Lunedì 12 agosto 2019
La Giornata Mondiale dei Popoli Indigeni ricorre ogni anno il giorno 9 agosto. È stata istituita dalle Nazioni Unite nel 1994 per celebrare le diversità caratteristiche di ciascun popolo indigeno e per far riflettere sulle violazioni e sulle ingiustizie che queste popolazioni continuano a subire. Questa Giornata Internazionale dei popoli indigeni ci ricorda una ricchezza culturale a rischio: quella di 370 milioni di persone sparse in 90 Paesi. Questa edizione è dedicata alle loro lingue, circa 7000.

Giornata dei Popoli Indigeni: un’edizione dedicata alle lingue

“I popoli indigeni, con la loro varietà di lingue, culture, tradizioni e conoscenze ancestrali ci ricordano che siamo tutti responsabili per la cura del creato che Dio ci ha affidato”. Lo ha detto oggi il Papa con un tweet dal suo portale @Pontifex in occasione della Giornata internazionale dei popoli indigeni che si celebra oggi, con un focus sulle migliaia di lingue da loro parlate. Sul cammino verso il Sinodo sull’Amazzonia, dove le popolazioni indigene sono 450, Francesco ci ricorda una ricchezza umana e culturale a rischio e ci richiama alle nostre responsabilità.  Cambiamenti climatici, conflitti, industrializzazione e altri fattori minano, infatti, le possibilità di esistenza e persistenza di queste popolazioni nei loro territori.

Una straordinaria diversità

Quando parliamo di popoli indigeni ci stiamo riferendo a una realtà composita di circa 370 milioni di persone, che rappresentano meno del 5% della popolazione mondiale ma il 15% dei più poveri del pianeta. Divise in 90 paesi, queste popolazioni sono portatrici di 5000 diverse culture e custodi di 7000 lingue. A Radio Vaticana Italia, ne ha parlato padre Ugo Pozzòli, responsabile della Fondazione Missioni Consolata onlus, ricordando la sua esperienza passata in Colombia. “Penso all’esperienza, degli indios yanomami – ha detto il sacerdote – tra i quali noi lavoriamo anche come Missionari della Consolata. Essi hanno nella casa comune, nello yano, proprio l’abitazione in cui tutto il gruppo si ritrova e vive. È un po’ come una piccola rappresentazione del mondo, del mondo anche nostro, fatto di relazioni, interconnessioni, in cui in fin dei conti siamo invitati a mettere in comune le risorse, a sentirci non sfruttatori o padroni di quello che abbiamo ricevuto come dono. Penso ai pigmei in Congo tra i quali lavoriamo, in situazioni molto simili.

Le lingue indigene

Secondo le Nazioni Unite “la grande maggioranza delle lingue in pericolo sono parlate dalle popolazioni indigene. Si stima che, ogni 2 settimane, una lingua indigena scompaia, mettendo a rischio le rispettive culture e i sistemi di conoscenza indigeni”. Per questa ragione, nell’anno dedicato alle lingue indigene dall’Assemblea Generale dell’ONU, anche l’edizione della giornata internazionale focalizza l’attenzione sugli idiomi in una celebrazione – in diretta web – che ha luogo nella sede centrale delle Nazioni Unite.

Un tema caro al Pontefice

Papa Francesco ha incontrato più volte in Vaticano e nei suoi viaggi rappresentanti dei popoli indigeni. La loro attenzione verso il creato, l’equilibrio dentro il quale essi vivono, e che rischia di essere messo a repentaglio, è uno degli aspetti che saranno toccati dal Sinodo sull’Amazzonia di ottobre. “Gran parte dell’ossigeno che respiriamo arriva da lì”, ha ricordato il Papa nell’intervista rilasciata a La Stampa-Vatican Insider, “ecco perché la deforestazione significa uccidere l’umanità. E poi l’Amazzonia coinvolge nove Stati, dunque non riguarda una sola nazione. E penso alla ricchezza della biodiversità amazzonica, vegetale e animale: è meravigliosa”.
[Eugenio Murrali – vaticannews]

Giornata Mondiale dei Popoli Indigeni

La Giornata Mondiale dei Popoli Indigeni ricorre ogni anno il giorno 9 agosto. È stata istituita dalle Nazioni Unite nel 1994 per celebrare le diversità caratteristiche di ciascun popolo indigeno e per far riflettere sulle violazioni e sulle ingiustizie che queste popolazioni continuano a subire.

La popolazione Masai, che conosciamo molto bene grazie alla collaborazione con la onlus di Rombo (Kenya) Light of Maasai, sta subendo enormemente le conseguenze del cambiamento climatico e dell’espropriazione delle terre da parte di governi e aziende straniere (se volete saperne di più sulla comunità Masai di Rombo e volete darci una mano attraverso il Sostegno a Distanza, cliccate qui).

Proprio per dare voce a popoli come quello Masai, il tema della giornata dei popoli indigeni di quest’anno è dedicato alle loro lingue. Non solo: l’intero anno 2019 è stato proclamato dall’ONU “Anno delle Lingue Indigene”.

Oggi vogliamo parlarvi un po’ della lingua indigena chiamata Swahili.

Che cos’è lo swahili?

Lo swahili è una lingua bantu, parlata prevalentemente in Africa orientale e in alcune zone centrali e meridionali del continente.

Quante persone parlano swahili?

Al giorno d’oggi lo swahili è parlato come prima lingua da 5 milioni di persone e come seconda lingua da circa 80 milioni di persone. Dato che si tratta di una lingua nata più di 2000 anni fa in funzione del commercio marittimo, è parlata correntemente anche in alcune zone al di fuori del continente africano.

Lo swahili è la lingua ufficiale del Kenya?

Certo, lo swahili è la lingua ufficiale di Kenya, Uganda, Tanzania e Ruanda. Data la sua grande diffusione e parentela con molte altre lingue bantu, viene utilizzata come lingua franca in tutta l’Africa sub-sahariana.

I Masai parlano swahili?

Sebbene la lingua del popolo Masai sia la lingua “Ma”, a scuola i bambini imparano da subito la grammatica e la fonetica dello swahili. Questo vale anche per la comunità Masai di Rombo.

Curiosità: dato che nelle aree in cui si parla swahili, ossia vicino all’equatore, gli orari di alba e tramonto sono sempre gli stessi nell’arco dell’anno (sempre alle 6 del mattino e alle 6 di pomeriggio), le ore vengono contate a partire proprio dall’alba e dal tramonto. Ad esempio, le 8 di sera sono le “due di notte” (due ore dopo il tramonto), mentre le 10 del mattino sono le quattro (quattro ore dopo l’alba).
[aliceforchildren.it]

Popoli indigeni, la difficile lotta per la sopravvivenza

Un’occasione per riflettere sulla necessità di tutelare le radici ancestrali del nostro pianeta.

Esiste una sorta di abitudine, propria dell’indole umana, a osservare il mondo da un punto di vista prettamente geografico, con la tendenza a inquadrare determinate zone del pianeta con nessun’altra identificazione che non sia quelle del proprio nome. E, a questo proposito, principale conseguenza di un ragionamento simile è la predisposizione a osservare il tutto da una prospettiva “aerea”, senza scrutare sotto la superficie della semplice attribuzione convenzionale. E questo vale, in misura quasi maggioritaria, anche per regioni fondamentali per lo scorrere della vita sulla Terra. Basti pensare a un’area come quella dell’Amazzonia che, per quanto resista (fortunatamente) l’idea di fondo di considerarla “il polmone verde” del pianeta, non viene forse considerata in tutte le sue declinazioni, perché se è vero che il bioma amazzonico risulta cruciale per la sopravvivenza stessa della vita, è altrettanto vero che nel sottobosco della foresta pluviale si muove chi, ancestralmente, ha assunto su di sé il compito di vigilare affinché tutto questo proceda senza problemi. E non si tratta di multinazionali o organizzazioni predisposte ma dei cosiddetti “popoli indigeni”, coloro che lì sono nati e, più di tutti, sono consapevoli dell’importanza del loro ambiente.

Una considerazione che, a ogni modo, non ha fermato l’impulso dell’era della globalizzazione la quale, per una sorta di effetto collaterale, ha fatto sì che, progressivamente, il rischio per tali popolazioni arrivasse a toccare pericolosi livelli di guardia. La riduzione del loro spazio vitale è uno dei fattori di maggior preoccupazione ma, di sicuro, anche il non tener conto del ruolo fondamentale svolto da questi popoli per la preservazione del loro ambiente risulta un fattore determinante affinché la pressione della civiltà contemporanea influisca in modo negativo sulla sopravvivenza delle biodiversità. Nella regione amazzonica, nell’areale corrispondente alla porzione di territorio compreso nei confini Brasile, questo vale per i Guajajara, i “guardiani della foresta”, tutori dell’ambiente (e a loro volta al centro di una campagna di sostegno dell’organizzazione Survival International) ma anche di chi ci vive: in questa zona, infatti, sopravvive un gruppo di indigeni Awà, tribù di cacciatori e pescatori in buona parte incontattata. Un territorio il loro, inquadrato dai Guajajara su un piccolo e rigoglioso rilievo al centro della foresta, sul quale pesa oggi la minaccia del disboscamento, particolarmente incrementato dall’insediamento della presidenza Bolsonaro e che, assieme al danno ecologico, rischia di distruggere l’isola di sopravvivenza che questo popolo (a oggi composto da poco più di 300 individui) ha creato e anche di esporlo al concreto rischio di genocidio. Una minaccia ben più concreta di quanto si pensi poiché, se costretti a uscire dalla foresta, queste persone resterebbero vittima di un impatto inevitabile e brutale con il mondo esterno e, con esso, a malattie e virus che per loro sarebbero fatali. Il medesimo pericolo corso dai più noti Sentinelesi, tribù totalmente incontattata delle Isole Andamane, in India, che proprio in virtù di un netto rifiuto a qualsiasi contatto con il mondo esterno, rientra in un programma di preservazione sostenuto dalla stessa Survival e da altre organizzazioni.

Gli Awà e i Kawahiva

La situazione degli Awà (e anche di altre tribù incontattate sudamericane come i Kawahiva del Mato Grosso) risulta a ora più rischiosa. Recentemente, l’associazione cinematografica Midia India ha pubblicato l’estratto di un filmato in cui viene mostrato un esponente della tribù ripreso dai Guardiani Guajajara: una delle rarissime immagini degli Awà nel loro ambiente, che prova la loro sopravvivenza e si trasforma in un appello alla Comunità internazionale affinché venga istituito un programma di tutela, che vada ad arginare l’azione dei taglialegna e a promuovere il conservazionismo a opera delle popolazioni indigene. Un dato, questo, da non sottovalutare: come spiegato da Survival, l’azione delle popolazioni native costituisce l’unico vero baluardo agli effetti della deforestazione (o, in ogni caso, alla distruzione degli ecosistemi), considerando che è proprio nella foresta che la loro vita trova ragion d’essere e, in virtù di questo, la preservazione dell’ambiente costituisce una naturale conseguenza della loro azione.

Il dramma dei Baka

Non sempre, però, riconoscere l’importanza di un popolo per gli equilibri dell’ambiente a cui appartiene è un concetto che gode della giusta considerazione. Caso emblematico, in questo senso, è quello dei Baka del bacino del Congo, popolo autoctono di una porzione d’Africa che, come l’Amazzonia, risente di una deleteria distorsione del concetto di conservazionismo il quale, anziché tutelare gli abitanti indigeni di una determinata area, li identifica come un elemento di deterrenza alla sua sopravvivenza. Il popolo Baka, nativo della foresta e risorsa cruciale per la preservazione delle sue forme di vita grazie a una particolare attività di raccolta, continua a soffrire il dramma di uno “sfratto psicologico” derivato dall’impedimento sempre più sistematico a mantenere viva l’interazione uomo-foresta che li caratterizza. Il tutto in nome di una logica conservazionista, frutto di accordi fra enti internazionali per l’istituzione di aree protette, che esclude i Baka, privandoli del libero accesso a un’area non solo di sostentamento ma anche a un territorio di immenso e ancestrale valore spirituale per la loro comunità, esponendoli all’azione spesso brutale delle squadre di guardiani anti-bracconaggio.

Misure urgenti

Un quadro estremo quello riguardante i popoli indigeni e che, oltre a una riflessione approfondita, necessita di importanti prese di posizione. Perché, pur se la logica imperante del nostro secolo tende a mostrarci una società che corre ben più veloce di quanto l’uomo stesso riesca a fare, è altrettanto vero che la tutela delle radici ancestrali dei territori terrestri dovrebbe risultare una priorità, specie in un momento storico che consente conoscenze approfondite relative ai rischi legati alla distruzione o alla semplice deformazione degli ambienti e delle biodiversità. E questo, inevitabilmente, passa dalla protezione degli abitanti nativi dei territori in questione. D’altronde, come sosteneva l’antropologo Lévi-Strauss, “un umanesimo ben orientato non comincia da se stessi, ma pone il mondo prima della vita, la vita prima dell’uomo e il rispetto degli altri esseri prima dell’amor proprio”. Un passaggio che inquadra in modo semplice il compito della società contemporanea: tornare a far proprio il principio secondo cui è l’uomo stesso a farsi garante della sopravvivenza del territorio in cui vive. Un concetto al quale veniamo educati ma, se richiesto, raramente trova l’orecchio giusto disposto ad ascoltarlo.
DAMIANO MATTANA