Assisi: «Il dialogo non è un optional ma la vera risposta alla paura»

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Mercoledì 20 novembre 2019
Monsignor Ayuso, trent’anni dopo il primo storico incontro per la pace di Assisi con Giovanni Paolo II, molti leader religiosi si ritrovano nella città di Francesco in nome del dialogo fra le fedi. E tuttavia viviamo una stagione difficile fatta di attentati, conflitti, xenfobia crescente. Che ruolo possono avere le religioni in questa situazione?

«Io credo che stiamo prendendo coscienza di un fatto: se da una parte la religione sembra che stia entrando un po’ nel mondo della politica, anche la politica vede la necessità di entrare nel mondo delle fedi. Allora, a trent’anni dallo «spiriti di Assisi», vedendo un mondo così sofferente, così buio, cosa possiamo fare? Penso che sia importante la riscoperta di ambedue le dimensioni della nostra identità, come credenti e come cittadini; così, lavorando insieme in modo armonioso e rispettoso in entrambe queste dimensioni della nostra realtà, potremo costruire il nostro avvenire nel rispetto reciproco nonostante le diversità, e riuscire a far prevalere la dignità umana che è quella che dobbiamo preservare e che troppe volte viene a mancare».

Oggi in Europa c’è un clima diffuso di paura che ostacola il dialogo, con quali strumenti è possibile affrontare un sentimento simile, anche irrazionale a volte?

«Il dialogo oggi deve tener conto della paura perché le difficoltà che viviamo richiedono di non fare come lo struzzo, anzi dobbiamo riconoscerle e sapere che questa dimensione di paura esiste. Però la paura è nemica di ogni dialogo, perciò non dobbiamo scoraggiarci perché ci porterebbe a qualsiasi tipo di populismo. Ma l’avvenire dell’umanità va costruito insieme, nella fraternità come ripete sempre papa Francesco. Dunque il dialogo si sta muovendo oggi in queste due realtà: da una parte la paura e dall’altra però la stessa necessità del dialogo. Per questo non bisogna cedere allo scoraggiamento, avere speranza, e il fatto di andare avanti non va concepito come una forma di «buonismo» ma piuttosto con la consapevolezza che il dialogo è qualcosa di serio, di importante, di vitale; non è un optional, e richiede un impegno che ci porta nella linea della pace».

Anche nel dialogo con l’islam assistiamo a un’evoluzione: non c’è soltanto il buon vicinato, ma si sta entrando un po’ nel merito delle questioni. Come può procedere questo scambio fra cristianesimo e islam, fra «noi» e la cultura musulmana?

«Dobbiamo proseguire nel cammino del dialogo islamo-cristiano che trova le sue difficoltà, penso però che ci sia bisogno di distinguere: la violenza cieca, la manipolazione della fede, non fa parte della religione, non è la religione islamica in quanto tale la responsabile di tanti mali. Il nostro impegno nel dialogo interreligioso allora è quello di riprendere e rinnovare questo cammino, cioè di essere costruttori di pace, anche in mezzo a queste difficoltà, superandole, pure con una coscienza profonda da parte di ciascuno di noi e soprattutto di chi esercita un’autorità – per essere chiari – senza ambiguità, nel condannare ogni tipo di violenza e porre le basi per costruire un futuro che deve passare assolutamente attraverso l’educazione. Dobbiamo lavorare giorno dopo giorno, e ci vorrà tempo per ottenere la pace. L’elemento che ci può aiutare a raggiungere questo obiettivo è sempre l’educazione, un ’educazione a tutti i livelli. Bisogna pure che la comunità internazionale si assuma le proprie responsabilità perché le leggi internazionali che esistono e che ci sono, possono essere applicate. Gli strumenti sono lì, e allora che contributo possiamo dare noi? Penso che una luce, un flash, papa Francesco lo stia dando a tutta l’umanità, speriamo che il suo messaggio venga accolto da tutti».

L’arcivescovo di Rouen, monsignor Le Brun, ha detto qui ad Assisi che il martirio di padre Hamel non deve essere usato come una bandiera per combattere. C’è un rischio in questo senso, che episodi come questo diventino motivo di ulteriore conflitto?

«Sì, può succedere quando ci sono delle persone che percorrono non la via del dialogo ma cadono nella paura e come reazione costruiscono muri, blocchi, e che mettano le persone le une contro le altre. Mentre nostro compito è quello di imparare da un fatto triste e doloroso come quello accaduto a Rouen, così ben descritto dall’Arcivescovo che ci ha commossi tutti, a percorrere la strada del dialogo. Bisogna prendere questo martirio – che ha toccato anche il cuore dei musulmani – come un esempio, un modello e che può portarci a far prevalere il dialogo e a non cedere a quanti cadono nella tentazione di voler buttare via tutto ciò che si è fatto negli ultimi 50 anni, vale a dire nella prospettiva cattolica, dal Concilio Vaticano II. La difficoltà è lì. Tuttavia le soluzioni non possiamo trovarle solo noi, leader religiosi; certo, dobbiamo educare alla vera fede, al rispetto delle diverse tradizioni religiose e allo stesso tempo avere però presenti tutte le dimensioni della vita. Molti dei problemi, infatti vengono anche dalle tante diseguaglianze che ci sono, dal punto di vista sociale, finanziario, difficoltà capaci di creare tante povertà e tanti conflitti, guerre e miserie. Perciò il cammino certo è lì: non c’è alternativa, dobbiamo fare il massimo dei nostri sforzi affinché una nuova generazione in futuro possa conoscere la pace, vivere in pace e godere i doni che Dio ci offre».