La minaccia jihadista in Mozambico. Peggiora la situazione nell’estremo nord

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Mercoledì 13 novembre 2019
Il terrorismo jihadista continua ad infestare l’estremo nord del Mozambico e rappresenta un fattore altamente destabilizzante, soprattutto dal punto di vista della sicurezza. Stando a fonti missionarie, l’ultimo raid risale al 27 ottobre scorso ed è avvenuto nella provincia di Muidumbe, 170 chilometri a sud-ovest di Palma, dove peraltro operano aziende petrolifere straniere come l’Eni e la ExxonMobil. Il bilancio delle vittime è stato di 20 morti tra le Forze di Sicurezza mozambicane e cinque militari russi.

La minaccia jihadista in Mozambico
Peggiora la situazione nell’estremo nord

Il terrorismo di matrice jihadista continua a rappresentare un fattore altamente destabilizzante a Cabo Delgado e dintorni, nell’estremo nord del Mozambico. L’ultimo raid, stando alla cronaca, risale al 27 ottobre scorso ed è avvenuto nella provincia di Muidumbe, 170 chilometri a sud-ovest di Palma, dove peraltro operano sia l’Eni come anche la Exxon Mobil. Il bilancio delle vittime è stato di venti morti tra le forze di sicurezza mozambicane e cinque militari russi. Secondo fonti ufficiali a Cabo Delgado, dal settembre scorso, sono giunti circa 200 mercenari russi del gruppo Wagner, bene equipaggiati e addestrati. Stando alla stampa locale essi sono stati dislocati tra i distretti di Macomia e Mueda, dove è massiccia la presenza delle formazioni islamiste Al-Sunna wa Jama’a, comunemente note come Al Shabaab (una denominazione coniata dalle autorità locali in ossequio al movimento terroristico attivo nel Corno d’Africa, principalmente in Somalia). Da rilevare che, stando al quotidiano indipendente russo «The Moscow Times», già lo scorso 10 ottobre due mercenari russi avevano perso la vita durante un attacco jihadista.

Mentre scriviamo, è molto alta l’allerta del governo di Maputo non solo per gli interessi legati allo sfruttamento delle commodity, ma anche al fatto che proprio nel distretto di Mueda è nato l’attuale presidente Filipe Nyusi. Lo scenario è davvero inquietante, non foss’altro perché da ormai due anni si registrano nella regione di Cabo Delgado gravi episodi di violenza compiuti con inaudita ferocia dai miliziani Al Shabaab. Dal 5 ottobre del 2017 — data di inizio del jihadismo in Mozambico — al 27 ottobre scorso sono avvenuti complessivamente 172 attacchi. Le vittime, tra militari e soprattutto civili — molti dei quali decapitati — sono state 463. Tra questi raid spiccano alcuni episodi dai quali si evince come l’estremismo islamista penalizzi fortemente la popolazione civile autoctona. Ad esempio, il 27 maggio del 2018 sono stati uccisi all’arma bianca 15 civili nel distretto di Macomia e precisamente nel centro abitato di Monjane dove una cinquantina di abitazioni sono state date alle fiamme. Sempre nello stesso distretto, il 5 giugno dello stesso anno, sono stati dati alle fiamme oltre 160 edifici nelle località di Naudé e Quissanga, con un bilancio di decine di morti. La situazione è comunque degenerata quando il 23 novembre del 2018 i jihadisti hanno fatto irruzione in una base militare dell’esercito regolare a Mocímboa da Praia, mettendo in fuga il personale e trafugando alcuni mezzi, armi da fuoco e munizioni di vario genere. La fenomenologia di questa ondata eversiva ha spinto il presidente mozambicano Nyusi a firmare un accordo lo scorso 22 agosto a Mosca con il suo omologo russo Vladimir Putin per aiuti militari contro il jihadismo e cooperazione nello sfruttamento degli idrocarburi. Non a caso, nell’intesa è stata coinvolta anche la Rosneft, compagnia petrolifera russa con azionariato a maggioranza statale.

Non v’è dubbio che quanto sta avvenendo nel Mozambico settentrionale ha molti tratti in comune con quanto si è verificato nel corso dell’ultimo decennio nella Nigeria settentrionale dove imperversa, seminando morte e distruzione, il gruppo estremista Boko Haram. Con la sola differenza che nel caso del Mozambico la geografia rende più diretta la comunicazione con gli ambienti salafiti ben radicati in Medio Oriente che tradizionalmente foraggiano il jihadismo nel continente africano. Secondo le informazioni di autorevoli esponenti della società civile del paese lusofono che chiedono l’anonimato, si registra sempre di più un’azione di penetrazione capillare della cultura estremista nelle moschee del nord del Mozambico. La dicono lunga i contenuti della predicazione di alcuni imam i quali rivendicano come diritto non solo l’imposizione della sharìa (legge islamica), ma anche la lotta politica armata e in termini generali la disobbedienza civile. Dal punto di vista formale, il pretesto addotto dai diffusori del jihadismo è rappresentato dalla presunta deriva del musulmanesimo moderato in Mozambico che si sarebbe allontanato dagli insegnamenti del profeta Mohammed. A ciò si aggiunga il paradosso legato alle vulnerabilità economiche, sociali ed etniche della regione di Cabo Delgado. Se da una parte, infatti la regione settentrionale del Mozambico è stata definita come una sorta di “nuova Eldorado” a seguito degli investimenti operati dalle multinazionali straniere operative nel settore energetico, dall’altra persistono molteplici criticità sociali ed economiche che penalizzano la popolazione locale, esclusa dai benefici che dovrebbero derivare dalla presenza degli idrocarburi. Ecco che allora la povertà diventa, come già accaduto in altre parti dell’Africa, un fattore destabilizzante, generando un terreno fertile per la radicalizzazione dell’ideologia jihadista.

Un altro dato che non deve essere affatto trascurato riguarda il network internazionale all’interno del quale si posiziona il gruppo islamista mozambicano. Infatti, l’attivismo di questi ribelli, guidati da Nuro Adremane (mozambicano) e Jafar Alawi (gambiano), ha evidenti legami con raggruppamenti eversivi presenti lungo la fascia costiera dell’intero Corno d’Africa. I due leader infatti, secondo informative della polizia mozambicana, sarebbero stati formati in Somalia e avrebbero viaggiato clandestinamente sia in Tanzania che in Kenya. Sta di fatto che l’operatività degli estremisti presenti in Mozambico riflette la presenza nell’Africa subsahariana della dottrina perversa del sedicente stato islamico (Is) in Iraq e Siria il quale, a seguito della perdita dei territori in Medio Oriente, sta tentando — non da oggi — una propria penetrazione mediante la moltiplicazione di franchise regionali disposte a riconoscerne l’autorità politica e religiosa. Se da una parte non sono chiari i riflessi in Africa della recente uccisione del leader dell’Is Abu Bakr al-Baghdadi, dall’altra l’affiliazione al network jihadista globale potrebbe fare del gruppo Al Shabaab mozambicano un attore particolarmente rilevante nello scacchiere sudorientale del continente africano. Nessuno ha tra le mani una sfera di cristallo per leggere il futuro, ma è evidente che anche in riferimento a questo scenario risuona l’illuminato pensiero di Papa Francesco: «Nessuno prenda a pretesto la religione per le proprie azioni contrarie alla dignità dell’uomo e ai suoi diritti fondamentali, in primo luogo quello alla vita e alla libertà religiosa di tutti».
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]

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Non c’è pace per il Nord del Mozambico. Dopo mesi di attacchi ai villaggi con decine di morti e feriti, i blitz si sono concentrati sulle strade principali, bloccando di fatto la vita sociale ed economica dell’intera regione. “Il viaggio dall’aeroporto di Pemba fino al distretto di Mocimboa da Praia ci ha riservato uno spettacolo desolante. Alle devastazioni del ciclone Iday che ha raso al suolo tutto ciò che ha incontrato, si aggiungono le distruzioni da parte dei miliziani. Villaggi interi abbandonati dagli abitanti che, per timore, non osano rientrare” racconta all’Agenzia Fides suor Mariaelena Aceti, Consigliera generale delle suore di San Giuseppe di Chambery, appena ritornata in Italia da una visita alle comunità locali della sua congregazione.

I miliziani hanno adottato una strategia particolarmente violenta. Non si limitano a terrorizzare i contadini, ma li uccidono a sangue freddo, senza pietà. Nelle ultime settimane hanno iniziato a mitragliare i minibus. Ma chi sono questi miliziani ? Nota la religiosa: “Nessuno lo sa con precisione. Si dice che siano giovani locali. Si parla di membri di movimenti jihadisti. Di sicuro ci sono anche stranieri: tanzaniani o mozambicani che sono stati in Tanzania e sono rientrati. Per questo motivo le forze dell’ordine hanno rafforzato i controlli alla frontiera”.

A luglio, Mons. Luiz Fernando Lisboa, Vescovo della diocesi di Pemba, ha scritto una “Lettera aperta al Popolo di Capo Delgado”, parlando di questa situazione dimenticata dal mondo. Il Presule ha lanciato un appello al popolo: “Non rassegniamoci alla violenza e non stanchiamoci di chiedere giustizia e pace”. Il Vescovo osserva: “Come fantasmi, i ribelli (contro chi o contro che cosa) compaiono e scompaiono senza farsi vedere, lasciando soltanto dietro di loro resti di disastri. Ma sappiamo che i fantasmi non esistono. È un pezzo di lenzuolo che nasconde qualcosa o qualcuno. Dobbiamo togliere questo lenzuolo per smascherare chi si nasconde dietro”.

“Il sospetto – continua suor Mariaelena – è che, dietro questi attacchi, si nascondano interessi economici per lo sfruttamento delle risorse naturali. Questa regione è ricchissima di pietre preziose (rubini), legno pregiato e, soprattutto petrolio. Si teme anche che ci possano essere traffici di organi e di sostanze illecite. Mons. Luiz ha chiesto investigazioni precise e chiare”.

In realtà le forze dell’ordine sono state schierate in massa solo poco prima delle elezioni del 15 ottobre, ma non sono riuscite a fermare gli attacchi. Le parole di Mons. Luiz sono state contestate e definite “disfattiste” dai sostenitori e dalla stampa vicina al presidente Filipe Nyussi.

“La situazione – conclude suor Mariaelena – è molto triste e preoccupante. Gli ingressi e le uscite di Mocimboa da Praia sono permesse solo a convogli scortati da militari. La circolazione è limitata. La gente ha paura. Gli stessi religiosi temono per la loro incolumità. E questo avviene nel silenzio dei grandi mezzi di comunicazione di massa”.
[
EC – Agenzia Fides]