Martedì 10 dicembre 2019
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. È questo il senso e la sostanza della Giornata mondiale dei diritti umani che si tiene in tutto il mondo il 10 dicembre di tutti gli anni, per ricordare la proclamazione da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite della Dichiarazione universale dei diritti umani, il 10 dicembre 1948. Ma ha senso celebrare la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo quando il diritto alla dignità umana è negato in mezzo mondo?

La Giornata mondiale dei diritti umani è una celebrazione sovranazionale che si tiene in tutto il mondo il 10 dicembre di tutti gli anni. La data è stata scelta per ricordare la proclamazione da parte dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite della Dichiarazione universale dei diritti umani, il 10 dicembre 1948. L'istituzione formale della Giornata è avvenuta durante il 317º meeting globale dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 4 dicembre 1950, quando è stata promulgata la risoluzione 423(V) che invitava tutti gli stati membri e tutte le organizzazioni coinvolte ed interessate a celebrare la giornata nella maniera a loro più consona. La Giornata è uno degli eventi di punta nel calendario del quartier generale delle Nazioni Unite a New York ed è onorata con conferenze di alto profilo politico ed eventi culturali come mostre o concerti riguardanti l'argomento dei diritti umani. Inoltre, in questa giornata vengono tradizionalmente attribuiti i due più importanti riconoscimenti in materia, ovvero il quinquennale premio delle Nazioni Unite per i diritti umani, assegnato a New York, ed il premio Nobel per la pace ad Oslo; oltre a questi premi, molte altre organizzazioni internazionali, non governative, civilied umanitarie su tutto il pianeta scelgono questa giornata per eventi significativi.

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. È questo il senso e la sostanza della Giornata mondiale dei diritti umani che si tiene in tutto il mondo il 10 dicembre di tutti gli anni, per ricordare la proclamazione da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite della Dichiarazione universale dei diritti umani, il 10 dicembre 1948. Ma ha senso celebrare la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo quando il diritto alla dignità umana è negato in mezzo mondo?

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ebbe a dire: “Il riconoscimento a livello globale che tutti gli esseri umani nascono liberi e godono di inalienabili e uguali diritti rappresenta oggi un principio che precede gli stessi ordinamenti statali. Il rispetto della dignità della persona non è, infatti, dovere esclusivo degli Stati, bensì un obbligo che interpella la coscienza di ciascuno. Tutti sono chiamati a darne quotidiana e concreta testimonianza”. Questo concetto ha bisogno però del pieno riconoscimento della propria e dell’altrui dignità, dell’idea di reciprocità del benessere, del benvivere, della convivenza fondata su pace e giustizia. L’uomo al centro non sono io, ma chiunque mi è prossimo, quell’altro io che considero importante tanto quanto me stesso. “Tu sei importante. Ricordati di te quando il mondo ti dimentica, lascia sempre una traccia su un cuore che passa. Che comunque tutto resta, anche se non te ne accorgi, puoi trovarli negli occhi quei ricordi mai scritti” (Il coraggio di andare Pausini-Antonacci).

Se davvero vogliamo celebrare, è necessario che ciascuno di noi si impegni a rimuovere le cause che impediscono la pari dignità fra gli uomini. Tutti noi crediamo che il cambiamento (la rivoluzione) sia impossibile perché spetta ai potenti del mondo e si fa solo armandosi gli uni contro gli altri. Non crediamo, viceversa, che possa realizzarsi attraverso le nostre opere che cambiano i comportamenti altrui. Sono convinto sia questo il mondo nuovo in cui regna la giustizia, quello in cui lottiamo per grandi ideali, ma anche quello in cui agiamo la giustizia in maniera “feriale”, con gesti semplici e quotidiani. È quella “traccia” che siamo chiamati a lasciare a chi verrà dopo di noi, l’insieme dei momenti spesi per il Bene. La stessa lasciata per noi da chi ci ha preceduto, nella considerazione di quanto sia effimero il nostro tempo e di quanto valga la pena di viverlo per consegnarlo a chi verrà dopo di noi. Perché ciascuno di noi è la traccia di chi ci ha preceduto, di chi ci ha segnato la strada. Posso davvero rendermi protagonista del futuro del nostro Paese e dell’intero Pianeta. Posso farlo se esprimo rispetto verso gli altri, se sono consapevole degli elementi che uniscono le persone e mi batto, come è giusto, per le mie idee rifiutando l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore.…..La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza. Sicurezza è anche in ogni parte del mondo lavoro, istruzione, più equa distribuzione delle opportunità per i giovani, attenzione per gli anziani, serenità per i pensionati dopo una vita di lavoro: tutto questo si realizza più facilmente superando i conflitti e sostenendosi l’un l’altro.…..In altre parole, non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società”.

Una nuova economia fondata sulla condivisione diretta e sull’equità redistributiva può contribuire giorno dopo giorno a rigenerare un nuovo equilibrio mondiale, facendo proliferare piccole e grandi esperienze nelle comunità locali e contaminando l’attuale visione capitalistica che genera l’ingiustizia e nega il diritto. In questa prospettiva, è importantissimo ritrovare i “corpi intermedi” della società, ridare senso e valore alla “solidarietà”, tornare ad avere rispetto per “chi svolge seriamente, giorno per giorno, il proprio dovere; quelli di chi si impegna volontariamente per aiutare gli altri in difficoltà”. La sensazione è che i nuovi moralisti – da ogni parte provengano – vogliano fare piazza pulita di tutto ciò. Che preferiscano il dialogo diretto con la pancia dei cittadini e che stiano costituendo una società dell’odio.

Grazie ai mezzi di comunicazione riusciamo a mettere in luce i tanti conflitti che ci sono nel mondo, riusciamo a cogliere – sia pure in superficie – quante libertà negate, diritti non riconosciuti, vite spezzate, violenza gratuita, abusi verso chi è più debole. Sì, odio è la parola dura ma esatta per esprimere quanto sta accadendo, spesso senza darvi il giusto peso. All’odio contrappongo la fiducia, la prospettiva di un mondo che insieme rendiamo migliore, di cui ci prendiamo cura insieme, in cui “ricuciamo” gli strappi e le lacerazioni determinate dalla cupidigia umana. È questa la vera rivoluzione che mi aspetto oggi, la “traccia” che vorrei lasciare a chi verrà dopo di me, quel coraggio di andare verso l’altro e cercare un abbraccio, quella comprensione che ad alimentare la vita non sono i beni, ma l’amore; non la voracità, ma la carità; non l’abbondanza da ostentare, ma la semplicità da custodire”. La vita non è negoziabile e non può essere “diversa” fra uomini “uguali”. Voglio finire questa mia riflessione con le parole di don Tonino Bello – “quando comparirete davanti a Dio, chi vi farà le raccomandazioni non saranno né i senatori né i pezzi grossi, ma i poveri della stazione”…miei fratelli liberi ed eguali in dignità e diritti.
[EDOARDO BARBAROSSA - In Terris]