Martedì 26 novembre 2019
Il prof. don Paolo Boschini – diocesano di Modena e docente di Filosofia alla Facoltà Teologica dell'Emilia Romagna – ha parlato ai missionari comboniani della provincia italiana radunati in
assemblea dal 25 al 29 novembre a Pesaro. Pubblichiamo di seguito il testo dell’intervento di don Paolo al quale è stato chiesto di aiutare a cogliere “lo specifico” di un istituto in questo tempo di profondi cambiamenti a livello sia sociale che ecclesiale.

«Dalla cura per il Vangelo al Vangelo della cura»

Pesaro, 27 novembre 2019

Mi avete invitato qui per rispondere a una domanda per me molto difficile: «In questo momento di cambiamento sociale ed ecclesiale, quale può essere il contributo di un istituto missionario in Italia alla società e alla Chiesa?». Non ho la sfera di cristallo (e non mi piacerebbe neppure). E non faccio parte di un istituto missionario. Non mi rimane altra scelta, se non quella di proporvi una riflessione in prima persona, condividendo con voi pensieri che nell'ultimo anno rimbalzano spesso dentro la mia testa.

Per aiutarmi e aiutarvi a fare un discorso organico e chiaro, ho scelto di provare a rispondere alla vostra domanda focalizzandomi su quattro ambienti: sociale, politico, culturale, ecclesiale. E mi sono dato un filo conduttore, centrato sul concetto di «cura». Perché questa scelta? Se dovessi usare le prime due parole che mi vengono in mente per descrivere oggi la società italiana, così come ci viene quotidianamente raccontata dai media (sia da quelli tradizionali, sia dai cosiddetti social), direi che oggi l'Italia si presenta pubblicamente come una società malata d'individualismo e carica d'odio. Sì lo so che non si può fare di ogni erba un fascio, ma questa è l'immagine che l'Italia oggi dà di se stessa sulla scena pubblica. C'è una cura efficace per l'individualismo e per l'odio?

E la chiesa cattolica? Anche lei offre di se stessa un'immagine malata. Francesco è sempre più contestato e isolato – e il suo isolamento viene aumentato dai papolatri, resi tali dall'entusiasmo o dal carrierismo. Molte diocesi navigano a vista, impegnate in progetti di riorganizzazione territoriale (ad es. le unità pastorali) che non danno i risultati sperati, ma aumentano il senso di frustrazione dei preti e il disorientamento dei fedeli. Senza contare il peso che gli scandali sessuali, economici, politici hanno sulla credibilità e sull'autorevolezza della nostra chiesa. Sono sempre più convinto della relazione esistente tra la nuova ondata di secolarizzazione e la mancata testimonianza dei cristiani.

Per riassumere queste suggestioni, che vi ho brevemente accennato, ho scelto di intitolare la mia riflessione: «Dalla cura per il Vangelo al Vangelo della cura». Fino a poco tempo fa il compito di tutti i cattolici italiani «conciliaristi» - compresi gli istituti missionari – si riassumeva nella cura per il Vangelo. Evangelii Gaudium (2013) ha sparigliato i giochi e ci ha obbligati a far cominciare la nostra testimonianza di fede non dalla Parola, ma dall'uomo affaticato e oppresso, l'uomo concreto. Per questo, parliamo di «Vangelo della cura».

PRIMA PARTE

1.1. Nell'ambiente sociale : prendersi cura in modo benevolente

                1.1.1. Analisi. Sono molti i sintomi che denunciano lo stato di frammentazione in cui vive la nostra società. Le cause di questa frammentazione sono tante. Per brevità, ve ne propongo una soltanto, che per me è la più importante. La vita quotidiano è diventata per tutti maledettamente più complessa: più burocrazia; più intrusione degli altri nella vita privata; più insicurezza sociale, economica e politica; meno tempo per sé; eclissi della solidarietà sociale. Per sbarcare il lunario, tutti siamo costretti a pratiche di semplificazione, che spesso consistono nell'eliminazione di tutto ciò che è fonte di problemi e di preoccupazioni. Scompaiono così dall'orizzonte gli impegni a lunga durata, le iniziative rischiose, i valori esigenti, i poveri e tutti coloro che ci ricordano la vulnerabilità della vita. Il risultato di queste pratiche di semplificazione è molteplice: c'è chi si rifugia negli ambienti social e si ritrova sempre più connesso e sempre più solo; chi scommette sul lavoro come fonte di ricchezza, scopre che il baratro che separa il benessere dalla felicità. La lista delle sfortune e del disincantamento potrebbe continuare a lungo. Ma ci siamo capiti.

                Le procedure individuali di semplificazione non semplificano un bel niente. Ti lasciano l'amaro in bocca e la maledetta sensazione di essere stato ingannato. Da chi? Quasi nessuno ammette di essere egli stesso l'autore del proprio inganno. La grande crisi economica scoppiata nel 2007-08 ci ha resi sospettosi e pessimisti. Pochi hanno pensato: «Stavamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità e, a forza di tirarla, la corda si è spezzata». Molti, eccitati dalla caccia all'untore scatenata da media senza scrupoli e da politici a caccia di consensi, si sono convinti che il mondo è in mano a poteri occulti, i quali sadicamente si divertono a complicarci la vita e a rubarci i pochi scampoli di felicità che ci rimangono. Il risentimento e l'odio, il ritorno del nazismo e lo sdoganamento del razzismo, il nazionalismo identitario che brandisce simboli religiosi, ecc. sono il frutto di questa rabbia sociale diffusa, in parte frutto di ignoranza e superficialità, in parte frutto di poco spirito critico e di molta alienazione.

                È vero piuttosto che l'ultima crisi economica ha generato nuovi poteri forti e che ha rafforzato chi era già forte. Ma questi poteri forti sono sotto gli occhi di tutti e si fanno complici interessati di coloro che vorrebbero semplificare la complessità: si chiamano Gates, Google, Zuckenberg, Apple... In realtà, ci restituiscono l'immagine di un mondo sovraffollato e fuori controllo: un'immagine che istiga i più alla rassegnazione e alla fuga in qualche mondo parallelo; e che spinge frange estremiste a ripristinare l'ideologia della pulizia etnica.

                1.1.2. Proposta. C'è e qual è una vera alternativa a un mondo sempre più complesso e fuori controllo? Alla domanda così formulata mi sembra realistico rispondere di no. Oggi non vedo individui, gruppi, organizzazioni capaci di riformare la nostra società. Possiamo solo avviare micro-processi di trasformazione, a partire da piccole comunità di persone e da territori circoscritti. E poi possiamo sperare che la società on-line consenta di mettere in rete queste esperienze-pilota. Questo compito può essere svolto solo da uomini e donne di buona volontà – tra cui ci sono anche i cristiani e gli istituti missionari – i quali credono che è possibile un modo umano e socievole di vivere insieme.

                Da dove cominciare? Da esperienze che ci costringano a prenderci cura di qualcun altro: meglio se questo qualcun altro è una persona di cui nessuno si prende cura per davvero. Non c'è che l'imbarazzo della scelta! Specialmente le aree urbane e metropolitane oggi sono piene di persone abbandonate a se stesse. La chiesa cattolica e le associazioni di volontariato da decenni se ne occupano, con iniziative capillari di assistenza diffuse sul territorio. C'è una differenza sostanziale tra assistenza e cura, che non si può riassumere soltanto nella differenza che passa tra «dare il pesce» e «insegnare a pescare».

                Assistere significa mettere in atto delle pratiche volte, teoricamente, a risolvere il problema (ad es. sfamare l'affamato); in realtà, si tratta di pratiche-tampone che considerano la vulnerabilità sociale una situazione di emergenza, che deve essere tamponata alla meglio. L'assistenza si basa su una dissociazione psicologica in chi assiste. Da una parte, si pensa che il problema è transitorio, perché prima o poi qualcuno (la società, o la politica o la divina provvidenza) metterà fine alla povertà. Dall'altra, si pensa che il problema è cronico e che nessuno è più in grado di porvi rimedio. Nel primo caso l'assistenza si basa su un'ingenua utopia. Nel secondo caso l'assistenza si comprende come una cura palliativa. Sogno e cinismo convivono nella medesima persona o nella medesima organizzazione. L'assistenza è un binario morto. Coloro che la praticano, presto o tardi, si deprimono per l'assenza di risultati significativi o vanno in burn-out per eccesso di sforzo.

                Avere cura vuol dire invece mettere in atto delle pratiche di ascolto delle persone e di comprensione delle fragilità che esse vivono. Al centro non c'è il problema, ma la relazione. Il curante si coinvolge e si compromette nella relazione con il bisognoso di cura, fino a scoprire di avere egli stesso bisogno di cura. Perché la cura richiede di condividere le fragilità e così abbatte la distinzione tra chi eroga e chi riceve l'aiuto. La cura modifica la struttura psichica umana, perché potenzia le capacità empatiche e sviluppa l'intelligenza emozionale. Rende capaci di sentire e di comprendere ciò che gli altri sentono, pur restando se stessi. La cura ci restituisce un'esperienza dell'alterità senza competizione e conflitto. Perché la cura costruisce relazioni su base cooperativa, in cui tutti i partecipanti sono consapevolmente impegnati a promuovere gli uni le capacità degli altri.

                Se la relazione di assistenza può essere sintetizzata nel binomio operatore-utente, la relazione di cura invece può essere riassunta in una parola duale: ospitalità. Nella nostra lingua «ospite» si riferisce indistintamente a chi dà e a chi riceve ospitalità. Inoltre, l'azione dell'ospitare prevede una relazione ambivalente, all'insegna del coinvolgimento nella vita altrui e del riconoscimento della libertà propria e altrui. La cura è una pratica relazionale che richiede empatia, equilibrio, progettualità e tempo. Il suo obiettivo non è risolvere i problemi e superare le fragilità, ma trasformare le persone e i gruppi in protagonisti della propria esistenza e in risorse per la vita sociale.

                Per stare sul concreto, i micro-processi di trasformazione sociale da avviare all'insegna della cura possono essere progetti di ospitalità. Non necessariamente si tratta di dare alloggio a chi non ce l'ha. Ospitalità è accogliere nella propria vita i naufraghi di questo tempo e lentamente costruire un progetto di vita, che cominci da relazioni includenti e che potenzi l'autonomia personale. È inevitabile che in questo modo vengano a contatto modi molto differenti di concepire la vita, le relazioni tra le persone, la famiglia, il lavoro, ecc. L'ospitalità crea luoghi di meticciato attivo e consapevole, in cui si pratica la cultura dell'incontro e del dialogo. Questi luoghi sono un piccolo segno della società che è capace di attraversare l'individualismo e l'odio, trasformando il disincanto e il risentimento in un investimento di risorse umane perché dalla fragilità scaturisca la comunità.

                1.1.3. Stile. L'immagine, che meglio si adatta a caratterizzare la cura sociale come antidoto all'individualismo e all'odio, è la «carovana solidale» (EG 87). Non si tratta solo di camminare insieme, ma di avere una medesima direzione, come in un «santo pellegrinaggio» e di «prenderci in braccio» come in una situazione di grande familiarità. L'ospitalità crea situazioni di reciproca benevolenza, perché aiuta a dissotterrare in sé e negli altri quell'umanità autentica che è il principale segno della presenza di Cristo nella vita personale e sociale.

                I membri degli istituti missionari in Italia lamentano spesso di essere utilizzati come riservisti, pronti a accorrere in soccorso delle diocesi e delle parrocchie in crisi di sacerdoti, oppure come infermieri dediti ai loro confratelli non più autosufficienti. Intendiamoci, sono ambedue pratiche autentiche di cura, ma non possono esaurire il contributo degli istituti missionari alla società e alla chiesa italiane. Sono convinto che in questa fase della nostra vicenda sociale gli istituti missionari siano chiamati a promuovere, sostenere, rilanciare esperienze di prossimità rivolte alle fasce più disprezzate della società italiana. C'è una missione evangelizzatrice in Italia, che deve rivolgersi agli invisibili e ai reietti: le vittime dell'individualismo e i bersagli dell'odio. Non si tratta semplicemente di prendere le difese di queste persone, ma di promuoverne le capacità e di sfruttare la loro attitudine a suscitare nei cristiani scelte di radicalità evangelica.

1.2. Nell'ambiente  politico : fare partecipazione

                1.2.1. Analisi. Nel nostro paese la politica è in crisi di legittimità da ormai trent'anni, cioè dai tempi di «mani pulite». Da allora, i sondaggi hanno preso il posto dei programmi, così come i leaders carismatici hanno messo fuori gioco quelle «gioiose macchine da guerra» che erano i partiti tradizionali. La partecipazione politica dal basso subisce un repentino stop, perché le discussioni nelle sezioni di partito vengono sostituite prima dai dibattiti televisivi e più recentemente da Facebook, Twitter e Instagram. La politica italiana riscopre la sua antica vocazione demagogica e populista: nascono e rinascono movimenti di protesta, abilissimi nel catturare il consenso intorno a poche parole d'ordine (ad es. «onestà», «porti chiusi»); ma che si rivelano disastrosi quando sono chiamati dagli elettori a compiti di governo, sia a livello locale sia a livello nazionale. Dal berlusconismo in poi i costi della politica sono lievitati e sempre di più si pone il problema della trasparenza finanziaria dei movimenti politici e della loro effettiva indipendenza da gruppi di potere nazionali e internazionali. In questi trent'anni è avvenuta quella degenerazione della democrazia in demagogia che si legge nella Politica di Aristotele e che quasi due secoli fa Alexis de Tocqueville aveva previsto come esito inevitabile della Democrazia in America (e purtroppo non solo lì).

                Con il ritardo tipico delle piccole province dell'impero, anche in Italia torna di moda l'uomo forte, che anima ogni tipo di piazza: urbana, virtuale e balneare. Da tempo la politica è evaporata dal parlamento e ora la crisi della rappresentanza è conclamata. Dal consiglio comunale alla camera dei deputati, i rappresentanti del popolo sono spesso più ignoranti, facinorosi e sf...accendati (avrei voluto usare un altro aggettivo gergale che comincia sempre con sf..., ma non si può) di coloro che li hanno eletti. Per moralità e competenza parecchi di loro sono sì lo specchio del paese, ma uno specchio deformante.

                Crisi di legittimità; crisi di rappresentanza. Non è finita. C'è anche una crisi di idee e di parole, che è forse la crisi più terribile. Un politico che studia, che ha una visione complessa, che agisce con una prospettiva poliennale è una piacevole eccezione e un sicuro predestinato a perdere qualunque tipo di elezioni. Alla mancanza di idee si supplisce ricorrendo a vecchie ma sempre efficaci pratiche di trasformismo, che adesso si chiama endorsement, ma consiste sempre nel fiutare l'aria e cambiare casacca al momento giusto.

                Logico che una politica ridotta a poltiglia mediatica sposi le pulsioni peggiori della società odierna e le ricicli dando a esse la dignità di ideologia. Così l'odio sociale diventa fascismo politico. Il risentimento si trasforma in giustizialismo. L'individualismo dà vita a una cultura politica fatta di diritti senza doveri. Invece che innalzare il livello morale del paese, la politica lo affonda. Non stupisce perciò che più di un terzo dei cittadini maggiorenni diserti sistematicamente ogni pratica politica, a partire da quella più semplice: le elezioni. E ancor meno meraviglia che la stragrande maggioranza degli adolescenti e dei giovani cresca senza alcuna educazione politica, diventando la facile preda di sedicenti uomini forti e di suadenti manipolatori assoldati al loro servizio. È una storia che abbiamo già visto? Forse sì.

                Ai margini di questo movimento molto reclamizzato dai tutti i mezzi di comunicazione, sopravvivono alcuni luoghi dove si fa formazione politica ai giovani, alcuni gruppi di opinione e di azione politica basati sulla partecipazione diretta dei cittadini, alcune esperienze di inclusione politica dei migranti. Senza contare le élites dell'analisi politica. Ma purtroppo tra questi Il comune denominatore di tutte queste realtà virtuose è la loro sostanziale irrilevanza nel dibattito politico, anche a livello locale. La razionalità politica è rimasta senza sponsor. Non ci meravigliamo quindi che il luogo maestro della nostra razionalità politica – la Costituzione repubblicana del 1948 – sia così poco conosciuto dai nostri concittadini e così disatteso da molta legislazione recente (ad es. i D.D.L. sulla legittima difesa o sulla sicurezza e l'immigrazione).

                1.2.2. Proposta. La crisi è profonda e suoi esiti sono incerti. Bisogna ricominciare dalle basi della pratica politica, che sono le persone e la loro coscienza civica. Ma proprio questo è l'ostacolo che bisogna superare, perché in questi anni stiamo assistendo a un fuggi fuggi delle persone più ragionevoli, che lasciano il posto a esagitati e fanatici. Anche in questo caso, l'azione deve iniziare dal livello locale (ma chiaramente non può fermarsi lì). Oggi sono le tematiche ecologiche che possono riavvicinare le persone alla partecipazione politica. Ma non basta scendere in piazza, anche perché movimenti senza progettualità degenerano in protesta e imboccano derive irrealistiche. Laddove c'è la disponibilità alla collaborazione, occorre coinvolgere gli enti locali e studiare insieme a loro azioni concatenate che, attraverso la questione ambientale, costruiscano percorsi di educazione alla cittadinanza responsabile. Oggi, anche grazie a Greta Thunberg, sono i giovanissimi a essere particolarmente sensibili e disponibili a mettersi in gioco su questi temi.

                Un percorso analogo può essere tentato, coinvolgendo cittadini adulti, su progetti che prevedono l'inclusione dei migranti, migliorando il loro livello di istruzione di base e professionale e creando anche in loro il desiderio di una partecipazione diretta alla vita pubblica. Sulla stessa linea si apre un certo numero di strade, a seconda del territorio e dei soggetti coinvolti: dalla scuola al lavoro; dalla mobilità urbana alla legalità; dalla tutela delle persone più vulnerabili alla creazione di canali comunicativi dedicati alla «buone notizie».

                Qualunque sia il tema, occorre adottare un metodo che rovesci il classico rapporto tra teoria e pratica e attivi dei percorsi a forte base esperienziale, per poi guadagnare a poco a poco consapevolezza teorica e capacità di progettazione politica.

                Queste riflessioni pongono anche il problema del contributo dei cattolici a questo tentativo di rifondazione della politica. Oggi la diaspora politica dei cattolici italiani è totale: li ritroviamo a applaudire gli uomini forti con i rosari in mano e a protestare nei porti chiusi alle navi cariche di migranti.  Soprattutto, la diaspora ha polverizzato la partecipazione dei cattolici alla vita politica, rendendola un fatto privato, così come un fatto privato è considerata oggi ogni altra scelta legata ala fede religiosa. Ognuno si accasa dove gli pare. E molti cattolici oggi non hanno più alcuna casa politica. E ciò è dovuto anche al sostanziale fallimento delle scuole ecclesiali di formazione politica, perché diretta emanazione delle diocesi e dunque incasellate dentro al cosiddetto «progetto culturale» (cioè al progetto ruiniano di condizionare pragmaticamente la politica, stringendo alleanze con essa su alcune questioni etiche rilevanti per la chiesa e chiudendo gli occhi su tutto il resto).

                Ora il testimone deve passare all'associazionismo cattolico, impegnato nei settori educativi, sociali, solidaristici, pacifisti, ecologici, ecc. perché esso possa creare anzitutto luoghi di dialogo e di progetto ben radicati nel territorio. E a partire di qui, occorre fare rete con altre associazioni – delle più varie estrazioni – che abbiano a cuore la promozione della partecipazione politica entro una chiara fedeltà al dettato costituzionale. Se fino a pochi anni fa i cattolici erano proiettati a fare alleanze politiche in alto, oggi la ripresa della partecipazione richiede di stringere alleanze in basso.

                Non solo per i cattolici, ma per tutti i cittadini italiani, se c'è una speranza per la politica, questo futuro si costruisce a cominciare da oggi potenziando le esperienze di partecipazione, in particolare le esperienze di interazione con quegli organismi istituzionali che consentono di esercitare in modo democratico la cittadinanza responsabile. Per radicarsi nella politica, oggi la speranza ha bisogno di piccole comunità, di progetti semplici e fattibili, di luoghi informali e istituzionali, in cui sia possibile rigenerare la fiducia nelle capacità umane di costruire la città degli uomini.

                1.2.3. Stile. La questione politica tocca al cuore la presenza degli istituti missionari in Italia. Su due dimensioni: etica e passionale; testa e cuore.

                Anzitutto, la testa, la razionalità etica. Per la loro vocazione spirituale e per l'esperienza maturata al fianco dei più poveri del mondo, gli istituti missionari sono portatori di valori etici e di contenuti politici necessari perché la politica ritorni occuparsi delle questioni essenziali per la vita: la terra, l'acqua, l'aria, il lavoro, la scuola, il cibo, la salute, gli insediamenti umani. Normalmente, i missionari non sanno (e non devono) fare politica nel senso stretto della parola. Ma sono dei serbatoi inesauribili di quei valori di cui la politica è affamata. Il problema a cui non so rispondere – anche perché mi piacerebbe che provaste a rispondere voi – è come fare la trasfusione di questi valori nel sistema circolatorio della politica italiana.

                Poi, il cuore, la passione per l'umano. Il rischio è che al ritorno in Italia, questa passione si attenui un poco e continui a vivere nell'album dei ricordi o si rifugi nel sospiro di un'utopia lontana. Partecipare alla rinascita della partecipazione politica italiana fa bene prima di tutto ai missionari e un po' li costringe a ringiovanire e li sottrae al ruolo di riservisti e tappabuchi. Inoltre, non sarà troppo sorprendente scoprire che i missionari condividono questi valori e questa passione per la cosa di tutti con i giovani/ssimi, specialmente si avranno il coraggio di avventurarsi sul rapporto ecologia-giustizia messo in luce da Laudato si’.

                È chiaro: i missionari (e in generale i consacrati) non devono essere i leaders e neppure gli ideologi di questo movimento, che lentamente sta prendendo corpo. Sono chiamati piuttosto a rivestire il ruolo di facilitatori. Qui ci sta bene una metafora evangelica: sono chiamati a essere il lievito, non la pasta (e neppure il fornaio). Del resto, se come cittadini e come cristiani abbiamo tutti una comune vocazione a prenderci cura della cosa pubblica, ricordiamoci che la scelta di consacrazione ci fa essere un segno provocante e contraddittorio: testimoni nel già ora di quel non-ancora, che è il «punto Ω» di ogni speranza e di ogni sforzo di cambiamento. Per questo, il nostro compito è testimoniare con la vita e il pensiero quale direzione prendere e verso quale meta ci stiamo muovendo. Ma la scelta del percorso, dei mezzi di trasporto, dei tempi ecc. dobbiamo lasciarla a altri. Altrimenti rischiamo di riproporre – un po’ più a sinistra – quel collateralismo fede-politica che tante volte abbiamo rimproverato prima alla D.C. e poi a Ruini, Ratzinger & c.

                E poi, sarebbe un vero peccato che dei diversamente-giovani come noi rubassero il posto a quei veramente-giovani, che dopo oltre 40 anni di silenzio, hanno ripreso a pensare, a fare, a cantare che «un altro mondo è possibile».

SECONDA PARTE

2.1. Nell'ambiente culturale : fare ecologia umana

                2.1.1. Analisi. Per prima cosa vi chiedo di abbandonare – almeno per qualche minuto – l’idea di cultura con cui siamo cresciuti. La si faceva derivare dal latino colere, coltivare, e era associata alla metafora del lavoro agricolo e della vita rurale, che in questa parte del mondo in cui viviamo è quasi scomparsa: gli esseri umani sono come pianticelle, che vanno curate con amore e bisogna fare di tutto – concimare, irrigare, sostenere, ecc. – perché  possa crescere in fretta e dare frutti, da cui a loro volta possano nascere nuove pianticelle. E così avanti all’infinito. Cultura era l’equivalente di tradizione. La vita era rappresentata come un ciclo riproduttivo naturale, che l’opera dell’uomo non poteva alterare, ma solo assecondare. Di questa idea di cultura-coltivazione dell’uomo facevano parte in modo organico la famiglia (custode delle tradizioni), la religione (custode del segreto della riproduzione), la saggezza popolare (custode del segreto del vivere bene). Da questa idea di cultura scaturiva un mondo che restava tendenzialmente identico a se stesso e una società in cui i figli dei contadini erano a loro volta contadini, i figli degli artigiani erano artigiani e i figli dei signori erano signori. Nel romanzo Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa ne abbiamo una plastica rappresentazione.

                Negli ultimi due secoli, la civiltà dell’industria, prima, e quella dei servizi e dell’informazione, poi, hanno spazzato via questo mondo identico a se stesso da secoli e conseguentemente hanno cancellato quest’idea di cultura in cui il presente e il futuro dovevano riprodurre il passato. Oggi le origini, le fonti, le radici, ecc. hanno perduto la loro autorità normativa (basterebbe pensare come le giovani generazioni cristiane si rapportano con la Bibbia). Il passato è vecchio e morto. È come se la vita fosse cominciata stamattina (basterebbe pensare come chi ha responsabilità di governo si rapporta alle decisioni dei suoi predecessori – il caso ex-I.L.V.A. di Taranto ne è uno splendido esempio: addirittura, il presidente Conte2 smentisce il presidente Conte1). Il tempo non ha più memoria; e se ce l’ha, è una noia pazzesca. L’idea di cultura ha subito due trasformazioni, che ora vediamo un po’ più da vicino.

                Prima trasformazione: nell’era industriale, che lentamente va tramontando (in questa nostra parte di mondo, perché in molti paesi più poveri e più inquinabili è in pieno sviluppo), la cultura è l’attività di produzione dell’uomo. La cultura è – sulla falsariga della produzione industriale – la lavorazione di un materiale grezzo, da cui si devono ricavare differenti manufatti: l’operaio, l’impiegato, il dirigente, lo scienziato, ecc. erano tutti prodotti di questa fabbrica dell’umano. C’era una fabbrica per ogni tipologia di essere umano, compresi i disoccupati, i matti e … i preti. Cultura andava di pari passo con specializzazione e con mercato: si costruivano gli individui a seconda del tipo di umanità di cui le attività economiche e produttive avevano bisogno. E gli umani che non si potevano fabbricare in loco, si importavano: pensiamo alla migrazione interna da sud a nord negli anni del boom economico. Funziona ancora così non solo nella società (ad es. i profughi siriani accolti in Germania), anche nella chiesa dove si importano preti e suore dai continenti di più recente evangelizzazione. Si vede l’umano come un materiale indifferenziato, malleabile e duttile, che può essere plasmato a piacimento, a seconda dei progetti di espansione e di dominio che ha in mente chi detiene il potere. Non è un caso che questa idea si ritrovi nell’antropologia filosofica – in verità, piena di pensieri stimolanti – di Arnold Gehlen, un filosofo tedesco di metà Novecento, fortemente compromesso con il nazismo. L’organizzazione, la disciplina, lo spirito di sacrificio, l’adesione alla grande causa comune sono i cardini di questa visione culturale dell’uomo come essere fabbricabile. La cibernetica e la robotica sono una delle massime espressioni di questa antropologia industriale, perché le macchine sono meglio degli uomini in termini di organizzazione, disciplina, abnegazione, ecc. E gli uomini, per essere veramente parte della civiltà industriale, devono sottomettersi alle macchine, imparare da loro, accettare di essere sempre sotto il controllo altrui e sopratutto smettere di pensare. Vi invito a leggere con attenzione La condizione operaia di Simone Weil: il suo diario di fabbrica (1934-35), che oggi è più illuminante che mai.

                Come ogni prodotto industriale, anche l’uomo ha un ciclo di vita, dopo di che è da rottamare, a meno che non lo si sottoponga a continui e costosi lavori di manutenzione: come con la lavatrice, quando si rompe è molto più conveniente sbatterla via e comprarne una nuova. In questo modo cresce a dismisura la quantità di relitti umani: anche lo smaltimento di questi rifiuti dotati di anima è una grande industria. Morale della favola: la cultura come produzione dell’uomo sfrutta le risorse umane, senza riuscire a rigenerarle. Dal punto di vista dell’ecologia sociale ha dei costi immensi, perché produce degli uomini improduttivi e alla fine sega il ramo dell’albero su cui sta seduta. Stiamo diventando troppi! E troppi sono gli umani inutili! Nella sua follia criminale il nazismo aveva colto lucidamente questo problema e procedeva all’eliminazione sistematica di tutti coloro che erano considerati inutili o nocivi per l’organizzazione del mondo che esso aveva in mente e per cui faceva la guerra. Il ritorno di Hitler – cosa di cui mi vado convincendo – creerà nuovamente scenari di questo tipo? I morti nel Mediterraneo non sono forse assimilabili ai morti di Auschwitz? Se non altro perché gli uni e gli altri, scompaiono dalla faccia della terra senza lasciare alcuna traccia, al termine di un processo produttivo in cui sono stati fabbricati come esseri inutili e inferiori.

                La globalizzazione economica ha decentrato il grosso della produzione industriale altrove, lasciando in questa parte del mondo le fasi cruciali della fabbricazione dell’umano: la fase della progettazione, la fase delle strategie organizzative, la fase della commercializzazione e del consumo. Questo decentramento ha esaltato il ruolo delle comunicazioni. La cultura non ha smesso di essere la fabbrica, ma ha riconvertito la sua produzione: ora la cultura è la fabbrica delle relazioni, intese come lo scambio di informazioni e di conoscenze. Il sistema mondiale della comunicazione ha radicalmente alterato il tempo dell’uomo: tutto accade nell’istante; i tempi di attesa sono diventati praticamente nulli; ma soprattutto, sul mondo della comunicazione splende sempre il sole e non scende mai la notte. L’uomo comunicante è sempre connesso, cioè è sempre sotto pressione, altrimenti peggio per lui (se io non apro il pc o tengo spento lo smartphone per un giorno, mi trovo una valanga di e. mail, di messaggi e di chiamate senza risposta: perdo mezza giornata per rispondere solo a quelle più importanti o più urgenti).

                Nonostante ciò, la cultura dell’uomo comunicante è più libera e relazionale di quella dell’uomo industriale. È vero che molte delle informazioni che riceve gli entrano sotto la pelle senza che egli nemmeno se ne accorga. Tuttavia, è obbligato a decidere ogni momento se vuole pensare con la propria testa, o no: ha il tempo, gli interlocutori e gli strumenti per farlo. Inoltre, l’uomo comunicante è solo in parte il prodotto di strategie e di poteri differenti da lui. Oggi ognuno è capace di produrre la propria comunicazione, di modificare la propria immagine pubblica, di costruire relazioni a distanza anche molto significative. Che poi non tutti riescano in questa impresa e finiscano per accontentarsi per una cultura massificata e superficiale, serve solo a ricordarci la fragilità e l’incompiutezza di questo essere fatto di terra e sempre bisognoso di cura e di relazione, che è l’uomo.

                I linguaggi digitali consentono interazioni a distanza come se gli interlocutori fossero dentro la stessa stanza. Oggi quattro miliardi di uomini vivono dentro lo stesso ambiente. Si scambiano di continuo informazioni su di sé e mettono in comune pensieri e conoscenze. Si sta riproponendo un’esperienza  che ricorda la torre di Babele (Gen 11). Dio trasforma un progetto di potere assoluto in una condizione di pluralismo e di meticciato culturale, stoppando il pensiero unico che è il padre di tutte le ideologie di dominio dell’uomo sull’uomo. La cultura della società della comunicazione è meno oppressiva d quella prodotta dalla società industriale. È più ecologica, perché i suoi prodotti sono immateriali come gli impulsi elettrici e, connettendo tra loro le persone alla velocità della luce, consentono una contemporaneità e una conoscenza che tolgono ogni alibi alla mancanza di attenzione e di cura.

                2.1.2. Proposta. Nonostante le sue criticità evidenti, non possiamo disconoscere l’importanza della cultura industriale e della sua idea dell’uomo come costruttore di se stesso (homo faber fortunae suae – dicevano i latini). La cultura digitale ci sta facendo scoprire che questa autocostruzione non è il frutto di processi organizzativi verticistici, ma nasce da interazioni paritetiche e il più possibile aperte e democratiche. Inoltre, la cultura digitale insiste sull’ibridazione delle visioni della realtà, dei saperi e delle conoscenze. Dall’incontro di visioni differenti della realtà non nasce obbligatoriamente il conflitto: il loro confronto a distanza consente il tempo dell’ascolto e della riflessione e permette l’esercizio di un pensiero convergente, che conduce a comprendere – almeno in parte le ragioni degli altri. In questo modo, si creano delle aree di consenso intorno ai grandi temi della condizione umana, ma anche ai piccoli problemi della vita quotidiana. Oggi la critica razionale e la profezia religiosa sono veramente radicali non se mirano a spaccare, ma se tentano di riconciliare. Non la polemica, ma la mediazione è il linguaggio della cultura digitale. Essa mira a fare incontrare coloro che vivono nel medesimo ambiente, ma non si conoscono e si ignorano. È da questa esperienza fondamentale che si sviluppa una progettualità generativa, che a sua volta estende l’esperienza (e il desiderio) dell’incontro. E nel web – come in ogni altro ambiente della nostra vita quotidiana – ci si incontra non solo per conversare e scambiarsi informazioni, ma sempre di più per progettare e per fare insieme.

                Qui vorrei citare un’esperienza-pilota incoraggiante, condotta dalla diocesi di Milano e conclusasi il 2 febbraio scorso: il cosiddetto sinodo minore, giustamente intitolato «Chiesa dalle genti». Nasce dalla presa di coscienza che ormai da decenni i cattolici milanesi provengono da tutti o quasi i popoli del mondo; che essi vivono mescolati nel medesimo ambiente-chiesa; che non si conoscono e non si frequentano, preferendo restare ognuno nel proprio piccolo recinto. Da qui l’esigenza di condividere la fede e l’umanità, attraversando le differenze culturali e le resistenze emotive, generando micro-progetti di fraternità che diano vita a nuove forme di relazione in grado di dare senso all’esistenza insieme. In una chiesa divisa in una logorante e inutile guerra di trincea tra innovatori e conservatori, questi progetti portano una ventata di aria fresca e aiutano a dimenticarsi di sé (e dei propri nemici) e a accogliere sfide ben più importanti della riorganizzazione della curia romana, dei viri probati, ecc.

                Non mi voglio fossilizzare sull’esempio milanese appena citato. Ma a partire di qui mi sembra necessario rimarcare due cose. 1) Noi cristiani siamo chiamati a darci una mossa e a dare l’esempio di che cosa significhi vivere dentro il medesimo ambiente da fratelli e non estranei. 2) La chiesa può – e secondo me deve! – diventare un laboratorio di nuove dinamiche sociali, volte a trasformare le differenze in risorse comunicative e operative. Su la testa, altrimenti il tempo della depressione non finirà mai. Il termometro della capacità culturale della fede cristiana non è la frequenza alla messa domenicale, ma la capacità dei cristiani di innervare nuovi processi culturali volti a trasformare la convivenza in convivialità. Questo è ciò che intendo per «ecologia umana»: risanare l’umano bonificando gli ambienti relazionali in cui gli umani vivono la maggior parte del loro tempo.

                2.1.3. Stile. Torniamo agli istituti di vita missionaria in Italia. Stanno lottando contro un duplice spaesamento: lo spaesamento di chi ha il proprio cuore e la propria casa altrove (e non vedrebbe l’ora di ritornarci); lo spaesamento di chi tornando ha trovato una realtà profondamente diversa da come l’aveva lasciata e non capisce da dove poter cominciare per reinserirsi. Scusate se mi ripeto: non dovete provare a reinserirvi facendo i tappabuchi. Papa Francesco usa spesso l’espressione «cultura dell’incontro». In Veritatis Gaudium (4b), dopo aver parlato della necessità di un «dialogo a tutto campo», che coinvolga tutti i saperi e tutte le saggezze, dà questa descrizione sintetica: «Ciò che il Vangelo e la dottrina della Chiesa sono chiamati oggi a promuovere, in generosa e aperta sinergia con tutte le istanze positive che fermentano la crescita della coscienza umana universale, è un’autentica cultura dell’incontro, una cultura anzi, possiamo ben dire, dell’incontro tra tutte le autentiche e vitali culture, grazie al reciproco scambio dei propri rispettivi doni nello spazio di luce dischiuso dall’amore di Dio per tutte le sue creature». Questo è l’orizzonte entro cui deve muoversi non solo la teologia, ma tutti gli operatori interculturali cattolici: voi missionari comboniani in Italia siete in prima fila. Se poi andiamo ai nn. 236-239 di Evangelii Gaudium (dove si trova la prima teorizzazione bergogliana della cultura dell’incontro), troviamo altro pane per i nostri denti. «La verità è un poliedro» (non una sfera) e ciò consente che ognuno possa conoscerla a partire dalla propria prospettiva. Ne consegue che gli sforzi di tutti siano concentrati a «raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno», valorizzando in particolare «i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le loro proprie potenzialità» (EG 236). A questo richiamo che mi sembra dire molto chiaramente il compito che ci aspetta, vorrei aggiungere un altro passo poco più avanti, dove Francesco ci dà la sveglia: «È tempo di sapere come progettare, in una cultura che privilegi il dialogo come forma d’incontro, la ricerca di consenso e di accordi, senza però separarla dalla preoccupazione per una società giusta, capace di memoria e senza esclusioni. L’autore principale, il soggetto storico di questo processo, è la gente e la sua cultura, non una classe, una frazione, un gruppo, un’élite. Non abbiamo bisogno di un progetto di pochi indirizzato a pochi, o di una minoranza illuminata o testimoniale che si appropri di un sentimento collettivo. Si tratta di un accordo per vivere insieme, di un patto sociale e culturale». Non aggiungo nulla, perché mi piacerebbe commentarlo insieme, nel nostro momento di dialogo assembleare.

2.2. Nell'ambiente ecclesiale – fare reti di comunione battesimale

                2.2.1. Analisi. Sulla situazione della chiesa cattolica italiana non mi dilungo. Vorrei solo notare che, di fronte all’odierna e per me irreversibile polarizzazione dei conflitti intraecclesiali, ci sono tre linee interpretative. Quella tradizionalista legge i conflitti interni come dimostrazione del fatto che non è possibile la chiesa senza l’esercizio forte dell’autorità ecclesiastica. Certo, è curioso che chi vorrebbe una chiesa più disciplinata e compatta, esca sistematicamente dal coro e usi i mass-media per lanciare le sue bombe (ad es. l’intervista del card. Ruini al Corriere della sera – 03.11.2019). La linea radicale invece interpreta i conflitti come segno dell’irriformabilità della chiesa cattolica e imputa a Francesco riforme annunciate ma mai cominciare e portate avanti per davvero. Si denuncia una forte discrasia tra le parole e i gesti dei singoli da una parte e le strategie organizzative dall’altra (ad es. Marzano, La chiesa immobile, Laterza 2018). La linea riconciliativa – la chiamo così e non nascondo che è la mia – ritiene che non si possa aspettare la riforma della chiesa dall’alto e che, solo valorizzando e potenziando le esperienze di base, si possano gestire i conflitti, convertendoli sul posto in pratiche di confronto, dialogo e cooperazione (sono tre gradini di un medesimo processo: ci sia ascolta; si provano a capire le ragioni degli altri; sull’area di consenso che così si è stabilita, si costruisce insieme un progetto operativo). Mi sembra che il Vangelo sia molto chiaro sulla necessità di prenderci cura dei nostri avversari, anche dentro la chiesa: se si abbandonano al loro destino, finiscono per incattivirsi e per avvelenare ancora di più l’ambiente ecclesiale. Senza contare che quando è palesemente sincero, il dialogo spezza il fronte dei facinorosi e trasforma qualche falco in colomba.

                2.2.2. Proposta. Probabilmente, qui dirò delle cose fuori luogo, perché sono il frutto ancora acerbo delle mie esperienze pastorali degli ultimi cinque-sei anni. L’ho detto e l’ho scritto più volte: capisco, ma non condivido la scelta di molte diocesi italiane di riformare la presenza ecclesiale sul territorio, di fatto accorpando le parrocchie e costituendo le «unità pastorali». Non sto qui a spiegare nel dettaglio i motivi del mio disaccordo (le troverete pubblicate tra poche settimane nel Supplemento al fascicolo 2/2019 di Rivista di Teologia dell’Evangelizzazione). Voglio solo dirvi che nelle piccole comunità cristiane c’è ancora lo spazio per il dialogo tra differenti culture, per il prenderci cura gli uni degli altri, per avere sinceri sentimenti di appartenenza ecclesiale. Le piccole parrocchie di montagna e di campagna, che sono senza parroco residente ormai da decenni, sono di fatto comunità declericalizzate, che vanno avanti grazie alla fede battesimale. Attualmente sono parroco (oltre alla parrocchia in città) di una di queste piccolissime parrocchie (70 abitanti) nell’alto Appennino modenese: Roccapelago (andatela a cercare su Google Maps). Non vedo molta differenza rispetto alle comunità rurali di base che ho incontrato in Brasile, nello stato di Goiania. Il vangelo che questa gente conosce è molto elementare; la loro fede è condivisa e ha bisogno di darsi un’espressione comunitaria specialmente in alcune feste molto sentite. A me è chiesto di rincuorare questi parrocchiani, che per anni si sono sentiti dimenticati o trattati come pedine su una scacchiera di una dama giocata lontana da loro e sulle loro teste. Se le persone prendono un po’ di fiducia in se stesse e nelle loro potenzialità, questa piccola comunità può diventare il laboratorio di una chiesa molto essenziale, dove il sacramento fondamentale è il battesimo e dove il vangelo lo si impara vivendolo nelle relazioni quotidiane di prossimità.

                Credo che, con le necessarie modifiche, questa esperienza possa valere anche per gli istituti missionari presenti in Italia. È inutile correre dietro alla secolarizzazione (corre molto più forte di noi). È illusorio sognare una massiccia nuova evangelizzazione dell’Italia (che spesso è un tentativo neanche troppo camuffato di rioccupazione cattolica e si riduce a piazzare qualche cattolico su alcune poltrone importanti). Anche i missionari in Italia possono ripartire dalle piccole comunità cristiane: possono essere dislocate sul territorio (parrocchie); ma possono essere anche comunità di nuovo conio, costituite in ambiente di lavoro, di studio, di impegno sociale, educativo, ecologico, ecc. Queste piccole comunità non hanno vita facile, perché oggi gli italiani non si avvicinano volentieri alla chiesa cattolica (a motivo della sua variegata debolezza sul piano etico e relazionale) e non sono pronti a dare subito fiducia agli esperimenti, specie in campo religioso dove dominano ancora – anche negli atei e negli agnostici – vecchie immagini di Dio, di Gesù Cristo e della chiesa. Ma siamo all’inizio di una nuova fase epocale del cristianesimo in Europa: la situazione non ci lascia molte possibilità, se non quella di seminare a piene mani un vangelo impastato con la nostra concreta e contraddittoria umanità quotidiana.

                Michel de Certeau, illuminato intellettuale cattolico francese degli anni Settanta e Ottanta, con lo sguardo fisso sul tempo della grande secolarizzazione parlava di un «cristianesimo in frantumi» e di «chiese ormai ridotte a musei» di arte sacra. Adesso possiamo alzare gli occhi e guardare un po’ più lontano: vediamo la possibilità di un cristianesimo policentrico, in rete, in cui piccole ma tenaci comunità basate sul vangelo e sulla fede condivisa annunciano un vangelo fatto di dialogo e di accoglienza vicendevole, di cura per i più vulnerabili e di speranza per gli sconfitti. Per la l’esperienza maturata , missionari sono tra i più competenti nell’ispirare e accompagnare la nascita di un simile cristianesimo in questo inizio di terzo millennio.

                2.2.3. Stile. Siamo vicini alla conclusione di questa lunga riflessione e è ora di chiudere il cerchio. Nel risentimento, nel conflitto e nell’odio non c’è nessuna buona notizia. È la l’angosciante replica di un film che la generazione dei nostri genitori e dei nostri nonni ci ha già raccontato il finale. Proprio nella mia regione, che in queste settimane è diventata il far west dei sovranisti italici, si vede molto bene che la contrapposizione muro contro muro fa il gioco di chi il muro lo vuole costruire: a parole, per difenderci dall’invasione; in pratica, per farci prigionieri di una logica idolatrica di potere assoluto.

                In questa situazione il vangelo della cura chiede un deciso cambiamento di atteggiamento. Non la ricerca del conflitto, ma la sua mediazione. Ci si deve prendere cura non solo del nostro interlocutore, ma della nostra relazione comunicativa e di tutte le altre relazioni simili, che rischiano di essere gravemente inquinate dal nostro conflitto. Nell’era della comunicazione globale è più facile che un battito d’ali nelle Filippine si trasformi in un uragano nei Caraibi: basta che un post venga ritwittato da macchine programmate per iniettare veleno nella nostra società così disorientata (il caso della nonna di Palermo che si è trasformata in hater contro il presidente Mattarella, mi sembra molto eloquente). La mediazione del conflitto è il primo passo di una strategia più complessiva, che mira a trasformare l’aggressività in compassione per chi viene preso di mira e per tutti gli altri che sono additati al pubblico disprezzo.

                Il secondo passo richiede che gli interlocutori s’incontrino per un’attività pubblica che punta al reciproco ascolto e alla  comprensione delle ragioni altrui. Sottolineo che questo incontro di reciproca comprensione deve essere pubblico. Parafrasando il prefazio della seconda anafora della riconciliazione, se «gli avversari si stringono la mano», c’è una ragionevole speranza che anche «i popoli s’incontrino nella concordia».

                Il terzo passo della strategia richiesta dal vangelo della cura prevede la creazione di luoghi stabili di ascolto vicendevole e di dialogo alla pari, in cui gli interlocutori che vi prendono parte si impegnano preliminarmente alla creazione di pratiche condivise per svelenire l’odio. A motivo della loro marginalità rispetto al dibattito politico e culturale italiano, gli istituti di vita missionaria possono dare vita a luoghi franchi, a cui si partecipa in nome della verità sull’uomo e a servizio della convivenza pacifica tra diversi. Penso a giornate di riflessione comune, in cui senza dover compiacere i propri fans avversari storici provano a fare qualcosa insieme. Sono andato sul vostro sito web e mi sono letto le brevi presentazioni delle vostre comunità in Italia: qualcuna di esse, che è già impegnata su temi di intercultura e mondialità, di accoglienza di migranti e detenuti, potrebbe diventare un luogo sperimentale di dialogo, all’insegna della cultura dell’incontro. Magari si farà un buco nell’acqua, ma io credo che il vostro carisma ancora una volta darà prova di vitalità e vi farà trovare il modo per trasformare la cura che già avete per i più piccoli e diseredati in un annuncio esplicito del vangelo a coloro che, anche oggi in Italia, ancora non sanno di averne un profondo desiderio.

TERZA PARTE
3. Il vangelo della cura
(Dialogo in assemblea)

Prof. Paolo Boschini
Docente stabile di Filosofia
Responsabile dell'Ufficio Comunicazione
Facoltà Teologica dell'Emilia-Romagna