Giovedì 31 ottobre 2019
Oggi la Russia di Vladimir Putin intende rilanciare l’impegno della sua superpotenza nel continente africano con un indirizzo innovativo. Emblematica è stata a questo riguardo la convocazione a Sochi, nei giorni scorsi, del primo Summit e Forum economico Russia-Africa che ha confermato la crescente attenzione di Mosca nei confronti dei paesi africani...

Mosca rilancia il suo impegno nel continente

Con il crollo del muro di Berlino, trent’anni fa, il continente africano ha subito una graduale parcellizzazione in riferimento alle cosiddette aree di influenza. Durante la guerra fredda, l’Africa era divisa in due blocchi: quello filo-occidentale contrapposto ai paesi filo-sovietici. Successivamente, è venuta meno l’influenza dell’ex Urss con il risultato che il vasto scacchiere africano, con le sue immense risorse minerarie, è stato oggetto di una competizione, a macchie di leopardo, tra nuovi attori internazionali tra i quali ha prevalso, quanto ad investimenti, la Cina.

Oggi però la Russia di Vladimir Putin intende rilanciare l’impegno della sua superpotenza nel continente africano con un indirizzo innovativo. Emblematica è stata a questo riguardo la convocazione a Sochi, nei giorni scorsi, del primo Summit e Forum economico Russia-Africa che ha confermato la crescente attenzione di Mosca nei confronti dei paesi africani, particolarmente quelli della fascia sub-sahariana.

Dinanzi a 47 leader africani, tra cui l’egiziano Abdel Fattah al Sisi, co-presidente dell’evento, Putin non ha fatto mistero della crescente concorrenza tra superpotenze per il controllo geostrategico dei vasti territori africani, accusando in particolare l’Occidente di sfruttare le risorse africane. L’obiettivo del summit di Sochi — che ha visto la partecipazione di tremila delegati, non solo politici, ma anche del mondo del business — è stato quello di avviare nuove alleanze sinergiche, per rafforzare il ruolo della Russia a livello mondiale, considerando peraltro che la propria economia è tuttora penalizzata dalle sanzioni occidentali.

Secondo gli analisti, comunque, la Russia ha un approccio molto diverso da quello che le ex potenze coloniali e gran parte dei nuovi investitori hanno finora avuto in Africa, sempre protesi alla ricerca sia di fonti energetiche (gas, petrolio e uranio), come anche di materiali d’ogni genere (minerali, legname), da trasformare poi in prodotti finiti.

Il governo di Mosca — che gioca tradizionalmente sui mercati globali soprattutto nell’ambito delle commodity (materie prime) — ha in mente per l’Africa un disegno integrato incentrato sul brain circulation e il brain exchange, modalità attuative che dovrebbero caratterizzare la cooperazione tra la cosiddetta Eurasia e il continente africano.

L’essenza di questi concetti multidimensionali descrivono due distinti percorsi formativi. Nel primo caso, ci si riferisce a quegli studenti o lavoratori africani che si trasferiscono in Russia per corsi di perfezionamento e successivamente ritornano nel proprio paese di origine, mettendo a frutto le esperienze accumulate al fine di trovare condizioni di lavoro migliori. Nel secondo caso quando esperti russi condividono i loro saperi direttamente in Africa per promuovere best practice in un continente, quello africano, con grandi potenzialità. Mosca, in sostanza, intende investire nel capitale umano da istruire disseminato nei paesi africani — dalle classi dirigenti ai quadri, dagli impiegati agli operai — con l’intento di avviare una governance attuale.

D’altronde, è bene ricordare che la Federazione Russa e l’Africa, insieme, detengono il 60 per cento delle risorse naturali del nostro pianeta. Il problema fondamentale, allora, per ambedue, è duplice. Da una parte quello di evitare lo sfruttamento rapido e a basso costo delle rispettive ricchezze naturali, promuovendo dall’altra una industrializzazione, almeno in parte condivisa, sul versante manifatturiero, senza escludere il terziario.

La Russia, dunque, non intende partecipare, almeno in linea di principio, all’ennesima spartizione delle ricchezze africane, ma sarebbe pronta a impegnarsi con investimenti nei prossimi anni sostenendo tutte quelle iniziative che possano rafforzare i rapporti bilaterali. Tra queste, sicuramente, anche il nuovo African Continental Free Trade Area, entrato in vigore il 30 maggio scorso. L’intesa panafricana ha come oggetto l’abbattimento delle tariffe commerciali su beni e servizi, l’armonizzazione degli standard di produzione e la promozione degli investimenti nel settore delle infrastrutture, delle telecomunicazioni e dei servizi finanziari. Tutti settori nei quali la Russia potrebbe sfoggiare le sue credenziali di player globale. Nel frattempo, Mosca ha compiuto con magnanimità il gesto di cancellare il debito dell’Etiopia pari a 163 milioni di dollari. Un’iniziativa in linea con quanto già fatto nei confronti del Mozambico, del Madagascar e della Tanzania. La Russia in effetti vantava crediti con questi paesi insolventi risalenti ai tempi dell’ex Urss.

Naturalmente, come spesso accade, vi sono delle zone d’ombra in questo partenariato afro-russo. Emblematico è il fatto che Mosca, prima ancora dei proclami di Sochi, abbia attivato in Africa una discreta cooperazione militare. La dicono lunga i rapporti di partenariato già siglati con Egitto, Sudan, Repubblica Centrafricana e Angola con l’obiettivo di ristabilire una sfera di influenza che sembrava essere svanita dopo la dissoluzione dell’ex Unione Sovietica. Sul piano formale, Mosca e Bangui si sono accordate per l’invio (un’iniziativa già operativa), da parte russa, di un non precisato quantitativo di armi di diversa tipologia, 170 istruttori civili e 5 militari addetti alla preparazione e all’addestramento dell’esercito centrafricano.

È evidente che il business delle armi rappresenta un aspetto non trascurabile per la Russia che proprio in questi giorni ha consegnato all’Etiopia i sistemi missilistici di difesa aerea Pantsir-S1, adempiendo ai suoi obblighi contrattuali. Lo ha dichiarato, parlando a margine del summit di Sochi, lo stesso Alexander Mikheev, direttore generale della Rosoboron export, compagnia statale per le esportazioni/importazioni russe di prodotti, tecnologie e servizi per la difesa. Tra gli analisti però c’è chi tende a smorzare i toni, come Paul Stronski del think tank Carnegie Endowment for International Peace, il quale ritiene che la «Russia non è l’Urss», perché «manca delle risorse, dell’ideologia e dell’appeal dei suoi predecessori».

Rimane il fatto che il teorema di clintoniana memoria, applicato all’Africa negli anni ’90, Trade not aid, continua a valere per tutti coloro che guardano al continente africano come a un grande mercato, russi inclusi. Pertanto il timore della società civile africana è che gli affari prendano, sempre e comunque, il sopravvento sulla manodopera a basso costo e sull’agognato welfare. Sarà la storia a giudicare anche se poi, andando al di là del pregiudizio, è bene ribadire che la cultura e l’ethos africani, per chi davvero li conosce, esigono sempre e comunque rispetto, come peraltro insegna papa Francesco: «La dignità umana è uguale per tutti gli esseri umani: quando calpesto quella dell’altro, calpesto anche la mia».
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]