Giovedì 19 settembre 2019
Le donne di Bentiu, Yei e Wau, continuano a denunciare che nel loro Paese, il Sudan del Sud, le violenze sessuali sono una realtà e tutto ciò che i giudici riescono a fare, quando un caso di violenza approda in tribunale, è condannare l’autore a sposare la sua vittima. Una realtà stigmatizzata dalla Commissione delle Nazioni Unite sui diritti dell’uomo per il Sudan del Sud che rileva anche la «preoccupante» lentezza con cui nel Paese si procede all’organizzazione di un tribunale speciale dedicato a perseguire i reati di violenza sessuale e i crimini contro l'umanità. [...]

L’allarme della Commissione delle Nazioni Unite

Le donne di Bentiu, Yei e Wau, continuano a denunciare che nel loro Paese, il Sudan del Sud, le violenze sessuali sono una realtà e tutto ciò che i giudici riescono a fare, quando un caso di violenza approda in tribunale, è condannare l’autore a sposare la sua vittima. Una realtà stigmatizzata dalla Commissione delle Nazioni Unite sui diritti dell’uomo per il Sudan del Sud che rileva anche la «preoccupante» lentezza con cui nel Paese si procede all’organizzazione di un tribunale speciale dedicato a perseguire i reati di violenza sessuale e i crimini contro l'umanità.

«Un tribunale la cui creazione è stata decisa da tempo ma che non ha ancora cominciato a funzionare correttamente», ha spiegato la responsabile della Commissione Onu, Yasmin Sooka. Per questo, i casi di violenza sessuale continuano a finire nelle aule dei tribunali ordinari, i cui giudici «proseguono a imporre agli stupratori di sposare le loro vittime al fine di evitare l'azione penale».

La Commissione ha rilevato poi come nei tribunali militari che tentano di perseguire gli autori di violenza sessuale, i giudici devono affrontare il problema fondamentale della mancanza dell’inchiostro o della carta per stampare le sentenze, tanto che a volte pagano di tasca loro per stampare i documenti giudiziari. Il Paese, infatti, sottolinea la Commissione «non riesce a garantire la cancelleria ai tribunali, così come il nutrimento ai suoi cittadini ma non ha problemi, invece, a comprare armi». L’élite politica «vive e governa senza preoccuparsi dell’intensa sofferenza dell’intera popolazione». Stiamo parlando di un Paese che dal dicembre 2013 è coinvolto in un conflitto brutale che ha portato alla morte di migliaia di persone e ha costretto circa quattro milioni ad abbandonare le proprie case.

Una nazione che sta vivendo la più grande crisi di rifugiati in Africa e la terza al mondo, con due milioni di sfollati interni e oltre due milioni di persone che hanno lasciato il Paese e si sono rifugiate in Uganda, Etiopia, Kenya, Congo e Repubblica Centrafricana. Un angolo di Africa in cui inquieta, aggiunge la Commissione, il grande numero di bambini soldato, reclutati a forza sia dall’Armata popolare di liberazione del Sudan che da altri gruppi di opposizione. Un reclutamento forzato di massa di minori che, per assurdo, spiegano gli esperti Onu, la prospettiva di un accordo di pace tra le parti in conflitto ha fatto aumentare a dismisura. E sebbene ci sia chi sostiene che la violenza politica del passato è scomparsa in Sudan, che sono rimasti solo conflitti locali e questioni di furto di bestiame, la Commissione evidenzia, invece, come gli allevatori, che sono sempre stati integrati in gruppi armati, non possiedono più solo bastoni di legno, ma sono dotati di fucili automatici AK-47 e armi pesanti, come i lancia-granate.

In questa grave situazione, la Commissione sollecita dunque la creazione del tribunale speciale «che — afferma — potrebbe essere creato domani, se il governo del Sud Sudan volesse, visto che ha firmato il Memorandum d’intesa e la sua istituzione è già stata approvata dal Consiglio dei ministri nel 2017».
[Annalisa Antonucci – L’Osservatore Romano]