I diritti (spesso negati) dei bambini a 30 anni dalla Convenzione Onu

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Venerdì 15 novembre 2019
Il 20 novembre 1989 veniva firmata la Convenzione, promossa dalle Nazioni Unite, oggi sottoscritta da quasi tutti i Paesi del mondo, che vorrebbe assicurare il diritto alla vita, il principio di non discriminazione, la tutela in ogni circostanza del "superiore interesse" del minore. Oggi eventi a Strasburgo e Bruxelles, domani in Vaticano. Troppe le violazioni di tali diritti che si verificano ancora in ogni parte del globo
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Sono passati 30 anni dalla nascita della Convenzione delle Nazioni unite sui diritti dell’infanzia (20 novembre 1989), storico documento in 54 articoli, più tre protocolli opzionali, che riconosce tutti i bambini e le bambine del mondo come portatori e portatrici di diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici. È il documento internazionale più ratificato al mondo, perché riconosciuto da tutti i Paesi, tranne che dagli Stati Uniti; l’Italia l’ha ratificato nel 1991. In questi giorni si moltiplicano le iniziative per ricordare il valore – attualissimo – del documento, segnalando anche gli infiniti problemi che permangono nel mondo circa la negazione dei diritti di bambini e adolescenti.

La “Strategia” del Consiglio d’Europa. Sebbene questo testo abbia spinto a un cambio di paradigma nel modo in cui guardare ai bambini, le violazioni dei diritti dei minori non sono affatto scomparse dalla faccia della terra e nemmeno dell’Europa, al contrario. Ad esempio la cosiddetta “Strategia Sofia”, cioè la Strategia del Consiglio d’Europa sui diritti dei bambini per gli anni 2016-2021 ha messo al centro dell’attenzione sette “emergenze” che minacciano i più piccoli che abitano sul nostro continente: la prima è la minaccia della povertà e deprivazione, da cui conseguono disuguaglianza ed esclusione sociale, un circolo vizioso che intrappola un bambino su cinque in Europa; poi c’è la violenza e in particolare quella sessuale su bambine e ragazze, oltre che il crescere della violenza virtuale (on line); una terza sfida all’esercizio dei diritti dei piccoli è una amministrazione della giustizia fatta a misura di adulti; un’altra minaccia ai diritti dei bambini passa dalla dimensione familiare; poi ci sono razzismo, discorsi d’odio e radicalizzazione che irretiscono giovani in situazioni di particolare fragilità o marginalità; una sesta minaccia arriva dal contesto digitale, con tutte le questioni che pone, dalle violazioni della privacy allo sfruttamento sessuale, passando per il cyberbullismo; infine le problematiche legate alle migrazioni soprattutto negli aspetti che riguardano direttamente i minori in migrazione. La Strategia segnalava la necessità di “un forte impegno politico associato all’allocazione di risorse sufficienti e un’ampia consapevolezza sociale dei diritti del bambino per garantire che i bambini siano visti e trattati come titolari di diritti completi”; ma definiva anche indicazioni puntuali per fare qualche passo avanti in Europa.

Conferenza a Strasburgo. Ora, insieme a celebrare e riflettere sui 30 anni della Convenzione, è tempo di fare una valutazione della Strategia Sofia a metà del suo cammino. Questo avviene a Strasburgo oggi e domani, nel corso di una conferenza (13-14 novembre) che vuole ripartire proprio dal confronto sulle “principali sfide ai diritti dei minori oggi”. “Ridefinire il potere: rafforzare i diritti del bambino come chiave per un’Europa a prova di futuro” è il titolo della conferenza. Ad aprire i lavori due sessioni introduttive per ospitare i contributi istituzionali, tra cui Linos-Alexandre Sicilianos, presidente della Corte europea dei diritti umani, Dunja Mijatović, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, ministri per la famiglia di alcuni Paesi, tra cui la ministra italiana Elena Bonetti. Nel corso della conferenza sarà presentato il “rapporto di valutazione” ad interim della Strategia Sofia.

Bruxelles: discussione al Parlamento Ue. Sempre oggi una riflessione sulla Convenzione e sui diritti dei fanciulli sarà affrontata nel corso della plenaria dell’Europarlamento, che si apre a Bruxelles. Nella stessa sede del Parlamento europeo si terrà il 20 novembre un’altra conferenza di alto livello per “verificare i progressi compiuti in questi tre decenni e riflettere sulle sfide con cui sono confrontati i bambini e i giovani”, guardando in particolare all’Europa. La regina del Belgio Matilde e il presidente David Sassoli apriranno i lavori, articolati in due momenti: il primo dedicato ai diritti dei bambini di “vivere e prosperare”, il secondo al diritto di “sognare”.

Nel programma, nomi di rappresentanti istituzionali, ma anche di ragazzi e ragazze che si spendono in prima persona per tutelare i propri diritti, come la sedicenne Raina o Sioda, 15 anni, che è membro del “Consiglio dei bambini” o ancora Maria (14 anni), dall’Uganda, o l’etiope Bereket (16 anni), dell’Sos Children Villages Young Leader. E alla sera, l’edificio del Parlamento europeo sarà illuminato di blu, in segno di partecipazione alla campagna Unicef “illuminiamo il mondo di blu”.

Vaticano: incontro internazionale. Il 14-15 novembre, alla Pontificia Accademia delle scienze sociali, nella Città del Vaticano, si svolgerà un incontro internazionale di alto livello su “Promuovere la dignità dell’infanzia nel mondo digitale”. A organizzare l’evento insieme all’Accademia, ci sono la Child Dignity Alliance e la Interfaith Alliance for Safer Communities, che hanno già alle spalle due incontri simili sul tema dell’infanzia e il digitale (2017 e 2018).

Le grandi compagnie (Microsoft, Apple, Amazon, Google, Facebook alcune delle compagnie invitate), le Ong, il mondo politico e le religioni dovranno a turno spiegare, nei quattro successivi momenti dell’evento, come in concreto si impegnano.

Nel programma compaiono i nomi dello sceicco Saif Bin Zayed al Nahyan, vice primo ministro degli Emirati Arabi Uniti, la regina Silvia di Svezia, il grande imam di Al-Azhar, Ahmed el-Tayeb, il rabbino David Rosen e Najat Maalla M’jid, rappresentante del segretario generale Onu sulla violenza contro i bambini. I partecipanti saranno ricevuti dal Papa il 14 novembre.
[Sarah Numico - SIR]

Un bimbo in foto funziona sempre

Presentatrice inglese Stacey Jaclyn Dooley (Foto Facebook: sjdooley).

Farsi fotografare attorniati da bambini africani e condividere l’immagine con il resto del mondo: una tentazione a cui pochi viaggiatori riescono a resistere. Turisti, cooperanti o volontari non fanno differenza. Basta un’occhiata ai social network per rendersene conto. I bianchi in Africa amano mostrarsi attorniati da stuoli di bimbi neri, di cui spesso ignorano persino il nome: in genere sono foto-ricordo di incontri fugaci… Tutte molto simili tra loro, come i commenti che li accompagnano. “Non scorderò mai i loro occhi pieni di vita”, “Me li porterei a casa tutti”, “Così poveri eppure così felici”.

Anche la presentatrice inglese Stacey Jaclyn Dooley (foto sopra), durante un recente viaggio umanitario in Uganda, non ha esitato a pubblicare il più classico dei selfie: la donna, bionda e occhi azzurri, ostenta un sorriso luminoso, mentre il bimbo appare intimidito e un poco imbronciato. L’immagine postata ha ricevuto in pochi minuti una valanga di like e di commenti ammirati. Ma qualcuno non ha apprezzato. Per esempio, il parlamentare laburista David Lammy (britannico di pelle nera) ha twittato velenoso: «D’accordo con la solidarietà e la fratellanza internazionale, ma piantiamola con i cliché dei bianchi che soccorrono i piccoli africani bisognosi di aiuto». Ne è nata un’aspra polemica che è diventata globale e che ha preso di mira decine di altre star internazionali.

Sono innumerevoli, infatti, i testimonial delle ong che vengono ritratti in mezzo a bimbi africani: “funzionano alla grande per le donazioni”, assicurano gli esperti del marketing umanitario. Ma nel mondo nero crescono le voci di dissenso che criticano questo genere di iconografia (per non parlare di quella che mostra bimbi sofferenti o malati). Nella rete fioriscono blog (il più irriverente: Failed Missionary) e pagine social (per esempio Humanitarians of Tinder su Tumblr e White Savior Barbie su Instagram) che stigmatizzano le immagini postate da volontari e filantropi, e con l’arma tagliente dell’ironia si prendono gioco dei loro selfie. Quelle foto – argomentato caustici i commentatori – tradiscono la cosiddetta “sindrome del salvatore” (o “complesso del buon samaritano”) di cui ancora soffrono molti occidentali. «L’Africa non ha bisogno di eroi né di eroine che si mostrano amorevoli e caritatevoli», ha scritto su Vice l’editorialista Dipo Faloyin.

«Benché il colonialismo sia morto da tempo, resiste tra i bianchi un pregiudizio di superiorità che certe foto contribuiscono a rafforzare», ha rafforzato l’attivista Chidera Ihejirika. «I diritti di tutela dell’immagine dei minori valgono solo in Europa o Stati Uniti – tuona il sito Afropunk – mentre gli occidentali si sentono liberi di pubblicare foto di bimbi africani senza il consenso dei loro genitori». I toni della polemica si inaspriscono, ma i bianchi per il momento non paiono curarsene. «I turisti in Africa cercano leoni e bambini da fotografare», mi ha confessato il responsabile di un tour operator. «Gli occidentali adorano gli africani quando sono bimbi, poi però ne sono terrorizzati quando diventano adulti», commenta amaro un senegalese in un forum di Travel Blog. Ne ho parlato con un’amica, accanita viaggiatrice. «Non capisco dove sia il problema – mi ha detto con sincerità –. Non ci vedo nulla di male a mostrarmi assieme a dei bimbi allegri». Eppure quel genere di foto, anche le più innocenti, suscita un fastidio crescente, non solo in Africa. Come sempre, è una questione di prospettive e di sensibilità. Possiamo continuare a ignorare la questione, o cominciare a ragionarci sopra.
Marco Trovato
Editoriale Africa n°6-2019