Venerdì 25 ottobre 2019
Nella giornata di ieri 24 ottobre, la Commissione di redazione rivede e approva il testo definitivo del Documento finale del Sinodo per l'Amazzonia che sarà presentato in aula oggi pomeriggio, quando saranno anche eletti i membri del Consiglio speciale per l’Amazzonia. (...)

Verso la presentazione del Documento finale

Nella giornata di giovedì 24 ottobre, la Commissione di redazione rivede e approva il testo definitivo del Documento finale che sarà presentato in aula nel pomeriggio di oggi, venerdì 25, quando saranno anche eletti i membri del Consiglio speciale per l’Amazzonia. E sempre giovedì, in tarda mattinata, nel consueto briefing giornaliero presso la Sala stampa della Santa Sede, sono intervenuti il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero; l’arcivescovo brasiliano Alberto Taveira Corrêa, di Belém do Pará; il sacerdote indigeno cattolico appartenente al popolo messicano zapoteca, don Eleazar López Hernández, esperto in teologia india e membro del Centro nazionale di aiuto alle missioni indigene; suor Mariluce dos Santos Mesquita, dell’etnia brasiliana barassana, religiosa delle Figlie di Maria Ausiliatrice; e il laico Delio Siticonatzi Camaiteri, del popolo Ashaninca, gruppo etnico amazzonico del Perú.

Due film, due mondi e il dramma dell’Amazzonia

Al Sinodo durante i lavori di una congregazione generale un padre sinodale ha citato il bel film del 1986 di Roland Joffé, Mission, vincitore a Cannes, con Jeremy Irons e Robert De Niro nei panni dei padri gesuiti che nella metà del Settecento evangelizzano le popolazioni indigene della foresta pluviale sopra le Cascate dell’Iguazú al confine tra Argentina, Brasile e Paraguay. Non si tratta della foresta amazzonica ma il parallelismo funziona: la violenza, la musica e l’eucarestia sono i tre aspetti centrali del film ma anche delle questioni principali che emergono dal Sinodo. Ed è vero, forse c’è bisogno di quella musica che, nel film, riusciva a mescolare insieme e armoniosamente le sonorità dei canti della liturgia cattolica, la ritmica delle danze tribali indigene e le chitarre tipicamente spagnole.

L’anno prima di Mission, uscì un altro film questa volta direttamente dedicato al dramma dell’Amazzonia, evidentemente da alcuni spiriti attenti già profondamente avvertito a metà degli anni ’80: The Emerald Forest del regista inglese John Boorman. A rivederlo oggi se ne può apprezzare non solo la forza narrativa e stilistica ma anche ricavare qualche lezione utile per affrontare tutta la complessità della situazione legata a La foresta di smeraldo.

In particolare colpisce la figura di uno dei protagonisti, Wanadi, il capo di una tribù indigena, sacerdote e “medico” del villaggio ricco di saggezza e dignità. Gli “invisibili”, così vengono chiamati i membri della tribù di Wanadi a sottolineare il loro stile di vita nascosto e appartato nel cuore della foresta, nella ricerca, ovviamente senza alcuna speranza di riuscita, di non avere rapporti con gli uomini bianchi, gli occidentali, che procedono incessantemente ad espandere il territorio delle loro “conquiste”. Le “termiti”, così Wanadi chiama gli uomini bianchi e quando gli viene chiesto il motivo spiega che, proprio come le termiti, i bianchi aggrediscono e distruggono tutto, anche «gli alberi dei nostri antenati». Wanadi alla fine entrerà in contatto con i bianchi e si imbatterà in un bambino di 7-8 anni, perso nel bosco: «Anche se era figlio di una termite, ho avuto pietà, per lui, non me la sono sentita di rimandarlo nel mondo dei morti». Il mondo dei morti, questo è il terribile giudizio di Wanadi, il capo degli “invisibili” ed è interessante riflettere sull’espressione che usa per indicare il luogo dell’incontro con questo bambino che, da lui adottato, diventerà a tutti gli effetti uno degli “invisibili”: «Mi trovavo un giorno ai confini del mondo». Un’espressione che colpisce, perché si rivela perfettamente speculare rispetto alla nostra comprensione, di noi occidentali, nei confronti di quel mondo, l’Amazzonia, che pur essendo il principale polmone del pianeta, noi consideriamo appunto un “altro mondo”, un mondo talmente distante da trasmettere inquietudine, paura, un mondo che per noi significa, essenzialmente, morte.

Avendo il privilegio di poter seguire i lavori del Sinodo sono stato sollecitato da diversi spunti che per motivi diversi mi hanno fatto ricordare il bel film di John Boorman.

Ad esempio, in uno dei discorsi dei primi giorni gli indigeni dell’Amazzonia sono stati definiti i “guardiani del creato” e più specificatamente, il cardinale Hummes, relatore generale del Sinodo, nel suo lungo discorso che ha dato l’inizio e di fatto la direzione ai lavori, ha affermato che «Di fatto, in Amazzonia la foresta si prende cura dell’acqua e l’acqua si prende cura della foresta e insieme producono la biodiversità, e i popoli indigeni sono i millenari guardiani di questo sistema. Per questo anche la Chiesa si sente chiamata a prendersi cura dell’acqua della “casa comune”, minacciata in Amazzonia principalmente dal riscaldamento climatico, dalla deforestazione e dalla contaminazione causata dalle miniere e dai pesticidi». In quello stesso discorso il cardinale brasiliano aveva anche parlato dell’invisibilità degli indigeni, ma in un altro senso rispetto a quello del film: «L’indigeno in città è un migrante, un essere umano senza terra e un sopravvissuto a una storica battaglia per la delimitazione della sua terra, con la sua identità culturale in crisi. Per molte ragioni è obbligato all’invisibilità. Il grido spesso silenzioso, ma non meno forte e pungente, degli indigeni urbani deve essere ascoltato».

Ma più delle parole ciò che mi ha colpito è stato ascoltare le voci e vedere i volti di questi popoli che silenziosamente gridano. Ricordo, durante il terzo giorno dei lavori, quando ha preso la parola Tapi Yawalapiti, un capo tribù che, presentandosi, ha spiegato che lui stava lì, nell’aula del Sinodo, per rappresentare sedici popoli. Per il suo intervento sono stati concessi quattro minuti come a tutti gli altri padri sinodali e lui, con la saggezza e la dignità del suo alter ego cinematografico Wanadi, ha parlato e lo ha fatto con la calma consapevolezza di essere davanti al Pastore universale della bimillenaria chiesa di Cristo, ma di poter parlare a nome dei millenari guardiani della più grande foresta di questo pianeta.
[Andrea Monda – L’Osservatore Romano]