Venerdì 25 ottobre 2019
Studio e dialogo per una nuova inculturazione e cura per uno sviluppo sostenibile: sono le due «pedagogie integrate» che occorre adottare per affrontare il tema della crisi idrica, centrale non solo per la Regione Panamazzonica, ma per il presente e il futuro dell’intero pianeta. (...)

Il primo diritto è l’acqua
Studio, dialogo e soluzioni concrete per uno sviluppo sostenibile

Studio e dialogo per una nuova inculturazione e cura per uno sviluppo sostenibile: sono le due «pedagogie integrate» che occorre adottare per affrontare il tema della crisi idrica, centrale non solo per la Regione Panamazzonica, ma per il presente e il futuro dell’intero pianeta. Basti considerare che «ogni giorno mille bambini muoiono nel mondo per malattie collegate all’acqua» e che «l’acqua sicura e il suo risanamento consentono un aumento di dieci anni dell’aspettativa di vita delle persone». A parlare è Luis Liberman, docente di Scienze antropologiche all’università di Buenos Aires e anche fondatore e direttore dell’Istituto per il Dialogo globale e la cultura dell’incontro. Esponente della comunità ebraica, è stato anche sottosegretario all’Educazione nella capitale argentina. Sta partecipando al Sinodo sull’Amazzonia in qualità di invitato speciale.

Come esperto di questioni idriche, Liberman sostiene che queste problematiche debbano essere affrontate dal sinodo nei loro molteplici aspetti, e al contempo fluire, dolcemente ma con forza, tra frontiere teologali, etiche, ambientali, culturali, economiche e geopolitiche. Conoscendo di persona la problematica dell’Amazzonia, Liberman afferma che questa regione, avendo nell’acqua il suo asse di collegamento, oggi è minacciata più che mai. È necessario volgersi indietro ed esaminare le cause antropiche della distruzione in atto e inquadrare il problema nell’ambito dei movimenti e dei cambiamenti che coinvolgono il futuro dell’umanità. Perché l’acqua è vita e senza acqua non c’è vita. Per questo è il primo diritto. Non ci sono seconde opzioni. Ma l’acqua può anche significare morte, come frutto dell’irresponsabilità, della malvagità e anche, perché no, dell’ignoranza dell’uomo.

Liberman è membro della Confederazione Contaguas e fervente promotore dell’Università dell’acqua con sede nel Palacio de las Aguas di Buenos Aires. In tale ambito sta sviluppando programmi e organizzando congressi e conferenze sulla gestione e la regolamentazione integrata di questo elemento fondamentale. Egli sostiene che di fronte al problema dell’acqua si propongono al sinodo due pedagogie integrate: quella del dialogo per una nuova inculturazione e quella della cura per uno sviluppo sostenibile. E aggiunge dati che parlano da soli: «Più di 3.400 milioni di persone soffrono per la scarsità d’acqua e altri problemi idrici. Con ogni dollaro investito in acqua e risanamento ne risparmiamo fino a 34 in salute».

A suo parere, la combinazione tra il dialogo come “tecnologia sociale” e le tecnologie esponenziali e idriche deve favorire la gestione della conoscenza, l’informazione e lo sviluppo sostenibile dell’ambiente in chiave di diversità.

Liberman propone il coinvolgimento di leader locali che abbiano un’adeguata formazione per assumersi la responsabilità di decisioni in materia di acqua e di sviluppo. Leader dell’acqua che comprendano e trovino soluzioni concrete sia per mitigare il problema sia per migliorare la situazione: per esempio decisioni prese sulla base dei dati raccolti, l’inclusione di energie sostenibili o rinnovabili, il miglioramento o l’auto-risanamento dell’habitat, la protezione dell’ecosistema e la possibilità di analizzare rischi e stabilire resilienze dinanzi a crisi ambientali specifiche.

Si tratta di un lavoro importante che richiede al tempo stesso un impegno serio e una formazione continua che non manchino né di una sensibilità etica né di un approccio interdisciplinare. Tutto ciò diventa bagaglio di «conoscenza e sapere» che «a partire dalla spiritualità e dalla cultura locali» permette «di scorgere — anche se con fatica — un futuro possibile migliore delle soluzioni preconfezionate che non conoscono la ricchezza delle nostre identità né i codici dei nostri popoli». Nello specifico, Liberman suggerisce di rafforzare la presenza di reti come il Repam per definire strategie di cooperazione internazionale al fine di finanziare lo sviluppo dell’Amazzonia che è, di per sé, un bacino idrico critico.

Conversione ecologica significherebbe, allora, anche cambiamento culturale che modifichi il modo di essere e d’intendere il rapporto con il pianeta. Si tratta, dice Liberman, di «transgenerazionalità come pratica ontologica». Al di là della visione filosofica e a partire dalla ragione pratica, ogni processo di cambiamento che trasforma irreversibilmente la visione e l’azione nel mondo è un’innovazione. L’irrompere di politiche cooperativistiche e di piccole imprese o di commercio equo è ancora troppo recente per poterne valutare l’efficacia. Ma c’è qui un principio metodico: non prendere dalla natura più di quanto serve, riusare, riciclare, restituire. Valutare i risultati, avere la misura, partecipare ai processi decisionali perché si ha la conoscenza e l’esperienza per farlo.

Liberman afferma, a mo’ di conclusione, che è necessario trovare gli strumenti e la bussola in questa navigazione il cui porto, il domani, ci invita a irrigare il mondo di amore, giustizia, bontà e bellezza. I popoli amazzonici, assetati di speranza, non possono continuare ad aspettare.
[Marcelo Figueroa – L’Osservatore Romano]