, come testimoniano i diversi riti orientali. Non si abbia quindi paura: nessuno spontaneismo, ma neanche nessuna paura di percorrere nuove strade, di “trovare i nuovi segni, i nuovi simboli, una nuova carne per la trasmissione della Parola” (n. 124) e per la celebrazione del Vangelo nelle liturgie cristiane. Come già in Evangelii gaudium, si ribadisce infatti che “senza questa inculturazione la liturgia può ridursi a un ‘pezzo da museo’ o a ‘un possesso di pochi’” (ibid.).

E qui mi si permetta una confessione. Quante volte, partecipando in Africa o in Asia alla liturgia eucaristica celebrata dai missionari là presenti, mi sono chiesto perché quelle assemblee dovevano vivere una liturgia addirittura in latino e, dopo la riforma, comunque all’insegna dell’“ingessata” ritualità romana… Non basta l’uso delle lingue locali (soprattutto in alcuni canti), ma occorre che la preghiera eucaristica stessa sia espressione della cultura autoctona, fermo restando il suo significato di irrinunciabile memoriale pasquale. Creatività non a basso prezzo, non superficiale, ma pur necessaria per esprimere nella sua integrità l’eucaristia che la chiesa ha ricevuto e trasmesso nei secoli (cf. 1Cor 11,23-26).

E affinché i fedeli possano vivere una vita sacramentale piena e una liturgia che non si riduca soltanto a “Parola predicata”, ecco allora l’auspicio: “Invece di lasciare le comunità senza l’eucaristia, si cambino i criteri di scelta e preparazione dei ministri autorizzati a celebrarla” (n. 126). E ancora: “È necessario passare da una ‘chiesa che visita’” – cioè da una chiesa che è impegnata con i suoi attuali ministri a fare visita alle comunità perché non manchino i sacramenti – “a una ‘chiesa che rimane’, accompagna ed è presente attraverso ministri che emergono dai suoi stessi abitanti” (n. 129). E se il celibato è un dono grande che la chiesa nella sua disciplina latina chiede ai presbiteri, come nelle altre chiese (anche cattoliche, si pensi alle chiese orientali), quando vi siano le condizioni, si possono anche ordinare uomini che vivono il sacramento del matrimonio (cf. ibid.). Accanto a questa apertura dettata dal principio della salus animarum, la chiesa sia audace e nella libertà dello Spirito santo, come la chiesa nascente ha saputo creare il ministero dei sette senza riferimento alle istituzioni giudaiche (cf. At 6,1-7), così conferisca un ministero da affidare alle donne, che già ora rivestono un ruolo centrale nella vita delle comunità cristiane, non solo amazzoniche (cf. n. 129).

Questo documento è veramente capace di indicazioni profetiche per la vita della chiesa, e il sinodo non sarà una celebrazione senza ricadute per la vita delle altre chiese. Non resta dunque che pregare affinché vi sia ascolto di ciò che lo Spirito dice alle chiese.

Vita Pastorale – Dove va la chiesa – Agosto 2019
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose
http://www.monasterodibose.it

Sinodo Amazzonia, al centro l’evangelizzazione

Presentato stamani alla Sala Stampa vaticana l’Instrumentum laboris per l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica, sul tema: “Amazzonia, nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”.

Una Chiesa “coraggiosa nell’annuncio profetico del Vangelo, in difesa del creato e delle popolazioni indigene, è l’orizzonte verso il quale ci incamminiamo”. Così dipinge lo scenario che il Sinodo dovrà affrontare, il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi, alla presentazione dell’Instrumentum laboris per l’Assise sinodale, che si terrà in Vaticano dal 6 al 27 ottobre di quest’anno. Un documento che costituisce la base della discussione durante le Congregazioni generali del Sinodo e ha lo scopo di presentare la situazione pastorale delle Chiese locali e avviare nuovi cammini per una più incisiva evangelizzazione e, allo stesso tempo, per un’ecologia integrale, in un territorio minacciato dallo sfruttamento ambientale e fra popolazioni vulnerabili, come i Popoli Indigeni in Isolamento Volontario (PIAV), che si calcola siano fra i 110 e i 130, ma non solo.

Al Sinodo prenderanno parte tutti i vescovi residenziali e gli ordinari equiparati secondo il Diritto, appartenenti alle 9 circoscrizioni ecclesiastiche Panamazzoniche in Bolivia, Brasile, Ecuador, Perù, Colombia, Venezuela, Guyana francese, Guyana e Suriname; i presidenti delle 7 Conferenze episcopali coinvolte nella Regione; alcuni capi Dicastero della Curia romana particolarmente interessati alla vita della Chiesa in quest’area; la presidenza della Rete Ecclesiale Panamazzonica (REPAM) e i membri del Consiglio pre-sinodale nominati dal Papa.

Ancora, 15 religiosi originari, agenti pastorali in Amazzonia, e i membri nominati dal Papa fra vescovi, sacerdoti, religiosi, in virtù della propria competenza. Fra gli altri partecipanti anche una ventina di indigeni.

Se la prima parte del Documento si incentra sulla realtà dell’Amazzonia, la seconda si focalizza sul grido della terra e dei popoli che la abitano e punta l’attenzione sulla necessità di una conversione ecologica. Su questa parte si è concentrata la riflessione di padre Humberto Miguel Yáñez. Sulla missione profetica della Chiesa in Amazzonia e sui nuovi cammini si parla invece nella terza parte, illustrata da mons. Fabio Fabene, sotto-segretario del Sinodo dei Vescovi. Oltre alla questione di un’inculturazione che si apre all’interculturalità, alla presentazione ci si è soffermati anche sulla valorizzazione del ruolo dei laici, anche delle donne, e sull’importanza di promuovere vocazioni autoctone. Nel Documento si legge anche: “Affermando che il celibato è un dono per la Chiesa, si chiede che, per le zone più remote della regione si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni”, “sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana”. Di questo Documento, che appunto raccoglie il materiale giunto dalla consultazione del Popolo di Dio in Amazzonia e i risultati di alcuni incontri, e del Sinodo per la Regione Panamazzonica, abbiamo parlato con lo stesso cardinale Lorenzo Baldisseri:

R. – Il Santo Padre ha voluto un Sinodo speciale sull’Amazzonia perché riconosce che l’Amazzonia è un territorio vastissimo che ha delle problematiche uniche e che possono essere di riferimento ad altre simili. In oltre 500 anni di storia del cristianesimo in America Latina, i popoli amazzonici sono stati quelli che hanno avuto meno possibilità di ricevere, proprio per la configurazione geografica. Quando sono entrati i missionari ovviamente hanno predicato il Vangelo e lì c’è stata la prima evangelizzazione. A distanza di tanti secoli, ci siamo resi conto che la pastorale dell’Amazzonia deve avere la sua specificità, ecco perché c’è questo Sinodo. Il Papa ha voluto che se ne occupasse soprattutto la Chiesa in America Latina, ma in particolare per dare un impulso ancora maggiore a quello che già esiste. Con la Conferenza di Aparecida i vescovi latinoamericani riuniti per una conferenza hanno cercato di mettere l’accento sull’evangelizzazione dell’Amazzonia. Lì si costruisce già una Commissione, anche da un punto di vista istituzionale

C’è anche un punto di cui si parlato, ovvero la necessità di poter celebrare l’Eucaristia per questi popoli indigeni proprio perché il territorio è molto vasto e gli spostamenti non sono così semplici …

R. – Per poter raggiungere una popolazione, un paesino all’interno dell’Amazzonia, poiché non ci sono strade, non ci sono aerei, ci sono solo fiumi, molte volte occorre una settimana di canoa. Noi abbiamo informazioni precise – non solo dei missionari – che possono visitare solo una volta o due volte l’anno i fedeli che si trovano nella loro circoscrizione ecclesiastica. Occorre trovare un criterio, i mezzi, i modi per poter sopperire a questa necessità. Nell’Instrumentum laboris si affronta questo tema in quanto c’è una richiesta molto forte dalla base, cioè da quello che noi abbiamo raccolto, da parte delle popolazioni che ci dicono: “Noi vogliamo l’Eucarestia. Vogliamo la Confessione, che le persone che sono vicino alla morte siano accompagnate dal Sacramento”. Questo è ciò che loro ci chiedono. Qual è la risposta? La prima, lo abbiamo sottolineato, è quella di formare e quindi avere vocazione autoctone e che “si studi” con criteri ben precisi, la possibilità che ci sia l’Eucarestia e quindi la Confessione, cioè quello che è il munus sanctificandi per le persone che hanno anche già una famiglia, come è stato posto qui nell’Instrumentum laboris.

Debora Donnini – Città del Vaticano
17.06.2019

http://www.vaticannews.va