Ebola un anno dopo, padre Di Vincenzo: “Dietro la diffusione anche giochi geopolitici”

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Venerdì 30 agosto 2019
In Congo il contagio ha rallentato ma continua a mietere vittime. Il Superiore dei Comboniani di Butembo, Gaspare Di Vincenzo: «La Chiesa voce che grida nel deserto». [
lastampa/vatican-insider]

Era L’1 agosto 2018 quando cominciarono a giungere notizie dei primi casi di contagio da Mangina, una cittadina del Nord Kivu, area già colpita dalla piaga del conflitto che da anni causa morti ed esodi di massa.

È passato un anno da quel tragico evento che si pensava circoscrivibile e che invece, per fattori a metà tra ignoranza della popolazione e geopolitica, si è trasformato in una pandemia che ha mietuto vittime a ritmo di dieci al giorno con un aumento spaventoso nei mesi tra marzo e luglio scorsi. I dati ufficiali del governo parlano di circa 2.000 morti in 12 mesi ma, come ha dichiarato a Nigrizia padre Eliseo Tacchella, un comboniano con oltre 30 anni all’attivo in Congo «le cifre, corroborate dalle testimonianze di infermieri e operatori sanitari sul campo, andrebbero perlomeno triplicate».

Il governo, nel frattempo cambiato e passato, a seguito delle contestatissime elezioni del gennaio scorso, da Joseph Kabila nelle mani di Felix Tshisekedi, è rimasto per lungo tempo latitante mentre l’OMS, che ha fatto vaccinare 180mila persone e portato circa 800 pazienti a guarire dal virus, non è ancora riuscita a sconfiggerlo del tutto.

A svolgere un decisivo ruolo di informazione e sostegno delle popolazioni afflitte da Ebola è stata principalmente la Chiesa cattolica. Ha informato e invitato la gente a rivolgersi a personale medico addestrato rispettando norme igieniche di base. Ha dato vita a una battaglia politica perché il governo si occupasse più da vicino del grave problema e inviasse o formasse personale sanitario locale, molto più ben accetto dalla popolazione.

Per fare il quadro della situazione attuale, a un anno dall’inizio del contagio, abbiamo contattato padre Gaspare Di Vincenzo, superiore della comunità di religiosi comboniani di Butembo.

«La situazione resta ancora allarmante nell’area di Beni. A Butembo le cose stanno lentamente migliorando anche se nelle periferie rimane piuttosto critica. Fino a oggi le cifre ufficiali parlano di circa 2.000 vittime, ma sono senz’altro arrotondate per difetto perché non sono mai stati censiti i morti nelle periferie delle città dove non arrivano gli operatori. Fortunatamente la gente sta cominciando a prendere coscienza dei rischi e a scegliere misure adeguate. Ci si sta rendendo conto intanto che Ebola esiste e, a differenza di quanto sostiene un certo tipo di propaganda, che non è un’invenzione. Sempre più persone si stanno facendo vaccinare».

Ma come mai il virus, che sembrava circoscrivibile, si è diffuso così drammaticamente?

«Purtroppo Ebola è anche un business, girano molti guadagni appannaggio di operatori sanitari esteri e case farmaceutiche. I centri di trattamento del virus sono in gran parte gestiti da operatori esterni, che vengono da altre zone o, spesso, da altre parti dell’Africa o addirittura dall’Europa, raramente sono stati scelti operatori locali e i pochi che ci sono non sono preparati. I luoghi di trattamento, poi, per mesi non sono stati ben equipaggiati e dal punto di vista igienico sono carenti. Secondo noi, poi, molta responsabilità ricade sul governo che non si è mai espresso esplicitamente contro Ebola, non si è mai esposto più di tanto».

Perché secondo voi il governo è latitante?

«Abbiamo assistito a una vera strumentalizzazione del fenomeno Ebola che puntava a far credere che il virus fosse un’invenzione di qualcuno e crediamo che alla base di questa strategia ci fosse la volontà di perpetrare quello che noi chiamiamo il genocidio della popolazione Nande: da più di venti anni il Nord-Kivu si trova a vivere una guerra che sembra non aver fine, più di 6mila persone uccise. Dal 2014 a oggi, poi, c’è stata una recrudescenza e la gente che abita questa regione è vittima di continui massacri, circa 2mila persone in meno di 5 anni. Tutto avviene nel quasi totale silenzio del governo congolese, della comunità internazionale e dei mass media. Il popolo Nande è sotto tiro storicamente perché queste terre sono ricche e questa regione è asfissiata da presenze straniere che hanno mire espansionistiche e commerciali. Ebola in un certo senso rientra in un gioco geopolitico di conquista di potere».

La chiesa è alla base dei miglioramenti in atto?

«Sì, la Chiesa è stata veramente una voce che predicava nel deserto; fin dall’inizio si è espressa per dare norme igieniche pubbliche e per favorire misure adeguate. Il vescovo ha scritto lettere molto chiare che gli sono costate anche gravi attacchi. Ma soprattutto, la Chiesa ha puntato sull’informazione e sul concetto che Ebola esiste e può essere combattuto. Il 12 agosto poi abbiamo ricevuto la visita del cardinal Turkson. Si è recato presso la zona di Butembo-Beni assieme a un medico del dicastero per lo sviluppo integrale. Ha portato il messaggio di solidarietà del Papa e ha invitato tutti a seguire le indicazioni per evitare il contagio. Ha parlato molto della situazione legata al virus e fatto capire come la Chiesa segua da vicino e chieda ai fedeli di agire secondo quanto il clero spiega da tempo. Ha dato autorevolezza alla voce del vescovo e della Chiesa sotto attacco».

La gente sta rispondendo?

«Molti si confessano chiedendo perdono: “Padre, non abbiamo creduto alla voce del vescovo e abbiamo dato retta a superstizioni”. Qui girano di continuo voci secondo cui il vescovo è corrotto, prende soldi da ong straniere, dice cose false per suoi interessi… la gente, però, finalmente sta capendo».

State lavorando a un progetto per la memoria delle vittime dei massacri nel Nord-Kivu, ce ne può parlare?

«Nell’agosto 2016, all’indomani del più grande massacro avvenuto nella città di Beni – più di 140 persone uccise in un giorno – parlai al telefono con il Papa che si disse sconvolto e denunciò “il vergognoso silenzio”. Aveva ragione, si tratta di un silenzio complice che permette a molte multinazionali di continuare indisturbate lo sfruttamento delle ricchezze minerarie della regione allontanando, con il sistema dei massacri e del terrore, la popolazione dalle loro terre per occuparle. Da quel giorno abbiamo ritenuto fondamentale costruire un memoriale per tutte le vittime delle stragi nella nostra terra. Il progetto, che abbiamo sottoposto alla “Fondazione Mondo Unito”, prevede un percorso alla pace e alla riconciliazione e, a Mavivi, un monumento memoriale con una grande croce in cemento armato. Speriamo così di risvegliare l’attenzione di tutti».
[Luca Attanasio – lastampa/vatican-insider]