Venerdì 15 novembre 2019
Dalla nuova collana della Lev. pubblichiamo stralci di un testo inedito del Pontefice contenuto nel volume “La preghiera. Il respiro della vita nuova” (Libreria Editrice Vaticana 2019, euro 15), seconda opera della collana «scambio dei doni» presentata il 16 ottobre alla Fiera Internazionale del Libro di Francoforte. La pubblicazione si apre con una prefazione di Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, di cui riportiamo alcuni stralci insieme con quelli tratti dalla prefazione scritta dal Patriarca Ecumenico Bartolomeo al primo volume della collana, intitolato “Nostra Madre Terra”.

La vita nuova
Il percorso cristiano dal battesimo alla morte

di Papa FRANCESCO

Il battesimo è l’inizio della vita nuova. Ma cosa vuol dire vita nuova? La vita nuova del battesimo non è nuova come quando cambiamo lavoro o ci trasferiamo in un’altra città e diciamo: ho cominciato una nuova vita. In questi casi, certo, la vita cambia, magari anche molto, è diversa da quella precedente: migliore o peggiore, più interessante o faticosa, a seconda dei casi. Le condizioni, il contesto, i colleghi, le conoscenze, forse perfino le amicizie, la casa, lo stipendio sono diversi. Ma non è una vita nuova, è la stessa la vita che continua.

La vita nuova del battesimo è diversa anche dal vivere un cambiamento radicale dei nostri sentimenti per un innamoramento o una delusione, una malattia, un imprevisto importante.
Cose del genere possono accaderci come un terremoto, interiore ed esteriore: possono cambiare i valori, le scelte di fondo: affetti, lavoro, salute, servizio agli altri… Prima magari si pensava alla carriera e poi si comincia a fare del volontariato, anzi perfino a fare della propria vita un dono per gli altri! Prima non si pensava a costruire una famiglia, poi si sperimenta la bellezza dell’amore coniugale e familiare.
Anche questi, che sono cambiamenti grandi, straordinari, sono ancora “solo” delle trasformazioni. Sono modifiche che ci portano a una vita più bella e dinamica, o più difficile e faticosa. Non è un caso che — quando li raccontiamo — usiamo sempre il più e il meno. Diciamo che hanno reso la nostra esistenza più bella, più gioiosa, appassionante. È perché stiamo facendo ancora paragoni tra cose più o meno simili. È come se misurassimo le cose su una scala di valori. La vita prima era gioia 5, ora è gioia 7; la salute prima era 9, ora è 4. Cambiano i numeri, ma non la sostanza della vita!
Ma la vita nuova del battesimo non è nuova solo rispetto al passato, alla vita precedente, alla vita di prima. Nuova non vuol dire recente, non vuole significare che c’è stata una modifica, un cambiamento. (…)

Il simbolo del corpo

Ci sono nel corpo umano alcune funzioni essenziali come il battito del cuore e il respiro.
Mi piace immaginare che la preghiera personale e comunitaria di noi cristiani sia il respiro, il battito cardiaco della Chiesa, che infonde la propria forza nel servizio di chi lavora, di chi studia, di chi insegna; che rende feconda la conoscenza delle persone istruite e l’umiltà delle persone semplici; che dà speranza alla tenacia di chi combatte l’ingiustizia.
La preghiera è il nostro dire sì al Signore, al suo amore che ci raggiunge; è accogliere lo Spirito Santo che, senza mai stancarsi, riversa amore e vita su tutti.
Diceva san Serafino di Sarov, un grande maestro spirituale della Chiesa russa: «Acquisire lo Spirito di Dio è dunque il vero fine della nostra vita cristiana, al punto che la preghiera, le veglie, il digiuno, l’elemosina e le altre azioni virtuose fatte in Nome di Cristo non sono che dei mezzi per questo fine». Non sempre si è coscienti di respirare, ma non si può smettere di respirare.

La preghiera e le preghiere

Il respiro, poi, non è sempre uguale: a volte è calmo, a volte affannoso, a volte accelerato, a volte perfino ci manca il respiro; a volte invece — soprattutto in luoghi incontaminati di montagna o di mare — respirare è proprio un piacere. Quante volte un po’ di aria pulita ci rimette in sesto, da tanti punti di vista!
In ogni caso, la cosa più importante è che noi non respiriamo ogni tanto, una volta a settimana o alcune ore al giorno, ma sempre! E questa costanza del respiro mi ricorda quanto ci dice san Paolo: «Pregate ininterrottamente» (1 Tessalonicesi, 5, 17).
Nella storia si è cercato di mettere in pratica questa indicazione di san Paolo in vari modi: c’erano alcune comunità monastiche in cui si facevano i turni, affinché giorno e notte, senza interruzione, salisse la lode a Dio dai monasteri.
I grandi maestri della preghiera cristiana, tuttavia, sia in Oriente che in Occidente, ci hanno insegnato che la preghiera incessante è un invito a vivere sempre alla presenza del Signore, in dialogo con Lui nel proprio cuore, nella propria mente. «Preghiera incessante vuol dire avere la mente rivolta a Dio con grande fervore e amore, rimanere sempre sospesi alla speranza che abbiamo in Lui, qualunque cosa facciamo e qualunque cosa accada».
È chiaro: come nel caso del respiro, in alcuni momenti siamo ben coscienti di questo dialogo — sono i momenti di preghiera: liturgica, comunitaria o personale nel segreto della propria stanza (cfr Matteo 6, 6). Eppure questi momenti non sono la preghiera, ma delle occasioni speciali nelle 24 ore con il Signore, perché sempre respiriamo. In fondo, come dice sempre san Paolo, il paradiso è essere per sempre con il Signore (cfr 1 Tessalonicesi 4, 17). E, con la risurrezione di Gesù e il nostro battesimo, nel Paradiso ci siamo già entrati, perché siamo i figli del Padre: sempre davanti a Lui, perché Lui mai si allontana da noi: il suo amore è grande e fedele!

Non sempre con parole ma sempre un incontro

Pregare sempre non vuol dire dunque recitare in continuazione preghiere, giaculatorie, invocazioni per vivere alla presenza del Signore. A volte ci mancano le parole e le nostre preghiere diventano come «gemiti inesprimibili» (Romani 8, 26) suscitati dallo Spirito Santo, che è il Maestro della preghiera. Pregando, a volte piangiamo, a volte sorridiamo. Qualche volta la preghiera è una lode, a volte una supplica; a volte è un ringraziamento, a volte una richiesta di perdono: a volte chiediamo luce per un dubbio e per un’incertezza, a volte perseveranza nelle difficoltà.
Come nelle relazioni tra le persone, la preghiera non è sempre fatta di parole, ma è sempre un vero incontro, in cui stiamo alla presenza del Signore, che è sempre con noi (cfr Matteo 28, 20) e ci dona sempre amore, misericordia, speranza, anche quando ci rimprovera e fa rimordere la nostra coscienza per stimolarci alla conversione. Anche il Suo silenzio è prezioso, perché anche qui c’è sempre un dono, una grazia — magari nascosta — dello Spirito, che ci unisce a Lui e agli altri. L’amore si esprime anche nel silenzio. L’amore riempie il silenzio. L’amore ha bisogno di momenti di silenzio.

Nel ritmo della Pasqua di Gesù

Quando la preghiera è il respiro della vita nuova, ci mette in relazione con il Padre. Quando la preghiera è vera, diventiamo più disponibili allo Spirito Santo che, come un grande artista, restaura in ciascuno di noi la somiglianza con Gesù, nostro Fratello universale — come diceva il beato Charles de Foucauld.
Ovviamente lo Spirito Santo non ci fa somigliare fisicamente a Gesù, ma — come dice ancora san Paolo — fa maturare in noi «gli stessi sentimenti» (Filippesi 2, 5), la mentalità e lo sguardo di Gesù.
Per Gesù la vita è un dono accolto e donato: questo è il senso della sua Pasqua di passione e morte che — per la fedeltà del Padre — si è compiuta nella risurrezione.
La preghiera alimenta in noi la vocazione a seguire Gesù Cristo in questo cammino pasquale: consegnarsi e affidarsi totalmente sono sempre una morte, ma insieme a Gesù diventano il penultimo passo verso la risurrezione, verso la vita.

Per vedere se la nostra preghiera ci unisce al Signore, come ci insegna sant’Ignazio di Loyola negli Esercizi Spirituali, bisogna verificare se in noi sta crescendo questa mentalità pasquale. Se la Pasqua di Gesù per noi non è più soltanto un fatto che Gli è capitato, ma diventa il nostro modo di guardare a noi stessi, alle persone che ci circondano e al mondo in cui viviamo, allora con l’aiuto dello Spirito Santo possiamo dire insieme al Signore: La vita «nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo» (Giovanni 10, 18). Questa è la mentalità della Chiesa, del santo Popolo fedele di Dio, questa la logica dei santi, anche di quelli «della porta accanto» (cfr Gaudete et exsultate, 6-9).
La vita nuova diventa concreta in noi quando cominciamo a vivere come Dio, donando noi stessi. E questo non è frutto delle nostre virtù o qualità (perché le nostre virtù sono sempre poche e instabili) ma del fatto che piano piano accogliamo il Suo amore. Si tratta di un amore attivo, potente, che dall’interno ci rinnova, ci unisce a Cristo e così gli assomigliamo sempre più: nei pensieri, nei sentimenti, negli ideali, nell’amore!
Questo cammino di coinvolgimento con il Signore a volte ci porta anche alla rinuncia a noi stessi: ecco la nostra morte diluita nei gesti di attenzione agli altri, di rinuncia alle nostre pretese, al nostro egoismo nascosto dietro tanti bei pensieri e belle intenzioni. E nell’ultimo respiro nella fede vivremo l’ultima consegna al Padre!

Un dono che ci è affidato

Queste piccole/grandi morti all’affermazione di noi stessi sono il nostro allenamento per far crescere la vita nuova, che ci è veramente donata ma è anche affidata alla nostra cura. Piano piano facciamo esperienza nella Chiesa, nella comunione con i pastori e i fratelli, che grazie a Gesù morto e risorto le morti e la morte sono proprio l’opportunità per fare un dono di noi stessi, per vivere nella comunione e nell’unità, non perché siamo bravi, ma perché siamo le membra di un Corpo che è Cristo e la Chiesa. Questa vita è davvero nuova, perché anche la morte nella Pasqua è nuova, è un’altra cosa. Non è più la fine, ma il momento decisivo della fiducia nel Padre che ha cura di noi (cfr 1 Pietro 5, 7). Anche se non capiamo sempre, Lui ci guida al suo Regno, alla comunione, servendosi spesso delle mani di chi ci è accanto. E non sempre sono mani d’oro, come neanche le nostre mani lo sono, nei loro confronti: siamo tutti un po’ santi e un po’ peccatori, un po’ generosi e un po’ egoisti.

Tutto è rinnovato

Mi viene un’ultima immagine. La nostra vita assomiglia a una clessidra. Nella parte in alto c’è la nostra vita di ogni giorno: quando facciamo un atto di amore o quando rinunciamo per amore alle nostre pretese un granello della nostra vita si sposta nella parte inferiore della clessidra, che è la vita eterna, l’unità con il Signore e i fratelli. Un po’ alla volta, allora, tutto ciò che noi siamo può passare dall’altra parte. Gli anni passano, tante cose cambiano, fisicamente ci consumiamo, eppure il nostro spenderci per amore, non è svanito nel nulla, ma si è come trasferito nel Signore. Infatti, ciò che passa attraverso la strettoia della morte — come attraverso la strettoia della clessidra — in unione con Cristo non sparisce, non è annullato, ma è accolto, rinnovato e vivo nel Signore.
Ma attenzione: il Signore non è un banchiere a cui affidiamo le cose preziose per ridarcele con gli interessi nell’altro mondo. La nostra vita vissuta nell’amore il Signore non la trattiene per sé, ma ce la riconsegna in ogni santa Messa, che è la nostra massima partecipazione alla Pasqua di Gesù. Sperimentiamo infatti che la parte più vera di noi, quella che ha vissuto nell’amore e nel perdono, «è nascosta con Cristo in Dio» (Colossesi 3, 3), perché la legge dell’amicizia è proprio il cammino della Chiesa.
E l’Eucaristia è davvero il sacramento della Chiesa, la rivelazione che siamo già una cosa sola nel Signore. Lo diceva già sant’Agostino: «Se voi dunque siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il mistero di voi: ricevete il mistero di voi. A ciò che siete rispondete: “Amen” e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: “Il Corpo di Cristo”, e tu rispondi: “Amen”. Sii membro del corpo di Cristo, perché sia veritiero il tuo “Amen” ».
Nulla di noi si perde, nulla è indifferente o insignificante. Al contrario tutto di noi (storia, gesti, sogni, affetti, difetti, doni…) entrando nell’amore, passa per la strada della Pasqua di Gesù, oltrepassa la morte ed entra nella risurrezione della comunione: e questa è davvero vita nuova!

La malattia dell’individualismo
di KIRILL

La preghiera unisce l’uomo con gli altri, con i suoi fratelli e sorelle nella fede, per i quali innalza al cielo le sue suppliche. Ciò si manifesta in un modo particolarmente chiaro durante gli uffici liturgici, che sono la preghiera di tutta la Chiesa, nel corso della quale il Salvatore stesso, secondo la Sua promessa, è presente tra coloro che si radunano nel Suo nome (Matteo 18, 20). Questa presenza divina può essere sentita da ciascuno di noi tramite una particolare esperienza della grazia che ci avvolge nella casa del Signore.
Papa Francesco sottolinea che nella preghiera del Padre nostro, insegnata a noi da Gesù, non viene usato il pronome io, poiché ognuno di noi presenta questa preghiera al nostro Padre celeste a nome dell’umanità intera. Mi sembra molto attuale e importante mettere in rilievo proprio questo aspetto della preghiera in un’epoca segnata dalla crisi della comunicazione. Grazie alla globalizzazione il mondo sta diventando sempre più aperto e unito, ma questo non significa che gli uomini diventino più vicini gli uni agli altri.

L’individualismo è una malattia del nostro tempo, segnato dal desiderio dell’uomo di concentrarsi soltanto sui propri desideri e necessità e dall’indifferenza nei confronti dei problemi altrui. La mancanza della capacità di sentire l’altro, di andare incontro ai suoi bisogni, porta sia a vari disordini nelle relazioni sociali che alla disintegrazione delle famiglie, anche di quelle cristiane.
Tutto ciò è in gran parte una conseguenza dell’indebolimento della fede, dell’oblio della preghiera o della sua sbagliata percezione, alla stregua di una forma di terapia psicologica o di autorilassamento. Ma in realtà tramite la preghiera l’uomo riceve la grazia divina che lo aiuta a superare il proprio egoismo e a crescere nell’amore verso il suo prossimo. (…)

Nelle sue riflessioni Papa Francesco sottolinea un altro aspetto importante della preghiera autentica. «La preghiera — afferma — è un lavoro: un lavoro che ci chiede volontà, ci chiede costanza, ci chiede di essere determinati». Infatti, a causa dei nostri limiti e della nostra peccaminosità non siamo sempre disposti alla preghiera. Ma se l’uomo si supera grazie alla preghiera, è perché essa naturalmente richiede sempre un certo sforzo.
I santi padri della Chiesa indivisa, basandosi sulla propria esperienza ascetica, ci insegnano in che modo deve essere praticata la preghiera affinché essa sia gradita a Dio. «Che ognuno preghi con attenzione e in buona coscienza, non lasciando vagare arbitrariamente il pensiero e non percependo la preghiera come un debito necessario, ma riempendola dell’amore e del desiderio dell’anima» dice san Gregorio di Nissa (secolo IV).

La fatica della preghiera richiede da noi perseveranza e costanza. Secondo Papa Francesco, «la preghiera cambia la realtà… o cambia le cose o cambia il nostro cuore». Sicuramente la preghiera, praticata con fede e costanza, non può che essere efficace e trasfigurare noi stessi e la nostra realtà, secondo le parole del Signore: «chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto» (Matteo 7, 8).
Il nostro mondo, lacerato da conflitti e dissidi, ha tanto bisogno della preghiera cristiana. È necessario che noi, seguaci di Gesù, preghiamo «per la pace del mondo intero, per la prosperità delle Sante Chiese di Dio e per l’unione di tutti» (cfr la Grande intercessione del rito bizantino).
Durante l’incontro con Sua Santità Papa Francesco all’Avana nel 2016 abbiamo espresso la speranza che questo evento storico possa «ispirare i cristiani di tutto il mondo a pregare il Signore con rinnovato fervore per la piena unità di tutti i suoi discepoli» (Dichiarazione congiunta, 6).

Riconoscenti per il dono del creato
di BARTOLOMEO

Negli ultimi anni molto è avvenuto all’interno delle nostre Chiese così come anche a livello bilaterale tra la Chiesa Ortodossa e la Chiesa Cattolica romana. Così abbiamo imparato che c’è uno stretto legame tra il dialogo ecumenico e la cura per l’ambiente. Siamo giunti a renderci conto che, accanto all’ecumenismo del dialogo tra le varie confessioni cristiane e all’ecumenismo del martirio condiviso dalle vittime della discriminazione e della violenza religiose, c’è anche un ecumenismo dell’ambiente di fronte al cambiamento climatico globale che porta con sé implicazioni e conseguenze di vasta portata per tutto il nostro pianeta e i suoi abitanti.
Ciò significa che non possiamo mai ridurre la vita cristiana e il servizio cristiano ai nostri piccoli interessi o preoccupazioni spirituali. Non possiamo trascurare il nostro compito e la nostra responsabilità di trasformare la creazione mettendo in discussione e trasformando i nostri stili di vita egoistici e il nostro avido consumo delle risorse mondiali. Il modo in cui ci relazioniamo con le cose materiali rispecchia direttamente il modo in cui ci relazioniamo a Dio. E l’attenzione con cui trattiamo le cose della terra mostra chiaramente la sacralità che riconosciamo alle realtà celesti. Non si tratta di una questione che ci riguarda solo in quanto singoli, ma anche in quanto comunità e società tutta nel suo complesso.
La verità è che dobbiamo trattare la natura con la stessa deferenza e con la stessa ammirazione che mostriamo nei confronti degli esseri umani. Per rimediare a questa situazione, siamo chiamati a tornare a uno stile di vita ascetico ed eucaristico, cioè a essere riconoscenti rendendo gloria a Dio per il dono del creato e allo stesso tempo rispettosi nell’esercizio della propria responsabilità personale all’interno e in favore della rete di relazioni della creazione. Siamo chiamati a ricordare costantemente che la nostra economia mondiale sta diventando semplicemente troppo grande per la capacità che il nostro pianeta ha di mantenerla e sostenerla.
Inoltre, gli atteggiamenti e i comportamenti che abbiamo verso la creazione influiscono direttamente e si riflettono nei nostri atteggiamenti e comportamenti verso le altre persone. In effetti, il nostro operato nel campo dell’ecologia si misura in fin dei conti dal suo effetto sulla gente, specialmente sui poveri. E una Chiesa che dimentica di pregare per l’ambiente naturale è una Chiesa che rifiuta di offrire cibo e bevanda all’umanità sofferente. Allo stesso tempo una società che ignora il mandato di aver cura per tutti gli uomini è una società che maltratta l’autentica creazione di Dio, della quale fa parte la natura. Dopo tutto, la preoccupazione per l’ambiente implica anche la preoccupazione per i problemi umani della povertà, della fame e della sete. Questo legame è fortemente messo in evidenza nella parabola del Giudizio Finale, quando il Signore afferma: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere» (Matteo 25, 35).
La sorgente del nostro ottimismo consiste tuttavia nel fatto che non siamo soli nella nostra risposta e nella nostra responsabilità in favore della tutela della dignità umana e della protezione della creazione di Dio. Non c’è solo la certezza della grazia del Signore, ma abbiamo anche la solidarietà dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. È ciò che abbiamo imparato dalla nostra relazione con l’amato Papa Francesco, insieme al quale condividiamo l’impegno per la speranza di tutti i popoli e una gioia per la guarigione del nostro pianeta.
Come servi del Dio dell’amore, consideriamo che uno dei nostri obblighi fondamentali e dei nostri doveri morali sia rispondere alla sofferenza globale e lasciare in eredità alle generazioni future un mondo sostenibile, come creato e voluto dal nostro Creatore pieno di amore.
L’Osservatore Romano, 21-22 ottobre 2019