Mercoledì 21 agosto 2019
Spesso impegnata in difficili mediazioni, altre volte chiamata a svolgere ruoli di controllo, presa di mira dai regimi o assurta a riferimento per le opposizioni, gioca un ruolo sempre più politico. Il fenomeno segnala certamente una netta tendenza di cristiani africani che sempre di più si assumono la responsabilità di cambiare i propri Paesi e richiedere giustizia e pace.

Dal Congo all’Eritrea, dal Burundi al Sud Sudan, passando per vari altri stati, potendo contare di frequente su appoggi e sollecitudini romani, vescovi, religiosi e laici vengono ormai riconosciuti in molti luoghi come soggetto apartitico ma certamente politico, capace, quindi, di influenzare scelte, indirizzare linee governative, o, almeno, creare disturbo e suscitare riflessioni.

Nella repubblica Democratica del Congo (Rdc), la Chiesa è stata la costante spina nel fianco del quasi ventennale mandato di Joseph Kabila guadagnandosi il titolo di maggiore forza dell’opposizione ma anche, purtroppo, quella di organizzazione duramente colpita da violenza: sono decine i cattolici uccisi, feriti, arrestati nel corso degli ultimi anni, con un picco registrato tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 quando le associazioni dei laici inscenarono imponenti manifestazioni per chiedere il rispetto dell’Accordo di San Silvestro (raggiunto, dopo che l’Unione Africana aveva fallito, grazie alla meticolosa mediazione della Chiesa il 31 dicembre del 2016, prevedeva la celebrazione delle elezioni entro l’anno successivo – svoltesi in realtà solo il 30 dicembre scorso – e una serie di garanzie politiche, ndr). La Chiesa ha fatto sentire la sua voce anche all’indomani della pubblicazione dei risultati delle elezioni nel gennaio scorso. Secondo i dati raccolti dai 40mila osservatori messi a disposizione dalla Cenco (la Conferenza episcopale) il vincitore della tornata non sarebbe stato Felix Tshisekedi – visto da molti come continuatore dell’era kabiliana, nonostante sia stato per molto tempo acerrimo nemico, a seguito di un accordo pre-elettorale – ma Martin Fayulu. Da quel momento, pur ribadendo la volontà di piena collaborazione per facilitare la transizione politica e affrontare in numerosi problemi da cui è afflitto il Paese – guerra nel Kivu e in altre aree, Ebola, gravi violazioni di diritti umani e civili, popolazione allo stremo – la Chiesa è osservata speciale. Nel giugno scorso, in un’ennesima lettera pubblica, è tornata a denunciare l’insicurezza continua nel Nord e nel Sud Kivu e nel Tanganica e la proliferazione di armi e presenze militari straniere: «È inaccettabile che gruppi armati esteri si stiano insediando, addestrando e commettendo crimini nella Rdc. Le persone hanno la sensazione di essere abbandonate».

Nel vicino Burundi, è confronto aperto tra la Chiesa e il presidente dalle sbandierate doti messianiche Pierre Nkurunziza, convinto di essere «unto dal Signore».

Quando manifestò le sue intenzioni di aggirare la costituzione e candidarsi per un terzo mandato nel 2015, i vescovi espressero pubblicamente tutto il proprio dissenso e nel 2017 chiesero ai cattolici chiamati a svolgere il ruolo di osservatori nel referendum del maggio 2018 (sulla possibilità di emendare la costituzione e permettere a Nkurunziza – al potere dal 2005 – di rimanerci fino al 2034) di ritirarsi dall’incarico. Le urne, come tutti si aspettavano, decretarono un sonoro «sì» e i rapporti tra Chiesa e Stato rimangono molto tesi. È caro, peraltro, il prezzo di sangue che la Chiesa ha pagato in questi anni, oltre all’’arcivescovo Michael Aidan Courtney, sono molti i sacerdoti e le religiose che hanno perso la vita violentemente.
Estremamente determinante, spostandoci di poco a nord, il contributo politico della Chiesa cattolica in Sud Sudan. La Conferenza Episcopale, nel Paese che produce il più alto numero di profughi al mondo, con un conflitto civile che, dal dicembre 2013, ha fatto circa 400mila morti, ha scelto di impegnarsi direttamente nei colloqui di pace che hanno condotto allo storico accordo del settembre 2018 (che, nonostante pesanti violazioni, ancora regge e resta il più duraturo della storia del Sud Sudan). Nel percorso di mediazione e facilitazione della pace e della ripresa socio-economica del Paese, un ruolo fondamentale lo sta giocando il Papa. Per il Pontefice, il Sud Sudan merita una speciale attenzione da anni: è lui che ha convocato una serie significativa di iniziative, preghiere, veglie e incontri, il più clamoroso dei quali, nella Pasqua scorsa, ha portato al tavolo di discussione gli acerrimi nemici Salva Kiir (presidente) e Riek Machar (vice designato e storico leader dei ribelli) e al famoso «bacio» ai loro piedi per implorare il rispetto dell’accordo. Il gesto, giustamente giudicato, oltre che pastorale, un grandioso atto politico, ha smosso più di una coscienza.

In Eritrea, il paese bunker caratterizzato da una delle peggiori dittature al mondo, la Chiesa cattolica, sebbene minoritaria (circa il 5%), rappresenta una delle pochissime voci libere. È per questo che negli ultimi tempi è finita nel mirino del regime che, specie dopo una lettera pubblicata dai quattro vescovi lo scorso aprile, sta letteralmente annientando ogni sua presenza. Tutte le strutture sanitarie ad essa appartenenti, che si prendono cura di 200mila persone all’anno, sono state chiuse e requisite nel giro di pochi mesi (compresi terreni, locali, residenze, conventi e proprietà), in alcuni casi con metodi draconiani di stampo fascistoide. A giugno, per esempio, nel villaggio di Zagir, a una ventina di chilometri da Asmara, le suore del convento di Sant’Anna, che gestivano l’attiguo ambulatorio, sono state brutalmente picchiate e cacciate e le loro proprietà vandalizzate e sequestrate. La Chiesa, però, duramente colpita, non sembra intimidita: a giugno è apparsa una nuova lettera in cui i vescovi chiedono giustizia cui ha fatto eco un autorevole intervento della «Missione Permanente per l’Eritrea» all’Onu che ha duramente condannato gli atti e liquidato le presunte «operazioni di trasferimento di attività» come mera propaganda.

Sono tanti altri i Paesi in cui la voce della Chiesa assume un ruolo politico. Si potrebbero citare i casi del Camerun, dove, specie nelle regioni anglofone nelle quali è in atto un principio di guerra civile tra indipendentisti e governativi, i vescovi intervengono spesso in difesa dei tanti profughi e della popolazione civile, o del Benin, il Togo, o lo Zimbabwe dove tutte le confessioni cristiane sono attivamente presenti nei tavoli di negoziazione, o molti altri. Il fenomeno segnala certamente una netta tendenza di cristiani africani che sempre di più si assumono la responsabilità di cambiare i propri Paesi e richiedere giustizia e pace.
LUCA ATTANASIO
13 Agosto 2019

https://www.lastampa.it/vatican-insider