Sabato 16 novembre 2019
"Mi soffermo sul mese missionario straordinario che papa Francesco ha voluto e ho interpretato il titolo proprio con riferimento alla nostra personale esistenza. Quindi che cosa questo mese di a me, come persona, e che cosa dice a noi, famiglia comboniana e clero diocesano". (Padre Giorgio Padovan)

Una prima parte della riflessione è proprio di natura spirituale: che non significa astratta ma mi viene da dire “profonda” cioè chiede di entrare in relazione con la parte più vera di noi stessi.

Papa Francesco nel discorso tenuto il 1 giugno 2018 ai direttori nazionali delle Pontificie Opere Missionarie riprese il tema del mese missionario lanciato in realtà l’anno precedente, nella medesima occasione. E sottolinea la necessità di riprendere la “grande e coraggiosa intuizione di papa Benedetto XV, contenuta nella Maximun Illud, circa la necessità di riqualificare evangelicamente la missione della Chiesa del mondo”. E commenta così:

Questo obiettivo comune può e deve aiutare le Pontificie Opere Missionarie a vivere una comunione di spirito, di collaborazione reciproca e di mutuo sostegno. Se il rinnovamento sarà autentico, creativo ed efficace, la riforma delle vostre Opere consisterà in una rifondazione, una riqualificazione secondo le esigenze del Vangelo. Non si tratta semplicemente di ripensare le motivazioni per fare meglio ciò che già fate. La conversione missionaria delle strutture della Chiesa (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 27) richiede santità personale e creatività spirituale.
Dunque non solo di rinnovare il vecchio, ma di permettere che lo Spirito Santo crei il nuovo. Non noi: lo Spirito Santo. Fare spazio allo Spirito Santo, permettere che lo Spirito Santo crei il nuovo, faccia nuove tutte le cose (cfr Sal 104,30; Mt 9,17; 2 Pt 3,13; Ap 21,5). Lui è il protagonista della missione: è Lui il “capoufficio” delle Opere Missionarie Pontificie. È Lui, non noi. Non abbiate paura delle novità che vengono dal Signore Crocifisso e Risorto: queste novità sono belle. Abbiate paura delle altre novità: queste non vanno! Quelle che non vengono di là. Siate audaci e coraggiosi nella missione, collaborando con lo Spirito Santo sempre in comunione con la Chiesa di Cristo (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 131). E questa audacia significa andare col coraggio, col fervore dei primi che annunciarono il Vangelo. Il vostro libro abituale di preghiera e di meditazione siano gli Atti degli Apostoli. Andare lì a trovare l’ispirazione. E il protagonista di quel libro è lo Spirito Santo.

Evidentemente possiamo sostituire alle Pontificie Opere le nostre realtà.
È quindi lo Spirito Santo colui che può operare la novità! È quindi lo Spirito Santo il primo attore della missione e, per noi oggi, del suo rinnovamento.

Come prima conseguenza abbiamo quindi una necessità non di entrare in fibrillazione di iniziative e di desiderio di vedere che la chiesa cambi secondo il mio modo di vedere, dando per presupposto che io conosco già che cosa dovrebbe fare. Mi sono allora chiesto quali sono le condizioni per sperare di fare spazio alla Spirito Santo, diventando suoi collaboratori? Propongo queste suggestioni:

  • Non entrare in ansia per il tempo che stiamo vivendo ed imparare ad essere propositivi per quanto sta a me, a noi! “Maestro, non ti importa che siamo perduti?” sono le parole dei discepoli vedendo Gesù che dormiva e che la tempesta riversava onde d’acqua sulla barca. Gli inviti continui alla non lamentela di papa Francesco e del nostro arcivescovo dicono in profondità una modalità di saper guardare al mondo con gli occhi della fede, vincendo le tentazioni del popolo ebreo nel deserto!
  • Fare pace con i limiti della nostra opera! Questa è una riflessione che ho fatto mia in Zambia. Venne il momento in cui il modo di immaginare il mio operato di dovette scontrare con il fallimento della collaborazione e con una mole di lavoro che mi obbligò a fare delle scelte. Erano scelte giuste? Non lo so! Certo mi sono pacificato, percependo in maniera molto chiara che io ero solo un tassello di un’opera il cui attore tessitore primo era Dio
  • Rendere costante il riferimento alla parola di Dio (Atti degli Apostoli, secondo il papa) per imparare i sentimenti e i pensieri di Gesù!

Sono le prime due caratteristiche che il nostro Arcivescovo richiama all’inizio della sua proposta pastorale!

Vi è un secondo elemento – sempre di natura spirituale – che in questi anni è venuto crescendo sempre di più. È una consapevolezza che ancora non sa tradursi in quella che papa Francesco chiama la santità personale. E ho preso come riferimento questo brano di Daniele ma questa riflessione è continua:
«Giusto è stato il tuo giudizio
per quanto hai fatto ricadere su di noi
e sulla città santa dei nostri padri, Gerusalemme.
Con verità e giustizia tu ci hai inflitto tutto questo
a causa dei nostri peccati,
29 poiché noi abbiamo peccato, abbiamo agito da iniqui,
allontanandoci da te, abbiamo mancato in ogni modo.
Non abbiamo obbedito ai tuoi comandamenti,
30 non li abbiamo osservati, non abbiamo fatto
quanto ci avevi ordinato per il nostro bene»
(Dn 3).

E chi dice questa preghiera è Azaria nella fornace! Cioè la consapevolezza che se i tempi sono cattivi, anche noi abbiamo le nostre responsabilità e i nostri peccati! È una consapevolezza che, a mio parere, è avvalorata dal mistero della croce, dalla scoperta di Pietro di aver bisogno di essere lavato da Gesù, dalla riflessione di Paolo sul mistero della sua chiamata! È qualcosa di più profondo che il non fare ciò che dobbiamo fare. È quello che fa dire a Christian de Chergé nel suo testamento “La mia vita non ha più valore di un'altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso, non ha l'innocenza dell'infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca”.

La seconda parte della riflessione cerca, attingendo dalla prima, di indicare che cosa quali piste siamo chiamati a percorrere per riqualificare evangelicamente la missione della chiesa nel mondo.

  1. Uscire.
    È un verbo di movimento. Obbliga a lasciare ciò che si conosce e non attendere che venga chi “accoglie la nostra proposta”. L’atteggiamento dello “stare”, del non muoversi è spesso figlio di una situazione di agiatezza. Sono stato a Cuba e queste parole dell’Arcivescovo mi hanno molto colpito: “Raggiungiamo più posti adesso che quando la chiesa – prima della rivoluzione era stabile e aveva potere”.
    Non dimentichiamo che la prima missione tra i pagani è la conseguenza della prima persecuzione nella chiesa.
    Uscire è qualcosa che dice movimento esterno certo, ma dice soprattutto un movimento interiore. Nel nostro uscire non possiamo correre il rischio che Gesù stigmatizza nell’opera missionaria degli scribi: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo prosèlito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi”.
    Ecco che allora questo primo verbo di movimento necessita di una modalità con cui si esce.
  2. Altro.
    L’altro non è un contenitore da riempire, è un figlio di Dio in cui far risplendere la verità della sua dignità.
    Nella intervista rilasciata dal nostro Arcivescovo per l’inaugurazione del centro PIME diceva così: la globalizzazione livella e crea dei consumatori. La missione valorizza le differenze e genera dei figli di Dio.
    La modalità con cui io mi accosto all’altro non è indifferente! Lui mi aiuta a capire come è la mia missione! Ecco che allora la missione diventa reciprocità e mutuo arricchimento. Il vangelo stesso ci presenta questa capacità che l’altro ha nel far capire la missione affidata da Dio: la siro fenicia, la donna che aveva perdite di sangue, il cieco di Gerico che urla ….
    Questo modo di intendere l’altro è quello che qualifica evangelicamente la missione della chiesa, che, altrimenti, potrebbe essere qualificata in maniera anti evangelica!
  3. Insieme.
    È l’elemento più difficile. Non per niente Gesù dice che questo sarà il segno di riconoscimento dei suoi. È un insieme che vale all’interno delle nostre singole comunità e nello stesso tempo che vale tra le varie parti del corpo della Chiesa.
    Da questo punto di vista devo esprimere la mia riconoscenza e la mia contentezza per il cammino che in diocesi stiamo facendo con gli istituti missionari, nelle iniziative per questo mese missionario. Ma non solo per il mese ma per la stessa animazione missionaria sul territorio (cfr. Incontro per la notte dei Santi e City Life). E questo mi introduce al quarto aspetto che potrebbe essere quello che un istituto missionario può offrire alla chiesa.
  4. Paradigma.
    Perché la missio ad gentes è paradigma per tutta l’azione pastorale della chiesa? E come quindi un istituto missionario può contribuire alla chiesa in cui si trova inserito? È certo il punto più difficile da esplicitare. Il nostro Arcivescovo ha cercato di coniugarlo con due espressioni: partire e inserirsi! Spesso l’accusa che il clero e le comunità fanno ai missionari è di “essere fuori dal contesto”. A volte può essere vero se il ritorno nella comunità che ha inviato finisce sempre con il dire che “là” è tutto diverso e più bello! Finché si rimane dentro queste reciproche accuse non se ne esce più. L’inserimento che si opera là, va poi vissuto anche qui! Questo genera una tensione benefica!
    1. Evita la stagnazione. Il rischio della stanzialità è continuo (certo anche in missione) ma di più là dove la chiesa è stabilmente inserit
    2. Offre un aiuto alla comprensione di che cosa accade nel mondo, a leggere in profondità i fenomeni, ad apprezzare la varietà dei modi di essere chiesa (questo vale in qualsiasi parte del pianeta). Importanza dei racconti dei missionari, che devono però a mio parere trovare una modalità nuova anche di parlare del loro vissuto