Lunedì 9 settembre 2019
L’Instrumentum laboris del Sinodo dei Vescovi sull’Amazzonia, che si terrà nell’ottobre 2019, dal fronte teologico suscita molta attenzione su tre parole per la particolare sollecitazione, anche critica, che pongono. Si tratta di parole che danno il titolo a tre dei ventuno capitoli del testo: Vita, Terra o territorio, e Tempo. [L'Osservatore Romano]

A lettura avvenuta dell’Instrumentum laboris

L’Instrumentum laboris (17 giugno 2019) del sinodo sull’Amazzonia dal fronte teologico suscita molta attenzione su tre parole per la particolare sollecitazione, anche critica, che pongono. Si tratta di parole che danno il titolo a tre dei ventuno capitoli del testo; esse reggono il capitolo I (Vita), il capitolo II (Terra o territorio), il capitolo III (Tempo). Sfondo di ogni tema che l’Instrumentum laboris tratta, dunque anche di quelli indicati con le nostre tre parole, è integralità, integrale, che attira vistosamente l’attenzione perché è onnipervasiva, ma, più che un tema, è la forma, l’ottica, la prospettiva in cui tutto è pensato e detto. E, come tale, va considerata e tenuta necessariamente presente. Evidentemente in questo articolo la scelta di queste tre parole (vita, Terra, tempo) è molto riduttiva e risente anzitutto di alcune preoccupazioni criteriologiche: la loro novità, l’urgenza interpretativa che pongono, il loro possibile difficile impatto con i destinatari dell’Instrumentum laboris, la loro natura particolarmente interessante allo sguardo teologico. È una scelta che lascia fuori, per ragioni di spazio, altre parole (Chiesa, missione, educazione) che pure a quello sguardo interessano non poco. Su questi tre temi interverremo di seguito sul nostro giornale: una volta a settimana. Lo faremo ad adiuvandum, per prepararci bene a seguire scientemente il sinodo del prossimo ottobre.

Intorno alla parola “Vita”

Fra le parole selezionate, quella matriciale è vita, modulata anche come «ben vivere», espressione bella e nuova; usata dieci volte dall’Instrumentum laboris, è parola decisiva in questo documento presinodale. Essa evoca quella dei vescovi italiani, «la vita buona del Vangelo», con la quale sarà bene accostarla per valorizzare a fondo l’esplicito riferimento al parlare di Gesù Maestro. Così, la si pone al riparo dal rischio di considerarla un modo di dire della New age, col quale, evidentemente, al di là dell’assonanza, ha ben poco da spartire. Alla parola vita è dedicata dall’Instrumentum laboris un’affermazione iniziale di ampio spettro: «Questo sinodo ruota attorno alla vita: la vita del territorio amazzonico e dei suoi popoli, la vita della Chiesa, la vita del pianeta» (8). Segue l’ancoraggio all’Amazzonia, «fonte di vita» (cfr. 8-10), che viene individualizzata realisticamente e simbolicamente nel fiume Rio delle Amazzoni che, peraltro, «è come un’arteria del continente e del mondo», un fiume gigantesco che «scorre come vene della flora e della fauna del territorio, come sorgente dei suoi popoli, delle sue culture e delle sue espressioni spirituali» (ibidem). Su vita, come parola primale dell’Instrumentum laboris, cfr. Michele Giulio Masciarelli, Con sguardo nuovo. Commento all’impianto del nostro “Instrumentum laboris” (Il Regno – Attualità 14 [2019], 394).

Questa parola sintetica, vita, rimanda al Vivente e, pertanto, dai cristiani va trattata con approccio credente. Del resto, come molteplici testi dell’Instrumentum laboris inducono a pensare, dovremmo trattare ogni cosa — e tutte nella loro connessione — con rispetto nell’ottica della nostra fede. Da altro verso, se Dio è ovunque, abbraccia tutto, è presente in tutto: è ovvio che siamo tenuti ad avere un grande rispetto per ogni elemento naturale, non solo umano, ma anche animale, vegetale e minerale. Il nostro documento presinodale sbarra esplicitamente la strada a ogni interpretazione vitalistica senza trascendenza. «Gesù offre una vita in abbondanza (cfr. Giovanni, 10, 10), una vita piena di Dio, vita salvifica (zōē), che inizia nella creazione e si manifesta già nel suo grado più elementare della vita (bios). [...] Alla luce di Gesù Cristo il Vivente (cfr. Apocalisse, 1, 18), pienezza della rivelazione (cfr. Dei Verbum, 2), discerniamo tale annuncio e denuncia» (Instrumentum laboris, 11).

Intorno alla parola “Terra”

La Terra, un “ubi” e un “quid”. Una forma vicina, costruita e abitata della Terra è il territorio (cfr. Instrumentum laboris, 19-26). Questo non fa dimenticare che la Terra è il grande sfondo di quanto si vive nel territorio, che è uno spazio strutturato dalla vita che vi abita e conosce una consonanza fraterna tra uomini, donne, animali e realtà naturali, anche queste da accostare con la sensibilità e le parole della fratellanza e della sorellanza (cfr. 20). Le parti del territorio sono costituite in relazione e formano un tutto vitale, che dovrebbe essere tenuto sempre distinto da una concezione olistica che non sia assumibile nell’ottica rivelata e cristiana. La Terra è intrisa di vita che, come si sa, è il primo tema del sinodo amazzonico. La Terra, come realtà vicina, è il territorio, che dall’Instrumentum laboris non è presentato come un semplice spazio o come una grande “cosa” fisica: «L’Amazzonia — o un altro spazio territoriale indigeno o comunitario — non è solo unubi (uno spazio geografico), ma un quid, cioè un luogo di significato per la fede o l’esperienza di Dio nella storia» (19). Il documento afferma che «il territorio è un luogo teologico da cui si vive la fede ed è anche una fonte peculiare della rivelazione divina» (19). Si potrebbe dire che il territorio è una realtà oggettivo-materiale e simbolico-spirituale.

La Terra dell’Amazzonia sarà salvata dalla bellezza. La Terra riceve bellezza da Dio e, per questo, è in grado di ricordare Dio e di portare a lui. Su questo insiste l’Instrumentum laboris ponendosi, così, su una delle grandi vie dei cercatori di Dio per arrivare a lui, almeno lambendo il suo mistero: questa è stata per secoli via filosofica, teologica, ascetica e mistica. Ma, anzitutto, la via pulchritudinis è via biblica. Le realtà create riflettono la bellezza di Dio: nei salmi 19 e 119 si celebrano le bellezze e il fascino della parola di Dio, della legge; la città di Gerusalemme è presentata come immagine della città ideale, accogliente e sicura (Salmi, 48 e 122; Isaia, 60 e 62); il Tempio, costruito da Salomone, è oggetto di grande stupore e meraviglia, ed è l’ambito in cui il popolo si ritrova per celebrare le grandi opere di Dio. Nella nuova Alleanza la bellezza è ancora via di comunicazione reciproca fra Dio e l’uomo e, addirittura, lo è anche quando si tratta di bellezza rovesciata, ossia quando la bellezza entra in un sorprendente circolo di intricanti ossimori: la sapienza è nella stoltezza, la potenza nella debolezza della Croce, la bellezza nella bruttezza.

Primo compito del cristianesimo non è quello di chiamare ad abbracciare ciò che è già bello, ma di trasformare in bellezza, mediante l’amore, ciò che si abbraccia; insomma si richiede al cristiano di imitare il Cristo che, con l’amore estremo del dono della sua vita, ha trasformato l’insipienza e l’impotenza della Croce in bellezza. Solo così ha senso continuare a ripetere che la bellezza salverà il mondo. E vale anche per la salvezza dell’Amazzonia attivare la sua bellezza rovesciata. Questa, benché sfregiata e ferita, con la sua forza si esprime per un lato come attrattiva, per un altro lato come deterrente e per un altro lato ancora come forma lacerata e ferita col suscitare una vera compassione e un’efficace redenzione (cfr. Instrumentum laboris, 22 e 23). All’opera missionaria da svolgere in Amazzonia serve tener presente che la manifestazione della bellezza intrinseca del mondo e della storia avviene grazie all’immersione di Gesù nel mondo e nella storia per dare un senso al negativo e, alla fine, per superarlo (cfr. Filippesi, 2, 6-11).

Anche la Terra, non solo la Storia. L’idea di luogo teologico è un oggetto-non oggetto che si offre come pregnante di sensi religiosi con cui la teologia può sviluppare il pensamento credente. Intendere la Terra e il territorio come luogo teologico non comporta che dobbiamo lasciare questo mondo per cercare Dio nell’Aldilà: possiamo stare, con inquietudine e in pace, in questo mondo con le sue bellezze e i suoi orrori, perché Dio è già qui, insieme agli uomini, come il “totalmente vicino” e come il “totalmente Altro” (Max Horkeimer). Egli ci aspetta in tutte le sue creature e ci parla per mezzo di esse, senza mai confondersi con esse e senza mai pensare che la Terra o la Storia lo contengano. Teologica è dunque anche l’indignazione mite che l’Instrumentum laboris chiede dinanzi allo sfregio vasto e a lungo perpetrato dinanzi al territorio amazzonico.

Evidentemente, questi comportamenti distruttori si danno perché non si vedono le “cose” alla presenza di Dio e non si coglie la presenza di Dio in esse. «Come reagire di fronte a questo? Da un lato, sarà necessario indignarsi, non in modo violento, ma fermo e profetico» (41). Compito dei cristiani e della Chiesa, pertanto, è quello di educare al senso del mistero e a quello della presenza di Dio non solo nei fatti della storia, ma anche fra le molte e differenti “cose” della creazione che, in connessione, formano il territorio degli uomini.

Dio è onnipresente, ma non è equiparato alla natura, non s’identifica con il mondo. Ancora: Dio è onnipresente, ma con la sua presenza non schiaccia l’uomo fino a togliergli il respiro. Dio non opprime gli uomini con la sua onnipresenza, ma con essa li circonda proponendosi loro come un «luogo spazioso» (Salmi, 31, 9), cosicché gli uomini possano muoversi liberamente in ogni direzione, restando comunque custoditi dalle mani forti e dalle braccia sconfinate di Dio.

Intorno alla parola “Tempo”

Il tempo vissuto e percepito nell’oggi ecclesiale dall’Amazzonia è presentato dall’Instrumentum laboris anzitutto come un «tempo di grazia» (28-34), come un kairós pro curato dallo Spirito di Dio. Esso è destinato a svolgersi in novità missionarie importanti: «I nuovi cammini di evangelizzazione devono essere costruiti in dialogo» con le locali «sapienze ancestrali in cui si manifestano semi del Verbo» (29). Questo tempo di grazia è anche tempo fervido perché destinato all’inculturazione e all’interculturalità: pertanto, il programma di evangelizzazione della Chiesa amazzonica «non corrisponde a una mera strategia di fronte ai richiami della realtà», ma è piuttosto «l’espressione di un cammino che risponde al K a i ró s che spinge il popolo di Dio ad accogliere il suo Regno in queste bio-socio-diversità» (30). Tale itinerario missionario è incominciato con il concilio Vaticano II e ha trovato il suo riconoscimento nel magistero latino-americano: «La diversità originale offerta dalla regione amazzonica — biologica, religiosa e culturale — evoca una nuova Pentecoste» (30) che apre, sempre di più, a «un tempo di speranza» (33-34). Questo tempo kairotico non è scorso placidamente per l’Amazzonia, ma è stato anche un «tempo di sfide serie e urgenti» (31-32); fra esse ve n’è una assai significativa: l’Amazzonia «comprende la sfida di rompere il proprio spazio e aprirsi per lavorare insieme, per vivere la cultura dell’incontro, […] per costruire una Chiesa sorella» (28).

Così, alla bellezza delle cose s’aggiungono la bellezza della comunionalità e quella spirituale della sororità: la bellezza, infatti, non conosce valli e gibbosità insormontabili all’interno della creazione di Dio, della salvezza piena procurataci dal “R e d e n t o re dell’uomo” e dell’effusione dello Spirito. Così, si capisce bene, ad esempio, che cosa l’Instrumentum laboris voglia dire quando afferma: «La diversità originale offerta dalla regione amazzonica — biologica, religiosa e culturale — evoca una nuova Pentecoste» (30). La costruzione di una Chiesa sorella può essere molto aiutata dalla contemplazione della Vergine di Nazaret: «Maria Sorella ricorda l’uguale creaturalità, la stessa sorte di grazia dei salvati (sebbene in differenti modi), la comune appartenenza alla Chiesa. Questa Sorella chiede che i discepoli e le discepole di Gesù meditino sul fatto che nessuno, dentro la Chiesa, è superiore al fonte battesimale e all’agape eucaristica nell’atto di assumere il Pane di vita eterna e la Bevanda di salvezza» (Michele Giulio Masciarelli, Redenta “in modo sublime”, in «L’Osservatore Romano», 6-7 maggio 2019, pagina 5).

Primo impegno di un’evangelizzazione integrale

La grazia del sinodo per l’Amazzonia e per l’intera Chiesa. La realtà amazzonica «è una grande opportunità per la Chiesa di scoprire la presenza incarnata e attiva di Dio: nelle più diverse manifestazioni della creazione; nella spiritualità dei popoli originari; nelle espressioni della religiosità popolare; nelle diverse organizzazioni popolari che resistono ai grandi progetti; nella proposta di un’economia produttiva, sostenibile e solidale che rispetti la natura» (Instrumentum laboris, 33). Anche la Chiesa è una fortuna di Grazia per l’Amazzonia, perché con il sinodo a essa dedicata Papa Bergoglio ha posto la sua realtà di creazione di Grazia, la sua esistenza felice e martiriale, il suo destino promettente e rischioso sotto gli occhi credenti di tutti i cristiani, ma anche sotto lo sguardo preoccupato e attento delle donne e degli uomini giusti dell’intero pianeta. Il sinodo è un farmaco di speranza per le sofferenze inferte a questa Terra martirizzata e magnifica. «In contrasto con questa realtà, il sinodo dell’Amazzonia diventa così un segno di speranza per il popolo amazzonico e per tutta l’umanità» (33).

Per l’Amazzonia la luce dell’intero Vangelo. Anche l’evangelizzazione in Amazzonia deve annunciare Dio presente e vicino senza dimenticare di educare alle sue misteriose “lontananze”, ossia alla sua santa trascendenza o alla sua infinita differenza rispetto a tutti e a tutto. Inoltre, l’integralità — p a ro l a guida dell’Instrumentum laboris — chiede un’evangelizzazione che si apra a stella all’intero mistero cristiano, facendo vibrare tutte le luci delle parole, dei gesti e perfino degli altissimi silenzi con cui il Dio rivelatore fa conoscere alle Chiese, ai singoli credenti e — con i modi che solo egli conosce — agli uomini fedeli alle loro religioni e a quelli che onorano la voce della loro coscienza e del loro cuore retto e buono. Il sinodo dell’Amazzonia è una grazia benaugurante per la Chiesa che, fra l’altro, le offre l’opportunità di misurarsi, nella sua esperienza missionaria, con problemi e urgenze nuovi, di allargare lo spettro del suo sguardo teologico-pastorale sul tema della creazione che, almeno nella seconda parte del Novecento, si era opacizzato, anche negli insegnamenti della teologia, concentrati prevalentemente sui temi e i problemi di “storia della salvezza”. La ricongiunzione Terra e tempo che, in questo brano di tempo della vita della Chiesa, ci si ripropone di curare, particolarmente col sinodo dell’Amazzonia, è richiamo benefico per tutta la Chiesa. «È una grande opportunità per la Chiesa di scoprire la presenza incarnata e attiva di Dio: nelle più diverse manifestazioni della creazione; nella spiritualità dei popoli originari; nelle espressioni della religiosità popolare; nelle diverse organizzazioni popolari che resistono ai grandi progetti; nella proposta di un’economia produttiva, sostenibile e solidale che rispetti la natura» (33).

Secondo impegno di un’evangelizzazione integrale

È di tutta evidenza che, quando si parla di “luogo teologico” in riferimento alla Terra (o al territorio), s’intende un “luogo’’ da non concepire in modo esclusivamente fisico chiuso in sé, ma da considerare nella prospettiva del mistero di Dio e, in termini cristiani, del Dio trinitario quale Creatore, Provvidenza e Salvatore di tutto. Il richiamo esplicito al mistero del Dio cristiano non comporta l’indebolimento né della dignità della Terra o del territorio, né del nostro legame con tale realtà vitale, che è contesto necessario della vita umana. Anzi, è allora che è possibile fondare e nutrire una nuova spiritualità cosmica: è allora che incominciamo ad avere stupore (come è testimoniato da molti santi) di fronte a tutte le cose e siamo presi da un profondo rispetto per la vita; è allora, infine, che la natura è percepita come creazione donata da Dio all’uomo e come un grande mirabile “sacramento” della presenza inabitante di Dio, ossia al massimo vicina e al massimo trascendente: è, questo, un ossimoro meraviglioso da proporre quale traccia comportamentale a tutti gli uomini religiosi e a tutti i discepoli di Gesù Maestro.

Il principio-integralità, che fermenta l’intero Instrumentum laboris, orienta di per sé alla pienezza dell’annuncio evangelico, che è “integrale”, perché, oltre che per tutti gli uomini, esso è per tutto l’uomo e non solo, giacché la “buona notizia nuova” del Vangelo non è solo simmetrica alla verità della creatura umana ma l’oltrepassa poiché Dio è sorprendente nel suo rivelarsi, chiedendo di più di quanto umanamente giusto, ma promettendo anche una salvezza che va oltre i desideri e i meriti dell’uomo. La bellezza dell’integralità, primo principio dell’Instrumentum laboris, è che questa, se ben compresa e bene usata in ottica credente, sa alludere all’infinitezza del messaggio evangelico, che si apre a stella verso il Dio trinitario, verso la vita, la Terra, il tempo, verso la storia umana e l’eternità divina, verso tutto il Credo, verso l’intero settenario sacramentale, verso la totalità dei carismi, dei ministeri, dei doni dello Spirito e, infine, verso la famiglia umana nella sua pienezza e verso la preziosità inconfondibile del singolo uomo che certamente ha bisogno, come il documento rimarca, del radicamento nella comunità per essere se stesso. È cosa stupenda che una parola sola — integralità — sia capace di tanta sapienza e, fra l’altro, sappia ricordarci la prudenza chiestaci da un grande teologo del Novecento, Karl Rahner, che elencava, fra i pericoli del cattolicesimo del nostro tempo, la perdita della singolarità.

Prima di togliere lo sguardo dal grappolo di tre parole

Nulla è da sé, né la vita, né la Terra (o territorio), né il tempo: tutto è da Dio. Tutto è sua creatura, da lui voluta e orientata all’orizzonte ultimo che è l’arcatura delle braccia accoglienti del Padre; è l’apertura delle braccia del Crocifisso che egli stende sulla Croce al massimo dell’apertura d’amore; è l’invisibile bolla d’amore dello Spirito con cui egli avvolge tutte le creature con un atto essenziale per difenderle e permettere loro di vivere con senso e felicità. Se Dio è ovunque, abbraccia tutto ed è presente in tutto, di conseguenza siamo tenuti ad avere un grande rispetto per ogni elemento naturale, non solo umano, ma anche animale, vegetale e minerale; tuttavia, anche questo non può implicare neppure l’ombra di un vitalismo al di là del Dio Vivente; nessuna confusione con concezioni animistiche in contraddizione con la differente presenza dello Spirito nella storia e nella creazione; infine, nessun cedimento si ha verso idee immanentistiche, peraltro non necessarie per parlare della presenza di Dio sulla Terra e nel tempo degli uomini.
[Michele Giulio Masciarelli – L’Osservatore Romano]

Il testo in lingua italiana dell’Instrumentum laboris

Gli interventi alla conferenza stampa di presentazione