Mercoledì 23 ottobre 2019
Ci sono stati tempi in cui una busta di pasta precotta era il massimo che potevo permettermi per settimane. Quando pagare le bollette era una guerra, per essere sicuro di poter pagare l’affitto. Quando non potevo comprare benzina per la macchina, per non dire di farla riparare o cambiare le gomme usurate.

Ma la mia relativa povertà di un tempo non era nulla comparata a coloro che non hanno alcuna opzione per quanto riguarda il cibo; che non hanno un tetto sopra la loro testa, sono senza vestiti, e non hanno riscaldamento nel rigore degli inverni o ventilatori quando la calura sale; che non hanno un posto in cui possono sentirsi sicuri.

Coloro a cui manca ciò che per noi è il «minimo indispensabile» sono invisibili per i nostri capi politici, oppure vengono messi completamente da parte. Questo affare di punire le persone povere per il fatto di essere povere, è un guadagno in termini di voti. La povertà è vista come una loro colpa, e la mobilitazione per le loro traversie da parte di buoni intenzionati e operatori sociali è considerato essere qualcosa di impudente e perturbante.

Seneca ha detto che «povero non è l’uomo che ha troppo poco, ma quello che brama ad avere sempre di più». Sono tentato di mettere fra parentesi questa citazione, insieme alla richiesta di una fetta di torta da parte di Maria Antonietta e alla citazione troncata di George Bernard Shaw per mano di Malcom Fraser «la vita non era fatta per essere semplice…».

Le parole di Seneca risuonano alte e nobili, eppure sono così straordinariamente inconsapevoli per un cittadino dell’impero che si satollava sul groppo di tutto il mondo allora conosciuto, galoppando sulle spalle di quella risorsa finanziaria che era la schiavitù. Seneca è noto per le sue satire e i suoi drammi, ma era anche un filosofo e un uomo di stato.

La povertà va ben oltre questioni di mentalità o disposizioni verso i bisogni primari di Maslow (come un ricovero per la notte, nutrimento, inclusione e senso), che sono difficili da ottenere se sei completamente al verde.

Se l’opposto di povertà è una ricchezza sporca e puzzolente, provate a indovinare dove vivono i più ricchi tra i ricchi (pro capite)? Se avete messo al primo posto l’America di Trump, questa Roma postmoderna, avete azzeccato la risposta. Gli Stati Uniti sono i primi sulla lista di chi galleggia intorno al mondo degli affari, seguiti dalla Cina, Giappone, Germania, Canada, Francia, Regno Unito, Hong Kong, Italia e Svizzera.

L’Australia, di certo, non è senza capitalisti e miliardari. Il valore netto medio (2017-2018) delle abitazioni australiane è all’incirca di un milione di dollari, lanciato a questi livelli dalla «crescita di valore delle proprietà». Ma gli australiani che hanno una casa con vista sul porto sono relativamente pochi se comparati con quelli che lottano per arrivare alla fine della giornata.

L’Associazione australiana dei servizi sociali (ACOSS) ci dice che più del 13% della popolazione (ossia più di tre milioni di australiani) vive al di sotto del livello di povertà – tra questi vi sono 739.000 bambini e minori. Un australiano adulto suo otto, e un bambino su sei, sono impantanati in condizioni di povertà. […]

Cosa succede quando non hai una casa? Quando hai fame e sete? Quando non puoi permetterti i servizi sanitari e dentali? Come sei visto, trattato o messo da parte da coloro che hanno i soldi? Come ha detto una volta John Falzon, gli australiani che vivono al di sotto del livello di povertà vengono fatti sentire «senza speranza, svogliati e stupidi».

Per il momento, viviamo ancora in una democrazia. Davanti a politiche pessime possiamo fare pressione sul governo eletto affinché esso cambi lo status quo. […] Il Consiglio nazionale delle Chiese australiane stima che il 90% della nostra popolazione sia d’accordo sul fatto che «nessuno in Australia dovrebbe essere senza beni essenziali come cibo, servizi sanitari, trasporto ed energia elettrica».

Siamo una nazione che sta bene, ma non mettiamo in comune i nostri beni. Permettiamo ai nostri rappresentanti eletti democraticamente di vivere come signori mentre il povero patisce la fame. Si dice che Francis Bacon abbia affermato che il «denaro è come il letame, non serve a nulla finché non è sparso nel campo». […]

Nel suo discorso inaugurale del 2008, il nostro primo ministro ha detto che la sua vita è guidata dalla vita, dall’insegnamento e dall’esempio di Gesù Cristo. Quell’ebreo disoccupato diventato un agitatore di piazza fece la seguente affermazione apocalittica: «Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.  Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete» (Lc 6, 24-25).

Chi vorrebbe fottere Gesù?

Articolo pubblicato dalla rivista dei gesuiti australiani Eureka Street (originale qui), nostra traduzione dall’inglese.

[Barry GittinsSettimananews]