Eritrea. Il governo requisisce le scuole gestite da enti religiosi: allarme dei Vescovi

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Sabato 21 settembre 2019
Dopo aver espropriato gli ospedali e i dispensari, lo Stato eritreo sta iniziando a requisire le scuole gestite da enti religiosi cattolici, ma anche islamici e protestanti. Negli ultimi due anni sono state nazionalizzate 29 cliniche e, nelle ultime settimane, sette scuole (di cui quattro cattoliche). Nella foto il chiostro della Cattedrale cattolica di Asmara che ospita una scuola. (Foto: David Stanley).

Di fronte a questa nazionalizzazione forzata hanno preso posizione gli eparchi eritrei: mons. Menghisteab Tesfamariam, Arcivescovo metropolita di Asmara; mons. Thomas Osman, eparca di Barentu; mons. Kidane Yebio, eparca di Cheren, mons Fikremariam Hagos, eparca di Segheneyti. Scrivono i quattro prelati in una lettera indirizzata a Semere Re’esom, ministro dell’Istruzione pubblica di Asmara, e pervenuta all’Agenzia Fides: “Considerato che le azioni che si stanno assumendo ai danni delle nostre istituzioni educative e sanitarie sono contrarie ai diritti e alla legittima libertà della Chiesa, e pesantemente limitano l’esercizio dei postulati della sua fede, della sua missione e dei suoi servizi sociali, chiediamo che le recenti risoluzioni vengano rivedute e il conseguente corso d’azione tempestivamente fermato”.

L’esproprio fa leva sulla legge n. 73/1995, nella quale si prevede che tutte le strutture sociali siano gestite dall’autorità pubblica. Questa disposizione, rimasta a lungo sulla carta, ha iniziato a essere applicata solo negli ultimi anni. Il provvedimento ha destato preoccupazione e sconcerto nella comunità. cattolica e nella popolazione. Tra le scuole requisite, ci sono alcuni istituzioni storiche, come l’istituto secondario Santissimo Redentore del seminario di Asmara, fondato nel 1860, che nei decenni ha formato centinaia di giovani che hanno lavorato al servizio della Chiesa e del Paese. A questo si sono aggiunti la scuola elementare e media inferiore e superiore San Giuseppe di Cheren gestita dai fratelli Lassalliani; la scuola media superiore dei frati cappuccini di Addi-Ugri; la scuola media inferiore e superiore S. Francesco, dei frati cappuccini di Massawa.

“Chiediamo – scrivono i Prelati – che a tutte le istituzioni educative e sanitarie della Chiesa, in quanto legittimatemene appartenenti a noi cittadini eritrei, venga concesso di poter continuare i loro preziosi e altamente apprezzati servizi al popolo. In caso ci si trovasse di fronte a situazioni bisognose di correzioni o di aggiustamenti, non solo è bene, ma addirittura l’unica via praticabile, che ciò avvenga nel contesto di un aperto e costruttivo dialogo”.

Al dialogo la Chiesa non si è mai sottratta. Come affermano gli stessi Vescovi: “È da sempre nei desideri e nell’agenda di noi vescovi della Chiesa Cattolica incontrarci con le autorità governative per dialogare su tutto ciò che attiene alla situazione della nostra Chiesa e della nostra nazione. Purtroppo, a questo desiderio non è stato mai accordata una qualsiasi considerazione da parte delle autorità statali”.

Nonostante la disponibilità al confronto, i Vescovi non rinunciano “a elevare, ancora una volta, la nostra voce di protesta contro l’arbitrario e unilaterale provvedimento assunto di recente dal governo”. Anche perché se il ruolo della Chiesa è “annunciare la parola di salvezza, intrinseca a tale mandato è la promozione integrale della persona umana, la cura cioè dell’essere umano nell’anima e nel corpo. Di qui l’impegno non secondario nei campi dell’istruzione, della sanità e dello sviluppo sociale in generale”. Compiti che non si svolgono solo nei «sacri recinti, bensi nei campi aperti delle scuole, delle cliniche e degli ospedali, dovunque cioè gli uomini e le donne reclamano il diritto e il bisogno di essere curati e istruiti e la Chiesa si sente in grado di contribuire al loro benessere globale”.
[EC – Agenzia Fides]

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