Mercoledì 25 settembre 2019
“Vi è un acceso dibattito sulle motivazioni che determinano questa sporulazione di vocazioni che, oltre all’innegabile dato spirituale, legato alla manifestazione di una rinnovata Pentecoste, non prescindono affatto anche da componenti di tipo sociale (ad esempio, l’elevazione dello status in un contesto segnato da forte esclusione sociale) e antropologico (in riferimento, soprattutto, alle culture autoctone come nel caso del ruolo rivestito dall’autorità tradizionale in ambito etnico)”, dice p. Giulio Albanese.

Il tema delle vocazioni in Africa
Perché siano tanti frutti ma soprattutto buoni

«Voi africani siete oramai i missionari di voi stessi. La Chiesa di Cristo è davvero piantata in questa terra benedetta». Sono trascorsi cinquant’anni da quando san Paolo vi pronunciò queste parole durante la sua omelia nella celebrazione eucaristica a conclusione del Symposium dei Vescovi dell’Africa, il 31 luglio del 1969 a Kampala, in Uganda.

Oggi, a mezzo secolo da quella dichiarazione di Papa Montini, è legittimo domandarsi quale sia il reale posizionamento vocazionale della Chiesa africana, a livello continentale e più in generale nel contesto della Chiesa universale. Tale riflessione è indispensabile, alla luce del magistero di Papa Francesco e in particolare della sua esortazione apostolica programmatica Evangelii gaudium, non foss’altro perché è evidente che proprio le “periferie” rappresentano il baricentro della missione.

Anzitutto occorre constatare l’accresciuto peso della Chiesa africana i cui battezzati, rappresentano il 17,8 per cento dei cattolici dell’intero pianeta; il maggior incremento registrato negli anni che vanno dal 2010 al 2017. I fedeli, infatti, sono passati da poco più di 185 milioni a oltre 235 milioni. I dati — che si riferiscono al 2017 — sono stati diffusi nel marzo scorso insieme con la pubblicazione dell’Annuario pontificio 2019 e dell’Annuarium Statisticum Ecclesiae 2017, la cui redazione viene curata come di consueto dall’Ufficio centrale di statistica della Santa Sede. Se si considera che la popolazione cattolica mondiale è cresciuta fra il 2010 e il 2017 del 9,8 per cento, passando da circa 1.196 milioni nel 2010 a 1.313 milioni nel 2017, è bene sottolineare che il merito di questo incremento è da ascriversi in parte proprio all’Africa che ha registrato un tasso di crescita del +26,1 per cento, seguita dall’Asia (+12,2) e dall’Oceania (+12,4), mentre i tassi di variazione sono compresi tra il valore minimo di +0,3 per cento per l’Europa e +8,8 per l’America. Il risultato complessivo di queste dinamiche, conferma anche, per l’arco temporale considerato, l’accresciuto numero di vocazioni sacerdotali in Africa (+16,1 per cento), mentre proprio in Europa e in America si registrano rispettivamente diminuzioni del 16,3 e 13,5 per cento.

Come ebbe a scrivere in un suo editoriale, una decina d’anni fa, il compianto padre Piero Gheddo, missionario del Pime e figura storica del giornalismo missionario, «all’inizio del 1900 i cattolici in tutta l’Africa erano solo circa due milioni, in parte colonizzatori e mercanti europei. Il fatto miracoloso è che un secolo dopo, nel 2000, i cristiani in Africa erano circa 250 milioni e i cattolici circa 130 milioni: da due a 130 milioni in cento anni, con due guerre mondiali in mezzo! I sacerdoti africani, che nel 1900 erano una decina, nel 2000 circa 14.000».

È evidente che il continente africano, nella cornice del mondo villaggio globale, è un continente giovane, infatti oltre il 70 per cento della popolazione ha meno di trent’anni, pertanto occorre guardare all’Africa come a uno straordinario vivaio di risorse umane, non solo per il continente ma anche per la Chiesa. Com’è noto, vi è un acceso dibattito sulle motivazioni che determinano questa sporulazione di vocazioni che, oltre all’innegabile dato spirituale, legato alla manifestazione di una rinnovata Pentecoste, non prescindono affatto anche da componenti di tipo sociale (ad esempio, l’elevazione dello status in un contesto segnato da forte esclusione sociale) e antropologico (in riferimento, soprattutto, alle culture autoctone come nel caso del ruolo rivestito dall’autorità tradizionale in ambito etnico).

Sta di fatto, che proprio a seguito di questa vistosa abbondanza di vocazioni, vi è sempre più una presenza significativa di chierici/religiosi africani in Europa. Molti di loro giungono in Italia per completare gli studi teologici e conseguire licenze e dottorati. In alcuni casi, queste presenze rispondono adeguatamente ai criteri di cooperazione e di ecclesialità nel contesto delle diocesi dello Stivale. A volte, invece, sono frutto di situazioni personali problematiche che si vorrebbero sanare con lo stratagemma della mutatio loci. Così come non è estranea l’aggravante della cosiddetta gratificazione economica o dell’accomodamento personale.

È comunque importante notare che in Europa, nonostante la crisi delle vocazioni, vi sono mediamente 1.595 cattolici per sacerdote, mentre in Africa sono 5.000 i cattolici per sacerdote. Una sproporzione che dovrebbe indurre le autorità ecclesiastiche a una maggiore vigilanza sui criteri relativi alla distribuzione del clero in termini generali.

Da notare che il calo registrato in Africa degli aiuti e dei missionari da parte delle Chiese di antica tradizione, come quelle europee, esige la messa a punto di strategie interne di sostenibilità sia per quanto concerne le risorse umane come anche l’uso del denaro. Inoltre, vi è un’impellente bisogno di formare christifideles laici e ordinati capaci di declinare le linee guida della Evangelii gaudium e della Laudato si’ nella pastorale ordinaria. Illuminanti sono le parole che Papa Francesco ha rivolto a Port Louis, durante la santa messa, il 9 settembre scorso: «Quando sentiamo il minaccioso pronostico “siamo sempre di meno”, dovremmo prima di tutto preoccuparci non della diminuzione di questa o quella forma di consacrazione nella Chiesa, ma piuttosto della carenza di uomini e donne che vogliono vivere la felicità facendo percorsi di santità, uomini e donne che facciano ardere il loro cuore con l’annuncio più bello e liberatore». L’imminente Mese missionario straordinario, che si celebrerà a ottobre, rappresenta certamente un’occasione privilegiata per fare memoria della propria vocazione battesimale.
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]